Circa l’atteggiamento che un cattolico dovrebbe tenere verso il Papa

Su Ilsussidiario.net del 13 febbraio 2020 è stato pubblicato una lettera al direttore di Massimo Borghese sull’esistenza di un cesaropapismo occidentale che antepone il giudizio politico a quello religioso e giudica i papi esclusivamente secondo questo criterio. Il 15 febbraio 2020 è stato pubblicato una risposta di Dario Chiesa con alcuni riflessioni all’articolo di Massimo sull’odio verso gli ultimi papi non per questioni dottrinali ma politiche, in cui rileva che il punto sollevato è importante, in quanto riguarda l’atteggiamento che dovrebbe tenere un cattolico verso il Pontefice e che sul sagrato dopo la Messa la agente comune parla di altro, non di teologia politica e cesaropapismo.

Teologia politica o cesaropapismo, sui sagrati delle chiese si parla d’altro
di Dario Chiesa
Ilsussidiario.net, 15 febbraio 2020
Caro direttore,
se mi è consentito vorrei condividere alcune riflessioni, da semplice cattolico né filosofo e tantomeno teologo, sul ponderoso articolo di Massimo Borghesi. Il punto sollevato è importante, in quanto riguarda l’atteggiamento che dovrebbe tenere un cattolico verso il Pontefice, che mi è stato insegnato dover essere sempre di rispetto e obbedienza ultima.
Mi è stato anche insegnato che ciò non esclude la possibilità di critica, sempre con il dovuto rispetto e nella sincera ricerca di una maggiore comprensione delle dichiarazioni e posizioni del Papa, come d’altro canto del proprio vescovo.
Né esclude che le caratteristiche umane dei vari Papi possano determinare maggiore o minore simpatia, purché sempre nel rispetto e nell’obbedienza. In ogni caso, rimane comunque condannabile il disprezzo.
L’ampia analisi di Borghesi mi pare concentrata sul contrasto ai Papi non per questioni dottrinali, ma essenzialmente sociali o politiche, nel senso più vero e profondo del termine. Cioè in un’area in cui dovrebbero essere lecite critiche, sempre nel rispetto e obbedienza ultima.
La mia perplessità deriva dal fatto che la condanna pare limitata a quelli che Borghesi definisce cattolici “conservatori” o “di destra”. Eppure, tutte le situazioni descritte nell’articolo potrebbero essere attribuite, con posizioni ribaltate, ai cattolici definiti “progressisti” o “di sinistra”. Per la verità, Borghesi riserva loro una frase dell’articolo: “Allo stesso modo non piacevano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI a coloro che erano orientati a sinistra”. Mi sembra francamente minimalista ridurre a un non gradimento gli attacchi condotti da quegli ambiti, soprattutto a Benedetto.
Mi colpisce soprattutto la demonizzazione di chi critica Papa Francesco, perché questo mi sembra il senso ultimo dell’articolo, e parlo di demonizzazione visti i termini usati da Borghesi: “il partito degli zeloti”, “prevalenza del giudizio politico su quello religioso” (Borghesi è riuscito a entrare nella coscienza di tutti quelli che definisce conservatori?), “sovranisti”, anti-europei e “fedeli soldati degli Usa”, oltreché “a fianco dello Stato di Israele”. Devo dedurre che se sostenessero, non dico Hamas, ma l’Olp sarebbero più autenticamente cattolici?
Personalmente considero Netanyahu una iattura non solo per Israele, così come non ho particolari simpatie per Trump, ma se le avessi avute per Clinton e Obama, come sembra avere Borghesi, sarei stato un cattolico migliore?
D’altro canto, lo stesso Borghesi non si è peritato di criticare in modo netto il Papa emerito, per essersi attribuito questo appellativo. In un precedente articolo sul Sussidiario circa la diatriba sul libro con il cardinal Sarah, Borghesi afferma: “Discutibile non perché egli non abbia il diritto di parlare o di pubblicare, ma per il titolo che, al momento dell’abdicazione, ha deciso di conservare: quello di Papa ‘emerito’. Un titolo che non ha precedenti nell’intera storia della Chiesa e sulla cui validità eminenti studiosi, come il gesuita Gianfranco Ghirlanda nel suo ‘Cessazione dell’ufficio di romano pontefice’ (La Civiltà Cattolica, 2 marzo 2013), hanno sollevato seri dubbi”.
Non credo sia l’intenzione di Borghesi, ma ho spesso l’impressione che si voglia suggerire a Papa Francesco di comportarsi come Bonifacio VIII fece con Celestino V.
Infine, non ho gli strumenti intellettuali per entrare in una discussione sulla “teologia politica” ma, senza dubbio per la mia incompetenza, ho l’impressione che in questa categoria rientri anche l’articolo di Borghesi. Al quale posso assicurare che, ogni mattina sul sagrato dopo la Messa, i problemi che vengono discussi sono altri e non credo che potrò aiutare i miei interlocutori, gente comune come me e che si ritrovano un po’ confusi, parlando loro di teologia politica e di cesaropapismo.

