“Parla Angelo Scola: «Non esiste il castigo divino»” (La Repubblica, 26 febbraio 2020)

L’Arcivescovo emerito di Milano, Cardinale Angelo Scola, che fu papabile, in un’intervista del 26 febbraio 2020 a La Repubblica (segue il testo integrale), ha affrontato anche l’emergenza Coronavirus. Richiesto se sia “cristianesimo la visione per la quale dietro il Coronavirus vi sarebbero dei castighi divini”, ha risposto: “È una visione scorretta. Dio vuole il nostro bene, ci ama e ci è vicino. Il rapporto con lui è da persona a persona, è un rapporto di libertà. Certo, conosce e prevede gli avvenimenti ma non li determina. (…) Per i cristiani Dio comunica attraverso le circostanze e i rapporti. Anche da questa circostanza potrà emergere un bene per noi. Fra i tanti insegnamenti la necessità di imparare a stare nella paura portandola a un livello razionale”.

L’Antico Testamento, che mi risulta essendo ancora parte integrante della dottrina cristiana, è pieno di racconti di castighi divini. A volte hanno il significato di vere e proprie punizioni inflitte a causa di una irreversibile malvagità umana e altre volte il Signore attraverso severi castighi cerca di correggere le cattive inclinazioni dei suoi figli.

Anche nel Nuovo Testamento – e negli stessi Vangeli – il concetto di castigo divino è presente, pur legato ai concetti di misericordia e di giustizia, come tre facce della stessa realtà divina. Quindi, il castigo divino non è certamente “una visione scorretta”, come provano a farci credere certi prelati e teologi cattolici del “politicamente corretto”, che speso è figlio della menzogna e dell’ipocrisia, del bigottismo e della falsità. Certamente, quando il Signore castiga non intende distruggere le sue creature, ma vuole convincere i suoi figli a convertirsi alla verità, alla carità e alla giustizia. Il castigo divino fa parte integrante della misericordia e della giustizia divina. Parlare di castigo e di punizioni di Dio non è affatto “scorretto”, non è una “aberrazione religiosa”, non è “pulviscolo integralista”, non denota una “spiritualità pagana, anticristiana e indifferente alle disgrazie” da tante persone patite, anche a causa di eventi catastrofici ed epidemie. Solo riconoscendo la divina facoltà di castigare, nel corso e oltre la vita terrena, è possibile riconoscere, senza ipocrisia, in verità, la misericordia e la giustizia di Dio. Il castigo divino, lungo dall’essere una negazione della divina misericordia, ne è l’effetto ontologicamente inscritto nella universale giustizia di Dio.

In riferimento al paralitico miracolosamente guarito, Giovanni racconta: “Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio»” (Gv 5, 14).

In riferimento al servo infedele, Luca racconta: “Il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli” (Lc 12, 46).

Gesù ha profetizzato giorni molto duri per gli uomini, giorni in cui la morte giunge inaspettata per colpevoli e innocenti (benché, a causa del peccato originale, non esistano esseri umani assolutamente innocenti), giorni terribili, secondo il racconto di Luca: “Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà. In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza, se le sue cose sono in casa, non scenda a prenderle; così chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà. Vi dico: in quella notte due si troveranno in un letto: l’uno verrà preso e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà presa e l’altra lasciata” (Lc 17, 30-36).

Pietro, nella sua seconda lettera, con riferimento ai falsi profeti e ai falsi maestri, scrive: “Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina. Molti seguiranno le loro dissolutezze e per colpa loro la via della verità sarà coperta di impropri. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna è già da tempo all’opera e la loro rovina è in agguato. Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno, serbandoli per il giudizio; non risparmiò il mondo antico, ma tuttavia con altri sette salvò Noè, banditore di giustizia, mentre faceva piombare il diluvio su un mondo di empi; condannò alla distruzione le città di Sòdoma e Gomorra, riducendole in cenere, ponendo un esempio a quanti sarebbero vissuti empiamente. Liberò invece il giusto Lot, angustiato dal comportamento immorale di quegli scellerati. Quel giusto infatti, per ciò che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta per tali ignominie. Il Signore sa liberare i pii dalla prova e serbare gli empi per il castigo nel giorno del giudizio, soprattutto coloro che nelle loro impure passioni vanno dietro alla carne e disprezzano il Signore. Temerari, arroganti, non temono d’insultare gli esseri gloriosi decaduti” (2Pietro 2,1-10).

