Che l’amore sia tutto, è tutto ciò che sappiamo dell’amore

Oggi, 14 febbraio 2020 è San Valentino, come ogni anno d’altronde, giorno per gli scambio di auguri e doni fra innamorati.
Amare, ovviamente, si fa ogni giorno, di nuovo e l’amore va curato come le rose in un giardino, per farli crescere. Perché, come dice un proverbio arabo: l’amore è come la luna, se non cresce, cala. Coloro che curano le rose, sanno che non sono soltanto meravigliose, ma che hanno anche le spine.

Comunque, l’odierna ricorrenza dedicata agli innamorati è speciale ed è connessa con tante usanze in gran parte del mondo (soprattutto in Europa, nelle Americhe e in Estremo Oriente).

Visto che con la mia compagna Valentina – che oggi festeggia il suo onomastico, appunto e quindi dedico questa riflessione a lei – siamo abituati ad andare sempre oltre, oggi mi ha suggerito di scrivere qualcosa sulla storia del santo – che è molto interessante – e di fare anche qualche riflessione, su quanto detto prima: l’Amore non si limita ad un giorno specifico, una volta all’anno e basta. L’Amore è un cammino fatto di prendere cura delle fragilità dell’altro. È il concetto di Amore assoluto, di Amore vero.

Poeti, filosofi, scienziati, psicologi, musicisti, artisti e così via, ognuno dà una sua definizione di cosa è vero amore.
Fabrizio Caramagna dava come titolo ad un suo romanzo poetico “il numero più grande è due”, come pensò Aristotele: “L’amore è composto da un’unica anima che abita due corpi”.
“Si può dare un bacio senza necessariamente provare alcun amore, senza il minimo sapore. Sì, il bacio può ingannare facilmente, ma un abbraccio? Oh no, l’abbraccio non mente, perché quando una persona ti tira a sé e ti stringe fortemente, è come se volesse farti entrare il suo cuore dentro al petto” (Anonimo).
“Il vero amore deve sempre fare male. Deve essere doloroso amare qualcuno, doloroso lasciare qualcuno. Solo allora si ama sinceramente” (Santa Madre Teresa di Calcutta).
“Nel vero amore è l’anima che abbraccia il corpo” (Friedrich Nietzsche).

-Allora cosa faremo?
-L’amore.
-Davvero?
-Si.
-Perfetto, allora mi spoglio.
-E perché ti togli i vestiti?
-Per fare l’amore.
-E chi ti ha detto che devi spogliarti per fare l’amore?
-Che io sappia, si fa così.
-No, quello non è amore, quella è possesso.
-Non capisco, e come si fa?
-Lasciati addosso i vestiti e parliamo fino a stancarci, fino a provare a decifrarci, fino a conoscere tutto a memoria, fino a scoprire i nostri segreti più profondi, fino a scioglierci solo guardandoci, fino a quando questi occhi si stanchino e mi obblighino a dormire.
-E proverai a tenerli ancora aperti?
-Si, solo per vederti”
(Anomimo).

“Amore non è guardarci l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione” (Antoine de Saint-Exupéry).

Sebbene la figura di San Valentino sia nota per il messaggio d’amore portato da questo santo, l’associazione specifica con l’amore romantico e gli innamorati è quasi certamente posteriore, e la questione della sua origine rimane controversa.

La spiegazione più accreditata fa risalire la festa degli innamorati ad un popolare rito pagano per la fertilità, che la Chiesa cattolica ha fatto suo.