Il Presidente del Parlamento della ex-Repubblica Jugoslava di Macedonia, Trajko Veljanoski, in maggio 2016 ha regalato a Papa Francesco una tiara impreziosita di perle raccolte nel lago di Ohrid e lavorata a mano dalle suore del Monastero di Rajcica. Anche Benedetto XVI e Giovanni Paolo II ne ricevettero in dono. A Papa Benedetto XVI ne fu donata una nel maggio 2011 da Dieter Filippi, un uomo d’affari tedesco, stata realizzata a Sofia, in Bulgaria, dai cristiani ortodossi dello studio Liturgix, in nome dell’unità dei cristiani. Anche Papa Giovanni Paolo II ricevette una tiara, in metallo di foggia medievale, donata dai cattolici ungheresi nel 1981. Tuttavia, l’ultimo Sommo Pontefice a indossare una tiara fu Papa Paolo VI, nel giugno 1963. Anche se scomparsa dall’uso liturgico e dallo stemma personale del Pontefice, la tiara rimane negli stemmi della Sana Sede e dello Stato della Città del Vaticano, insieme alle due chiavi decussate.

LETTURE/L’odio verso gli ultimi papi: una questione politica
di Massimo Borghesi
Ilsussidiario.net, 13 febbraio 2020
Caro direttore,
nel loro disprezzo verso papa Francesco gli ultras cattolici anti-Bergoglio evitano persino di chiamarlo per nome. Il Papa diviene “l’argentino di Santa Marta”: Francesco è l’“argentino” così come Giovanni Paolo II era il “polacco” e Benedetto XVI il “pastore tedesco”, una forma di razza canina. Queste formule di italico razzismo clericale ci ricordano che non da oggi i papi sono oggetto di disprezzo. Gli ultimi papi in particolare.
Paolo VI, il pontefice del Concilio Vaticano II, fu oggetto da parte dei conservatori e della destra politica di attacchi continui, di vignette satiriche, di dileggio. I conservatori di oggi lo ricordano solo per il discorso sul fumo di Satana nella Chiesa postconciliare e per la Humanae vitae dedicata alla critica dell’aborto e della contraccezione. Non una volta vengono ricordati i suoi documenti sociali, a cominciare dalla Populorum progressio.
Uno stesso destino riguarda Giovanni Paolo II. Fu osannato da tutto il fronte politico che vedeva in lui il baluardo contro il comunismo sovietico, l’alfiere della liberazione della Polonia dalla dittatura. Fu egualmente lodato da coloro per i quali le sue correzioni delle derive marxiste della teologia erano essenziali per la tenuta della fede. Dopo l’89 però una gran parte di entusiasti si perse per strada. Non risultarono gradite né le sue critiche al capitalismo degli anni 90, né il suo incontro di Assisi con i rappresentanti delle religioni del mondo giudicato come un cedimento al relativismo. Non piacque nemmeno la sua richiesta di perdono, a nome della Chiesa universale, per gli errori e i peccati in occasione del grande giubileo del 2000. Per la mentalità conservatrice la Chiesa era esente da errori e da peccati, non doveva sottomettersi al giudizio del mondo.
L’opposizione più dura si manifestò nel 2003-2004, in occasione della guerra americana contro il regime di Saddam Hussein in Iraq. Si vide allora un Papa vecchio e malato ergersi come un leone di fronte al presidente Bush jr. e l’idea di una crociata cristiano-occidentale contro l’asse (islamico) del “Male”. In quella occasione una buona parte di coloro che avevano sostenuto e applaudito il giovane Giovanni Paolo II contro il comunismo lo lasciò solo. Lo avevano seguito solo per orientamento politico e per il medesimo orientamento ora lo lasciavano.
Come scrivevamo in un articolo del 2003, Il “Dio degli eserciti” e il “Papa soldato”: “Quel mondo, oltremodo solerte nel richiamare i diritti della vita e della famiglia, si trova oggi a difendere Bush, considerato il miglior interprete del Regno del Bene, contro il Papa; a sfumare la posizione di quest’ultimo considerato al fondo non un “pacifista” ma un “Papa soldato”; a segnare i confini che contrassegnano la “giusta” autonomia del regno di Cesare rispetto a quello di Dio. L’ultramontanismo diviene così la sostanza di una laicità formale per la quale la coscienza cristiana rappresenta la legittimazione morale del potere mondiale”. I cattolici conservatori, che avevano fatto di Giovanni Paolo II il loro paladino per la critica al marxismo e per la lotta all’aborto e la difesa della famiglia, nell’ora decisiva gli voltarono le spalle preferendo l’America. L’ideologia politica, in questo caso dei teocon statunitensi, segna ogni volta o una presa di distanza o, al contrario, la vicinanza verso il Papa.