Insieme alle Sacre Scritture, anche la Tradizione, tanti Santi e il recente Magistero pontificio parlano del castigo divino.

Durante la prima guerra mondiale Papa Benedetto XV, nel discorso del 19 febbraio 1917 ai predicatori quaresimali di Roma disse che “le private sventure sono meritati castighi, o almeno esercizio di virtù per gli individui, e che i pubblici flagelli sono espiazione delle colpe onde le pubbliche autorità e le nazioni si sono allontanate da Dio”. Nell’enciclica In preclara summorum del 30 aprile 1921 scrisse che “Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità”.

Papa Pio XII, in relazione con i tragici eventi della rivolta contro l’occupazione sovietica dell’Ungheria, nell’enciclica Datis Nuperrime del 5 novembre 1956, ammoniva che il Signore “come giusto giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse anche in questa vita, per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna”.

Papa Giovanni XXIII due mesi dopo la sua elezione, in un Radiomessaggio del 28 dicembre 1958, affermò che “l’uomo, che semina la colpa, raccoglie il castigo. Il castigo di Dio è la risposta di Lui ai peccati degli uomini”. Perciò “Egli [Gesù] vi dice di fuggire il peccato, causa principale dei grandi castighi”.

Papa Paolo VI in un’omelia del 13 marzo 1966 esclamò: “Come siamo meschini, come siamo davvero colpevoli al punto da meritare i castighi del Signore!”.

Papa Giovanni Paolo I il 23 settembre 1978, 5 giorni prima di morire, nella Basilica di San Giovanni in Laterano affermò, che ci sono “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio…perché direttamente contrari al bene dell’umanità e odiosissimi, tanto che provocano, più degli altri, i castighi di Dio”.

Papa Giovanni Paolo II nell’Udienza generale del 13 agosto 2003 sottolineava: “Dio ricorre al castigo come mezzo per richiamare sulla retta via i peccatori sordi ad altri richiami”.

Papa Benedetto XVI, nell’Udienza Generale del 18 maggio 2011, disse: “Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo”.

