Michele Zanzucchi: dal Medio Oriente la pace possibile nel Mediterraneo

Fino al 23 febbraio si riuniranno a Bari i vescovi cattolici ed ortodossi sul tema ‘Mediterraneo, frontiera di pace’, l’evento di riflessione e spiritualità che sarà concluso da papa Francesco con oltre 60 vescovi delle Chiese affacciate sul grande mare in rappresentanza di tre continenti (Europa, Asia e Africa).

Un mar Mediterraneo che vede ancora troppi focolai di guerra come avviene in Medio Oriente: “Al solito, il Medio Oriente evidenzia la crisi della politica internazionale, del suo diritto e delle sue istituzioni, incapaci di regolare le inevitabili tensioni che sorgono tra Paesi concorrenti”, come ha scritto Michele Zanzucchi, docente di comunicazione all’Università della Gregoriana ed a Sophia, che da alcuni anni, come responsabile ‘Esteri’ del mensile ‘Città Nuova’, vive a Beirut.

A lui abbiamo chiesto di spiegarci perché il Medio Oriente è ancora in fiamme: “Il card. Martini disse un giorno: ‘Se si visita Gerusalemme per una settimana, si può scrivere un libro. Dopo un mese si scrive a malapena un articolo. Un anno più tardi la penna si secca’. Il Medio Oriente è mistero, non solo per l’incarnazione, non solo per la presenza delle tre religioni del libro con le loro infinite diramazioni, non solo per motivi storici.

Il Medio Oriente in questo momento accoglie non solo i popoli che di diritto vi hanno casa, ma anche tutte o quasi le potenze regionali e mondiali coi loro interessi espliciti o inconfessabili. In Medio Oriente si sta vivendo la Terza guerra mondiale «a pezzi» di bergogliana memoria. Il Medio Oriente è il mondo concentrato, con le sue contraddizioni e le sue bellezze, i suoi eroismi e le sue bastardaggini”.

Per quale motivo anche in Libano le proteste invadono le piazze?

“Anche questa domanda richiederebbe giornate intere di riflessioni. Basti qualche elemento: 18 comunità religiose riconosciute; il gas scoperto nel braccio di mare che lo separa da Cipro; l’eredità di una guerra civile spaventosamente crudele; un milione e mezzo di rifugiati siriani dal 2011-2012; 500.000 palestinesi da 70 anni nel Paese, ancora nei campi loro assegnati, dopo la costituzione dello Stato d’Israele; una classe politica corrotta e incapace; una società civile assai cosciente delle sue prerogative; e ancora, la presenza degli Hezbollah filo-iraniani; una crisi finanziaria spaventosa, con la lira libanese che ha perso metà del suo valore rispetto a dollaro ed euro. Basta?”

Quale ruolo gioca la crisi libanese nello scacchiere mediorientale?

“Il Libano è un elemento originalissimo nel Medio Oriente. Giovanni Paolo II l’aveva definito ‘un messaggio’ per tutta la regione, e anche oltre. Perché ospita una quantità impressionante di comunità diverse che riescono a coabitare, non dico a convivere, in modo più o meno accettabile; perché è un Paese in cui la democrazia, seppure in una versione ‘confessionale’ gestisce la vita civile in modo più o meno elastico; perché qui convivono sciiti e sunniti, in una regione in cui sembra che le due principali diramazioni dell’Islam debbano scannarsi (mentre il conflitto è tra sauditi e iraniani);

perché sul lungomare di Beirut le donne possono passeggiare in tenuta quasi adamitica o coperte dal burqa; perché la religiosità è connaturale alla vita dell’intera popolazione, nonostante molto spesso il clero delle diverse confessioni religiose non dia una grande testimonianza spirituale ed etica; perché in pochi chilometri quadrati (è grande quanto l’Abruzzo) si possono trovare mari incantevoli e montagne da sogno, i più grandi templi romani al mondo (a Baalbek) e la più antica iscrizione alfabetica (a Byblos); perché qui le monarchie del Golfo hanno investito miliardi, ma pure gli Stati Uniti e l’Iran. Di nuovo, basta?”

A Bari le religioni si incontrano per una riflessione sul mediterraneo: quale ruolo hanno nella costruzione della pace?

“La saggistica e la convegnistica, malate di ‘scorciatoismo’, sogliono attribuire alla religione e alle sue derive i peggior mali di questo mondo. Mentre in realtà le fedi sono essenziali nella costruzione della pace. Anzi, senza di esse non c’è pace che tenga. Troppo spesso si rivestono i problemi politici e sociali di una patina religiosa: i fondamentalismi sono combattuti, soprattutto dalla cultura occidentale, come il male supremo.

Senza rendersi conto che tra questi fondamentalismi andrebbero inseriti a maggior titolo anche quelli del capitalismo liberista sfrenato e della cinica tecnocrazia del digitale… Il fatto è che i ‘tumori’ sociali e politici nascono troppo spesso da visioni del mondo distorte delle ideologie coniugate con le religioni”.

Come proporre una cultura del dialogo per la pace nel Mediterraneo?

“Altra domanda da cento dollari. Ognuno deve fare la sua parte: la politica, con una visione partecipativa e non esclusiva; le Chiese d’ogni sorta testimoniando la pace che è della fede sincera; le organizzazioni della società civile adoperandosi per risolvere conflitti piccoli e grandi; i cittadini accogliendo e non rigettando…

La pace si costruisce con il dialogo reso quotidianità. Un grande massmediologo francese, Dominique Wolton, recentemente ha detto: ‘Rendiamoci conto che dietro ogni informazione c’è una comunicazione o un’incomuncazione’. Il che vuol dire che non basta parlare della pace e del dialogo, non basta invocarli, ma bisognerebbe sempre e comunque aprire spazi di comunicazione”.

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