Nei giorni intorno alla metà di febbraio, nell’Antica Roma si celebrava i Lupercalia, feste di radice arcaica legate al ciclo di morte e rinascita della natura, alla sovversione delle regole e alla distruzione dell’ordine per permettere al mondo e alla società di purificarsi e rinascere. Queste feste erano accompagnate da vari rituali, mascherate, cortei, e giornate in cui i servi prendevano il posto dei padroni e viceversa, con l’intento di innescare un processo appunto di rinascita rimettendo in atto il caos primigenio. Parte di queste manifestazioni ritualistiche è sopravvissuta fino a oggi, mediata dalla morale cristiana, nelle tradizioni del Carnevale.
Il 13 febbraio si celebrava l’anniversario della fondazione del tempio di Faunus sull’Isola Tiberina, fatto costruire nel 196 da edili plebei e dedicato due anni dopo nel 194 a.C., alle idi di febbraio, che anticipavano di due giorni i Lupercalia, la più importante festività romana in onore di Faunus, una divinità italica oggetto di un culto antichissimo, protettore degli animali, dei campi e delle selve. Le caratteristiche principali di Faunus sono evidenziate dai suoi appellativi. Faunus è “Agrestis”, si aggira nelle foreste e nelle campagne, per apparire spesso ai contadini, che si diverte a spaventare, di giorno e anche di notte; è “Incubus”, perché grava sul corpo di chi dorme e lo affligge con inquietanti visioni notturne; è “Inuus” (da “ineo”, che significa penetrare), ovvero è perennemente intento ad accoppiarsi con donne e ninfe, ma anche con le femmine di tutti gli animali; è anche “Fatuus” o “Fatuclus”, ovvero dotato di parola, che utilizza per dar voce alla foresta e anche per pronunciare i suoi oracoli. Faunus si trova spesso associato a divinità a lui simili, come Silvanus, dio delle selve, e Lupercus, una sua manifestazione sotto forma di lupo.
Alcune pratiche arcaiche della fertilità prevedevano che le donne di Roma si sottoponessero, in mezzo alle strade, ai colpi vibrati da gruppi di giovani uomini nudi, armati di fascine di rami strette da spaghi. Attraverso le frustate di questi uomini, “regrediti” alla condizione ancestrale e divina della sessualità libera, impersonata dal dio agreste Faunus-Lupercus, le donne ricevevano una benedizione che ne propiziava la fertilità.
Un singolare rito annuale, con cui i romani pagani rendevano omaggio al dio Lupercus consisteva nel mettere i nomi delle donne e degli uomini che adoravano questo Dio in un’urna e mescolati. Un bambino sceglieva a caso alcune coppie che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità affinché il rito della fertilità fosse concluso.

Questi riti, di natura ancestrale e legate alla sfera più antica e primordiale della sessualità umana, furono definite deplorevoli già nel tardo Impero Romano. Furono definitivamente bandite dalla Chiesa e, per metter fine a queste pratiche, ha cercato “un santo degli innamorati”.
Una leggenda narra che a Roma, nel 270. il Vescovo Valentino di Interamna, (l’attuale Terni), amico dei giovani amanti, fu invitato dall’imperatore pazzo Claudio II e questi tentò di con- vincerlo ad interrompere questa strana iniziativa e di convertirsi nuovamente al paganesimo. San Valentino rifiutò di rinunciare alla sua Fede e, imprudentemente, tentò di convertire Claudio II al Cristianesimo. La leggenda narra anche che Valentino, in prigione in attesa dell’esecuzione, si innamorò della figlia cieca del guardiano e che, con la sua fede, riuscì a ridare la vista alla fanciulla. Seconda la leggenda Valentino avrebbe donato a una fanciulla povera una somma di denaro, necessaria come dote per il suo sposalizio, che, senza di questa, non si sarebbe potuto celebrare, esponendo la ragazza, priva di mezzi e di altro sostegno, al rischio della perdizione. Il generoso dono – frutto di amore e finalizzato all’amore – avrebbe dunque creato la tradizione di considerare il Vescovo Valentino -lapidato e poi sarebbe decapitato il 24 febbraio 270 – come il protettore degli innamorati.

A San Valentino sono dedicate altre leggende, alcune anche banali e non dobbiamo dimenticare che tali sono e tali rimangono.

Sembra che fu Papa Gelasio I a istituire nel 496, sul ceppo reciso della antica festa pagana romana dei Lupercalia, cristianizzandola, una festività dedicata all’amore, in questo caso romantico e privo di riferimenti espliciti alla sessualità, ma, nel solco della tradizione biblica, comunque fertile e fruttuoso, finalizzato alla riproduzione, associandola idealmente alla protezione di San Valentino di Terni.
Alla sua diffusione, soprattutto in Francia e in Inghilterra, contribuirono i Benedettini, attraverso i loro numerosi monasteri, essendo stati affidatari della basilica di San Valentino a Terni dalla fine della seconda metà del VII secolo.
Una delle tesi più note è che l’interpretazione del giorno di San Valentino come festa degli innamorati si debba ricondurre al circolo di Geoffrey Chaucer, che nel Parlamento degli Uccelli associa la ricorrenza al fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra con Anna di Boemia; tuttavia, studiosi come Henry Kelly e altri hanno messo in dubbio questa interpretazione. In particolare, il fidanzamento di Riccardo II sarebbe da collocare al 3 maggio, giorno dedicato a un altro santo, omonimo del martire, San Valentino di Genova.