Il futuro Papa Francesco, ancora Cardinale Jorge Maria Bergoglio, Arcivescovo metropolita di Buenos Aires, in una trasmissione televisiva andata in onda sulla televisione argentina Canal 21 nel 2013, poco prima della sua elezione, ha parlato del castigo di Dio che esiste per i peccati dell’uomo. Si trattava di una tavola rotonda “Biblia, Dialogo vigente” condotta dal direttore di Canal 21 Marcelo Figueroa [giornalista, biblista, teologo protestante, per 25 anni direttore della Società biblica argentina e nel 2016 da Papa Francesco nominato direttore de L’Osservatore Romano argentino], con la partecipazione dello stesso Cardinale Bergoglio e del rabbino Abraham Skorka della Comunità Benei Tikva di Buenos Aires e rettore del seminario rabbinico latinoamericano. La trasmissione aveva lo scopo di parlare delle verità dell’uomo utilizzando come format il dialogo interreligioso ed ecumenico. Bergoglio e Skorka si confrontarono, testi biblici alla mano, su svariate tematiche. In questa conversazione i due rispondono alla provocazione del conduttore sul fine che giustifica i mezzi. Figueroa proponeva tre letture: la prima è la lettura che ne diede Machiavelli ne Il Principe; la seconda il fine buono che dà qualità all’eventuale mezzo sbagliato per ottenerlo, la terza il mezzo come cammino, perché in fondo la meta non è importante. Bergoglio mostra di non assecondare la mentalità del mondo e afferma di no, perché un mezzo malvagio per il raggiungimento di un qualunque scopo, anche se fosse buono, è intrinsecamente un male, pena il castigo di Dio. Esattamente quello che dicono la Bibbia, la Tradizione, il Magistero e la Dottrina cattolica. Il Cardinale Bergoglio affronta il tema del castigo di Dio citando due episodi biblici: quello della vigna di Naboth nel libro dei Re e un passo del profeta Amos. In entrambi si parla del castigo di Dio, che il futuro Papa Francesco aveva ben presente. Ricordava che nel Vangelo nessun fine giustifica i mezzi e citava l’episodio tratto dal Vangelo di Luca in cui, passando per un villaggio di Samaritani e venendo rifiutati, i discepoli chiedono a Gesù di mandare un fulmine dal cielo che li incenerisca: “Gesù li riproverò perché nessun fine giustifica i mezzi. Così il Vangelo. Ma ci sono anche due scene nell’Antico Testamento che me lo mostrano chiaramente. In una si mostra l’episodio della vigna di Naboth che il re Acab voleva acquistare per allargare il suo palazzo. Un commercio lecito, dunque. Ma Naboth rifiutò perché si trattava della vigna dei suoi padri. Così Acab tornò sconsolato e adirato a casa, dove la moglie, Gezabele, inizia a tramare per accontentare il desiderio del marito. La regina Gezabele dice: ‘Lascia che lo sistemo io’ e chiama alcuni del suo partito e dice loro: ‘Fate un processo falso con dei testimoni falsi contro Naboth, accusandolo di blasfemia’. Questi lo lapidano e lo uccidono. Lei va dal marito e gli dice: ‘Vai a prendere possesso della vigna, giacché Naboth è morto’ . Per uno scopo giusto a volte si usano mezzi illeciti, come questa regina tiranna. I profeti lo avevano predetto: ‘Nello stesso luogo dove i cani hanno leccato il sangue di Naboth, i cani leccheranno pure il tuo proprio sangue’. Un altro testo biblico che raccomando ai telespettatori di leggere per intero, perché parla di quello che non si deve fare, del fatto che il fine non giustifica i mezzi, è quello del profeta Amos, in cui egli dice ‘per questo, per questo e per questo tu verrai punito’ e fa un elenco di tutti i mezzi illeciti con cui l’uomo può approfittarsi del proprio fratello, di quello che non si può fare. La Bibbia sottolinea il fatto che un mezzo illecito non si può usare per uno scopo giusto e che Dio punisce coloro che fanno questo. Dio punisce l’inganno, la frode, lo sfruttamento, penso, per esempio, ai laboratori clandestini: ce ne sono molti qui a Buenos Aires. Il profeta Amos, su questo, è molto chiaro, ‘Stai sfruttando il tuo fratello’ e Dio punisce coloro che si arricchiscono, prendono possesso di qualcosa, si rafforzano o conseguono qualunque altro scopo attraverso un mezzo illecito. Questa è la tradizione biblica. Quindi, il fine non giustifica i mezzi. E riprendo quella che secondo me è un’interpretazione molto appropriata: giustizia, sì, ma attraverso la giustizia” (Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana).