È la medesima ideologia che spiega le simpatie iniziali verso Benedetto XVI. Salvo poi rimanere delusi allorché papa Ratzinger non si è dimostrato il “mastino tedesco” che ci si attendeva. Negli ultimi anni del suo pontificato le critiche del direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara erano palesi. Per non parlare poi delle dimissioni di Benedetto, un gesto inaudito, imperdonabile per i fautori del “ratzingerismo” come ideologia.
A partire dal 1978, anno della morte di Paolo VI, una parte cospicua del mondo cattolico, delusa ed impaurita dagli esiti problematici del post-Concilio e dalla china filo-marxista di tanta teologia impegnata, ha giudicato i Pontefici a partire dalla loro vicinanza o meno al potere occidentale incarnato dagli Usa a guida repubblicana. È l’orientamento, oggi particolarmente diffuso, che ha trovato espressione nella recente National Conservative Conference tenutasi a Roma il 3 e 4 febbraio, dedicata a Dio, Onore, Nazione: Presidente Ronald Reagan, Papa Giovanni Paolo II e la libertà delle nazioni. Per i relatori del Convegno, Viktor Orbán, Giorgia Meloni, Rod Dreher, l’autore di The Benedict Option: A Strategy for Christians in a post-Christian Nation, il Giovanni Paolo II che merita di essere ricordato è quello alleato degli Usa contro il comunismo mondiale. Da Reagan si passa a Bush, senior e junior, e poi a Trump, saltando Clinton ed Obama. Il potere mondiale viene prima del Papa; è il modello in base al quale il successore di Pietro viene giudicato.
Al cesaropismo della Chiesa orientale si contrappone così un nuovo cesaropapismo di marca occidentale. I cattolici “occidentalisti” giudicano oggi Francesco un “obamiano”, una pedina fuori gioco, una figura ondivaga e destabilizzante. Il punto che marca le distanze è l’apertura verso i poveri ed ai migranti, un tema sociale che chiama in causa valutazioni politiche. È a partire da una valutazione politica, modulata da un orientamento fortemente conservatore, che matura anche l’opposizione “religiosa” al Papa. La critica politica precede e fonda la critica religiosa. Per chi ha una visione politica orientata a destra questo Papa non piace. Allo stesso modo non piacevano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI a coloro che erano orientati a sinistra.
Ogni volta il fossato tra una parte del mondo cattolico e i Pontefici viene scavato dalla priorità accordata al giudizio politico su quello religioso. Questa priorità ha un nome: si chiama teologia politica, una formula per indicare l’avvenuta secolarizzazione della fede. È un paradosso che oggi il partito degli zeloti, di coloro che accusano il Papa di relativismo e di modernismo, rappresentino, in realtà, l’espressione di una metamorfosi del sensus fidei: dal primato del religioso al primato del politico. I cattolici conservatori denunciano senza sosta gli esiti del processo di secolarizzazione. Il Papa stesso ne sarebbe corresponsabile. E così non si avvedono di essere essi stessi un prodotto dell’era della secolarizzazione. Sono giocati dal loro avversario che si dimostra ben più forte ed abile delle loro credenze.
Chiusi nella Chiesa assediata, in perpetua lotta contro il mondo, essi sono perfettamente funzionali alla distribuzione delle parti assegnata dal potere. Il loro posto è a fianco degli Usa e, a prescindere dalla politica dei governi, dello Stato di Israele. Si dicono sovranisti, e perciò avversi al supposto globalismo di Francesco, e non si avvedono che il disegno di disgregazione dell’Europa corrisponde al disegno di altre potenze mondiali. Sono contro l’Europa e, al contempo, fedeli soldati degli Usa attuali. Chi, oggi come ieri, è contro il Papa non serve la Chiesa che afferma di voler servire ma il mondo. Il cesaropapismo dilaga all’Est come all’Ovest. Coloro che non se ne avvedono e pensano di giocare semplicemente una battaglia per il trionfo della religione rappresentano il miglior giocattolo nelle mani del potere mondiale.

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