Pur rimanendo incerta l’evoluzione storica della ricorrenza, ci sono alcuni riferimenti storici, i quali fanno ritenere che la giornata di San Valentino fosse dedicata agli innamorati già dai primi secoli del II millennio. Fra questi, c’è la fondazione a Parigi, il 14 febbraio 1400, dell'”Alto Tribunale dell’Amore”, un’istituzione ispirata ai principi dell’amor cortese. Il tribunale aveva lo scopo di decidere su controversie legate ai contratti d’amore, ai tradimenti e alla violenza contro le donne. I giudici venivano selezionati in base alla loro familiarità con la poesia d’amore.
La più antica “Valentina” di cui sia rimasta traccia risale al XV secolo e fu scritta da Carlo d’Orléans, all’epoca detenuto nella Torre di Londra dopo la sconfitta alla battaglia di Agincourt del 1415. Carlo si rivolge a sua moglie (la seconda, Bonne di Armagnac) con le parole: “Sono già malato d’amore, mia dolcissima Valentina”.
Successivamente, nell’Amleto di Shakespeare, durante la scena della pazzia di Ofelia, la fanciulla canta vaneggiando: “Domani è San Valentino e, appena sul far del giorno, io che son fanciulla busserò alla tua finestra, voglio essere la tua Valentina”.

Fatto è che nella metà di febbraio si riscontrano i primi segni di risveglio della natura e nel Medioevo, soprattutto in Francia e Inghilterra, si riteneva che in quella data cominciasse l’accoppiamento degli uccelli, quindi l’evento si prestava a essere considerato la festa degli innamorati.

Le frasi che ho citato nell’incipit – di autore sconosciuto, anche se spesso vengono attribuite, senza fonte, al poeta e scrittore statunitense Charles Bukowski alias Henry Chinaski, suo alter ego letterario (Andernach, 16 agosto 1920 – Los Angeles, 9 marzo 1994) – formano un bellissimo testo, che esprime totalità, come deve essere un rapporto tra una donna e un uomo che si amano. Il piacere del conoscersi profondamente, che viene ancor prima del piacere fisico, culminando nell’apoteosi, il guardare nella stessa direzione.

Invece, Bukowski, quando parla dell’amore, spesso è troppo dissacrante, anche se, poi, ha pure qualche bagliore di vero amore…

„Guido per le strade,
ad un passo dal pianto,
vergognandomi del mio sentimentalismo
e del mio possibile amore“
(Charles Bukowski, “Love Is a Dog from Hell – Amore è un cane dall’inferno).

„«Sei mai stato innamorato?»
«L’amore è per la gente vera»
«Tu sembri vero»
«La gente vera non mi piace»
«Non ti piace?»
«La odio»“
(Charles Bukowski, “Factotum”).

“La verità profonda, per fare qualunque cosa, per scrivere, per dipingere, sta nella semplicità. La vita è profonda nella sua semplicità” (Charles Bukowski, “Hollywood, Hollywood!”).

Si ama e si odia, come Bukowski esprime in questa poesia:
“C’è abbastanza perfidia, odio, violenza, assurdità nell’essere umano medio
per rifornire qualsiasi esercito in qualsiasi giorno
E i migliori assassini sono quelli che predicano la vita
E i migliori a odiare sono quelli che predicano l’amore
E i migliori in guerra – in definitiva – sono quelli che predicano la pace
Quelli che predicano Dio hanno bisogno di Dio
Quelli che predicano la pace non hanno pace
Quelli che predicano amore non hanno amore
Attenti ai predicatori
Attenti ai sapienti
Attenti a quelli che leggono sempre libri
Attenti a quelli che o detestano la povertà
o ne sono orgogliosi
Attenti a quelli che sono sempre pronti ad elogiare
poiché hanno loro bisogno di elogi in cambio
Attenti a quelli pronti a censurare
hanno paura di quello che non sanno
Attenti a quelli che cercano continuamente
la folla; da soli non sono nessuno
Attenti agli uomini comuni alle donne comuni
attenti al loro amore,
Il loro è un amore comune
che mira alla mediocrità
Ma c’è il genio nel loro odio
c’è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti
per uccidere chiunque.
Non volendo la solitudine
non concependo la solitudine
cercheranno di distruggere tutto ciò
che si differenzia da loro stessi.
Non essendo capaci di creare arte
non capiranno l’arte.
Considereranno il loro fallimento, come creatori,
solo come un fallimento del mondo intero.
Non essendo in grado di amare pienamente
considereranno il tuo amore incompleto
e poi odieranno te
e il loro odio sarà perfetto.
Come un diamante splendente
Come un coltello
Come una montagna
Come una tigre
Come cicuta
La loro arte più raffinata”
(Charles Bukovski, “The Genius Of The Crowd – Il genio della massa”).

“Non so spiegarti l’amore. So che dentro c’è molto perdono, tanta cura, colori vastissimi, un po’ di chimica, un po’ di incastro e un po’ di destino, brividi, capricci e risate e la voglia di avventurarsi insieme nelle spire incantate del tempo” (Fabrizio Caramagna).

“Amare nella difficoltà il prossimo, fa crescere la capacità del proprio cuore di ricevere l’Amore di Dio: Che é Gioia Infinita” (Cit.).

In fondo, è vero quanto Emily Dickinson pensasse del vero amore: “Che l’amore sia tutto, è tutto ciò che sappiamo dell’amore”.

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