Il castigo di Dio per antonomasia è l’inferno, che è primariamente una condizione che consiste nella separazione eterna da Dio. È una diretta “conseguenza di una avversione volontaria a Dio, cioè di un peccato mortale, in cui si persiste fino alla fine” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1037). Il peccato grave, cioè l’omissione o l’atto deliberatamente voluti sapendo che sono contrari alla volontà divina che è segnalata dal Vangelo e dai comandamenti, esclude dal regno di Cristo, dalla sua eredità di amore e di gioia.
Il Cardinale Giacomo Biffi, in “Linee di escatologia cristiana” notava: “Ogni vera colpa è sempre rinuncia totale e definitiva alla legge di Dio e perciò a Dio stesso. Rinuncia totale, perché accettare la sua volontà parzialmente significa non accettarla come una volontà divina, che per forza deve essere la norma incondizionata di tutto. Rinuncia in se stessa definitiva, perché accettarla temporaneamente, sospendendone l’efficacia anche solo per un istante, significa rifiutarla come norma eterna, cui non ci si può mai sottrarre. Ma l’inferno nella sua vera essenza non è che un distacco totale e definitivo da Dio. Il che significa che il peccatore ottiene nell’inferno ciò che col peccato ha voluto ottenere. Il mistero della condanna si risolve quindi nel mistero della colpa. E se talvolta l’inferno ci potrà apparire come un assurdo psicologico, la cui considerazione ci è insopportabile, è perché il peccato stesso, che pure è una realtà della nostra vita, è un assurdo psicologico e una inspiegabile mostruosità. In fondo tutto ciò ci dice che non è Dio che tiene gli uomini lontano da sé nell’inferno, ma sono gli uomini a ostinarsi nel voler stare lontani da lui”.
Si tratta di un castigo che il dannato si infligge da se stesso e a causa dei suoi peccati. Avrebbe avuto la possibilità di pentirsi, di cambiar vita e di chiedere il perdono e la misericordia a Gesù Cristo, invece si è chiuso in se stesso rifiutando la grazia e l’amore di Gesù. Il profeta Geremia avverte il popolo ribelle: “La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio” (Geremia 2,19). Lo dice anche il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il Figlio non è venuto per giudicare, ma per salvare e per donare la vita che è in lui. È per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica da se stesso, riceve secondo le sue opere e può anche condannarsi per l’eternità rifiutando lo Spirito d’amore” (679). “Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola ‘inferno’” (1033).
Accanto al castigo eterno ci sono dei castighi temporali, che sono sempre conseguenza diretta di una colpa volontaria. Sempre il Catechismo della Chiesa Cattolica (1861) ricorda la perdita dell’amore di carità e della grazia santificante. Questa è la vera disgrazia, perdere la grazia in senso proprio. La grazia santificante è quella condizione di cui parla Gesù in questi termini: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Essere in grazia significa abitare, vivere e agire in Dio, in piena comunione di amore con lui, e significa anche che Dio ci ispira, ci muove, ci trasforma, ci divinizza, ci configura a Cristo. Perdendo la grazia perdiamo questa comunione, da capolavoro divino diventiamo mostruosi, da deiformi diventiamo deformi.

La Santa Madre Chiesa, nelle sue pubbliche preghiere per impetrare la cessazione delle pestilenze implorava Dio così: “Da’, o Signore, effetto alle nostre pie richieste e storna, propizio, la pestilenza e la mortalità; affinché i cuori degli uomini mortali sappiano che dalla tua indignazione vengono questi flagelli e per tua miserazione cessano“.

