Egodistonia vs egosintonia. La paura di stare bene

La materia di cui siamo fatti, cambia continuamente. Questo perché la vita è un continuo mutamento, movimento, uno scorrere senza fine della realtà, perenne nascere e morire delle cose. Quindi noi, realmente, non siamo la stessa persona che eravamo un tempo, eppure di consueto sentiamo di essere uguali a come eravamo, come se lo spazio e il tempo non avesse effetto su di noi. Di fronte alla domanda “descrivi te stesso” rispondiamo riflettendo i nostri tratti caratteriali, i modi di essere, i valori, le predilezioni e le antipatie che ci contraddistinguono. E questo sentirci “così”, condiziona le nostre azioni, che diventano abitudini.

La capacità che abbiamo di permanenza del “se” si definisce Identità, e l’Identità implica coerenza. In assenza della seconda, la prima si dissolverebbe. Per questa ragione preferiamo e ricerchiamo esperienze a noi familiari, anche quando sono deleterie per il nostro benessere, rifiutando con altrettanta forza modi di agire e di pensare che ci appaiono distanti, inconsapevoli del fatto che potrebbero rappresentare la nostra salvezza. L’identità porta stabilità, ma impedisce di uscire da una visione limitata, a volte dolorosa, di se stessi.

Dopo questa premessa, necessaria, possiamo trattare al meglio l’argomento che oggi ho scelto per voi, l’egodistonia vs egosintonia.

Il grado di sintonia è la misura in cui eventi mentali o azioni sono percepiti coerenti con il sé. Non tutto ciò che abbiamo nella mente, lo vogliamo. Il cervello è un organo che ha ragioni sue e che, talvolta, produce emozioni, sentimenti e comportamenti egodistonici, incoerenti, ovvero con il nostro modo di essere disallineati rispetto a ciò che vorremmo provare. Sono quei pensieri che non siamo disposti ad accettare, quelle pulsioni non confessabili, quegli atti che non vorremmo ripetere, compiuti sotto la pressione di bisogni che pensiamo illegittimi. Quella parte di noi che può non sembrare nostra e ne siamo perfino impaurirti, perché, nel suo essere difforme, sottrae coerenza all’identità, la destabilizza.

Al contrario, definiamo egosintonici quei pensieri, emozioni, sentimenti e comportamenti che reputiamo in linea con la nostra personalità, che giudichiamo come la naturale conseguenza dell’immagine che abbiamo di noi stessi; sono le convinzioni che sentiamo su ciò che è giusto e sbagliato, i nostri valori. Di ciò che è egosintonico, ci fidiamo, ci dona tranquillità: come di una strada percorsa centinaia di volte, di cui conosciamo ogni curva, ogni pericolo, sappiamo esattamente dove ci condurrà. Una certa egosintonia, paradossalmente, può essere la causa dei nostri mali. Questo accade, perché il grado di egosintonia rispetto a un certo modo d’agire e di essere, più che definire la nostra reale natura, è indice della rigidità con cui abbiamo costruito l’identità e dell’indisponibilità ad accettare i lati di noi meno lusinghieri e presentabili. Ecco perché non siamo sempre disposti a perseverare di fronte alle difficoltà per ottenere qualcosa a cui diamo valore. Non siamo disposti sempre a metterci in gioco quando, sul piatto, vediamo l’eventualità di un insuccesso. La capacità di compiere simili azioni, quelle che potrebbero avvicinarci alla vita che vorremmo, spesso viene bloccata da modi di essere e di fare egosintonici.

Sembra un paradosso, ma l’egosintonia, in altre parole, non assicura il benessere. Al contrario può essere più dannosa delle azioni e dei pensieri egodistonici. Una certa egosintonia del sé è causa della maggior parte dei disturbi psicologici, perché è responsabile della sofferenza che, in misura minore o maggiore, tutti proviamo; quella che non è indotta da condizioni esterne, oggettive, ma dalla nostra stessa rigidità mentale. Potrà mai essere speranzoso e sereno chi vede nel futuro solo pericoli? Molti disturbi psicologici, sono proprio causati da questo disequilibrio, ovvero tra ciò che sentiamo di essere e ciò che in realtà vogliamo e siamo!

In psicologia esiste un manuale a scopo diagnostico, che descrive ed elenca i disturbi, i sintomi e li raggruppa in categoria in base agli elementi comuni. Parliamo del DSM 5, l’ultima versione più aggiornata.
I disturbi di personalità sono definiti tali, perché sono l’espressione dei tratti caratteriali patologici. Chi ha un disturbo della personalità, esterna un grado di egosintonia, di quelle stesse caratteristiche del sé, che sono responsabili del problema. Ovvero, affermando la frase “è giusto cosi”, “sono fatto cosi”!

Per chiarire meglio la teoria, propongo un esempio. Le persone ipocondriache hanno convinzioni egosintoniche. L’inaccettabile pensiero di soffrire e morire li spinge alla costante paura di ammalarsi, a chiedere continue rassicurazioni e a sottoporsi a ripetuti, quanto inutili, accertamenti specialistici, il cui effetto tranquillizzante non dura mai a lungo. Anche dopo check-up approfonditi, presto o tardi tornano a cadere nelle loro radicate idee, di cui sembrano indisponibili a discuterne la fondatezza. L’egosintonia tipica del “sentire” ipocondriaco si esprime nel terrore irrazionale, che il peggio sia dietro l’angolo.

Un’altro esempio, con un livello minore del grado egosintonico, è quello della fobia sociale, ovvero la paura delle situazioni in cui sono previste performance o interazioni pubbliche. Le persone con fobia sociale si preoccupano che qualcuno possa accorgersi del rossore del viso, del sudore della fronte, della goffaggine dei movimenti, del tremore della loro voce e degli errori nel parlare. In realtà non riescono, proprio, a ignorare l’incalzante preoccupazione di subire critiche e giudizi.

Potremmo andare avanti all’infinito, descrivendo i vari disturbi della personalità e il loro modo in cui attraverso l’egosintonia vengono mantenuti tali. Quindi, provando ad andare oltre – soprattutto oltre la paura, che inevitabilmente distorce la realtà – sarebbe proprio il contrario, ovvero l’egodistonia, ad essere la dimensione che influisce in maniera positiva, sulla motivazione, ad agire in modo funzionale.

Buona lettura, buon cammino.

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