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Parla Angelo Scola: “Non esiste il castigo divino, Milano ce la farà”
di Paolo Rodari
La Repubblica, 26 febbraio 2020
“Da piccolo ricordo le bare bianche dei miei cugini, che se ne andavano per polmonite e tubercolosi, io stesso a vent’anni fui colpito da questa malattia”
«Nel 1576 Milano venne investita dalla peste. La chiamarono la peste di san Carlo. Perché un uomo, san Carlo appunto, la visse in modo differente, senza paura, arrivando a dare la vita per gli altri e in questo modo facendo sì che tutti addirittura definissero la stessa peste usando il suo nome. Se questi giorni di paura, legittima, ci facessero ritornare a un modo di vivere le relazioni così, come fece san Carlo, non sarebbero giornate andate sprecate. Proprio in quei giorni trovo un’indicazione su come stare dentro queste prove».
Ha scelto di abitare a Imberido di Oggiono, Angelo Scola, dopo aver lasciato la guida dell’arcidiocesi di Milano a Mario Delpini. Ha deciso di fare ritorno ai manzoniani luoghi della sua infanzia, vicino a «quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno», distante appena dieci chilometri da Malgrate, il paese dove nacque 78 anni fa da suo padre Carlo, camionista, e da sua madre Regina, guantaia e casalinga.
Quando era bambino visse situazioni analoghe a quella di oggi?
«Per certi versi sì. Ricordo le piccole bare bianche dei funerali dei bambini, fra questi alcuni miei cugini, che se ne andavano per polmonite e tubercolosi. Io stesso a vent’anni fui colpito dalla tubercolosi. C’erano anche allora paura e smarrimento. Anche se le famiglie facevano tanti bambini e dunque, seppure nel dolore unico e insieme terribile, le morti erano mitigate dalla presenza dei tanti che restavano. Inoltre, c’era un riferimento netto e chiaro alla fede nella risurrezione per cui tutto era vissuto alla fine con speranza».
Alessandro Manzoni non criticò la paura della gente, però insieme denunciò l’istinto atavico di guardare ogni nostro simile come a una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Perché?
«Anzitutto diciamo una cosa: la paura è una reazione normale di difesa di fronte a un evento inatteso e minaccioso. L’Io si smarrisce. È inevitabile. Non c’è da scandalizzarsi. L’importante è far evolvere la paura in modo razionale, cogliere il significato del fatto straordinario che ci sta accadendo».
Perché vedere negli altri un potenziale nemico?
«Nella paura non ci si riesce a stare e così si cercano vie per scrollarsela di dosso. Cercare un nemico è una di queste. Sono atteggiamenti non belli. A me, ad esempio, colpisce che sui media si parla dei morti per il coronavirus quasi con sollievo perché tante di queste persone sono anziane. Anche io lo sono, e sentire certi discorsi non è il massimo».
Anche Giovanni Boccaccio, il cui Decamerone è ambientato in un luogo di quarantena durante l’epidemia di peste a Firenze, parlò di questo avvelenamento sociale dei rapporti.
«È un po’ quanto accade oggi anche rispetto alle migrazioni. Il diverso fa paura. Tutto ciò dovrebbe aprire una riflessione su che tipo di relazione si ha con sé stessi e con gli altri, in che tipo di società si desidera vivere. In ogni caso è evidente, certe reazioni sono anche figlie delle comunità con cui si ha a che fare. Se, ad esempio, un credente vive in una comunità cristiana che parla solo di paura è chiaro che reagirà in certo modo in determinate situazioni».
La Chiesa ha preso provvedimenti, ad esempio in Lombardia, sospendendo le messe. Condivide?
«Pienamente. Sono contento del comunicato dei vescovi lombardi che accompagnano il popolo di Dio in questa fase. Ci è chiesto di fare come durante la quaresima ambrosiana nella quale il venerdì si rinuncia all’eucaristia. E così si comprende meglio, nella mancanza, il valore del ricevere il Signore».
Si parla molto dell’effetto economico che questi giorni avranno sul Paese. Cosa pensa?
«L’aspetto economico è importante, ma occorrerebbe affrontare il tema della rigenerazione della comunità civile. Questi giorni devono secondo me far comprendere la necessità che in una società plurale o l’Io vive come relazione o non vive. Dal diffondersi del coronavirus può nascere un diverso senso di unità, e una riflessione per una politica che favorisca la condivisione dentro questa pluralità. Questa narrazione reciproca ancora non c’è mentre sarebbe necessaria».
È cristianesimo la visione per la quale dietro il coronavirus vi sarebbero dei castighi divini?
«È una visione scorretta. Dio vuole il nostro bene, ci ama e ci è vicino. Il rapporto con lui è da persona a persona, è un rapporto di libertà. Certo, conosce e prevede gli avvenimenti ma non li determina. Quando gli chiedono se le diciotto persone morte sotto il crollo della torre di Siloe abbiano particolari colpe Gesù smonta la questione: “No, io vi dico, non erano più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme”. Per i cristiani Dio comunica attraverso le circostanze e i rapporti. Anche da questa circostanza potrà emergere un bene per noi. Fra i tanti insegnamenti la necessità di imparare a stare nella paura portandola a un livello razionale».

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