Il silenzio che parla: comunicare attraverso l’ assenza dei suoni

Un uomo si recò da un monaco di clausura. Gli chiese: “Che cosa impari mai dalla tua vita di silenzio?”. Il monaco stava attingendo acqua da un pozzo e disse al suo visitatore: “Guarda giù nel pozzo! Che cosa vedi?”. L’uomo guardò nel pozzo. “Non vedo niente”. Dopo un po’ di tempo, in cui rimase perfettamente immobile, il monaco disse al visitatore: “Guarda ora! Che cosa vedi nel pozzo?”. L’uomo ubbidì e rispose: “Ora vedo me stesso: mi specchio nell’acqua”. Il monaco disse: “Vedi, quando io immergo il secchio, l’acqua è agitata. Ora invece l’acqua è tranquilla. E questa l’esperienza del silenzio: l’uomo vede se stesso!”. Questo raccontino che molto conosceranno è forse la più limpida descrizione della esperienza del silenzio. Che non è vuoto, assenza, nulla. Al contrario il silenzio è il momento più ricco di verità e di pensiero. Al silenzio Papa Benedetto XVI ha dedicato addirittura il messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali: “Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa.” Ma come fare silenzio, come viverlo e come raccontarlo, comunicarlo, descriverlo? Monasteri e monache a Fara Sabina I maestri del silenzio da sempre sono i monaci e le monache. Nella quiete del chiostro sembra più facile “fare silenzio”.

In effetti il rumore viene da noi stessi, dall’interno del nostro cuore. Anche per questo forse le monache fanno fatica a parlare anche con noi che gli chiediamo che cosa è il silenzio. E allora che fare per conoscere il silenzio? Una proposta viene dalle claustrali eremite di Fara Sabina che al silenzio hanno dedicato un museo. “Spesso spegnere il telefono e il computer potrebbe non bastare per recuperare il rapporto con il proprio corpo e con la propria anima.” Si legge nel sito che spiega di cosa si tratta. “Il caos quotidiano ci impedisce di avere il controllo delle nostre scelte e del rapporto con gli altri. Spesso tutto questo si puo’ fare a pochi chilometri da casa, in un piccolo angolo, in cima ad un monte, all’interno di un centro storico.” Pochi chilometri per arrivare al Museo del Silenzio. Facciamo insieme il percorso che ci porta al Monastero, uno storico castello legato alla abbazia di Farfa le cui origini si perdono nei primi secoli del cristianesimo. Dopo essere stato distrutto dai Saraceni nel 600, donato ai monaci, distrutto di nuovo e ricostruito nel 1400 divenne dimora dell’abate Commendatario di Farfa, fino a diventare nel 1673 il monastero delle Clarisse Eremite di “Santa Maria della Provvidenza”. Per chi vuole vivere in silenzio con le monache la giornata comincia la mattina con una “Passeggiata in Silenzio”: mezz’ora in giardino per “ ascoltare” il silenzio. La visita al museo è una esperienza totalizzante.

L’ allestimento è innovativo nel linguaggio e nella struttura. Ci si immerge così totalmente nella vita quotidiana delle monache, scandita dalle preghiere, dalla cucina, dalla farmacia, dalla disciplina e dal silenzio. Si ripercorre la storia attraverso narrazioni, proiezioni ed oggetti legati alla vita delle Sorelle, e d’ascolto dei vari suoni del silenzio. Un silenzio che comunica Un silenzio ricco di vita. Un silenzio monastico. Un silenzio che renda vivo il senso stesso della vita comune. Perchè un monastero è identificato con il silenzio. Certo in un monastero c’è la chiesa, la sala capitolare, il chiostro, il refettorio la biblioteca, le celle. Ma la cosa fondamentale sono le energie sviluppate da persone concrete, le tracce, che parlano di un’esistenza “piena di senso”. Chi decide di andare a visitare il Museo del Silenzio non affronta però solo un’esperienza spiritualistica. Il Museo infatti è stato voluto per poter far arrivare al silenzio tutti, in primo luogo i ragazzi. Per questo c’è una didattica del silenzio dedicata proprio a loro. Spiegano i responsabili della struttura che “il francescanesimo, toccando tutti i temi della vita sociale, fornisce un percorso didattico creativo, divertente e fortemente educativo.

Il percorso francescano non e’ un progetto didattico legato alla religione ma parte dalle vicende storiche del Santo per approfondire i temi dell’ambiente, dell’arte e della fratellanza dei popoli.” Ecco perché tramite un percorso museale creativo si può arrivare al silenzio. Il Monastero stesso è parte del Museo, con la sua silenziosa spazialità, con le immense stanze cme come l’antica cucina o l’attuale sala da pranzo, e le celle dove si dorme e si prega. Quando si entra nel “Museo del Silenzio” davanti agli occhi di tutti appare il nulla. Poche luci concentrate su oggetti e simboli, frasi e suoni, immagini sul soffitto. Il silenzio si impadronisce del visitatore. Nessuno parla, ma tutti ascoltano. Un Museo che mostra il silenzio Il Museo, nato nel 2004, permette un percorso tra gli oggetti del silenzio clausrtrale come i rosari per i momenti di preghiera, il crocifisso chiodato per i momenti di penitenza, l’ago ed il filo per il cucito, i vasi della spezieria, le pentole per la cucina. Il modello è quello della vita quotidiana delle claustrali, eremitica e contemplativa. Un vero apostolato della Fraternità “il suo modo tipico e caratteristico di essere Chiesa, pur aprendosi ai fratelli nella condivisione di momenti di preghiera e di silenzio così da costituire una risposta agli uomini che cercano con ansia il volto di Dio. Nella contemplazione ogni sorella trova il significato degli eventi e della storia.”

Elena Onori, direttrice del Museo del Silenzio ci spiega come è nata questa idea: “Il Museo è nato da una esigenza della madre superiora Suore Maria Chiara che voleva mettere insieme e valorizzare tutto il patrimonio storico artistico e culturale del monastero, antico e bellissimo. L’idea era quella di creare una struttura che potesse dare idea della vita monastica. Il problema di fondo era come far comprendere ai visitatori la vita di silenzio delle monache che venivano definite addirittura “sepolte vive”, come venivano chiamate le clarisse eremite fino agli anni ’70. Da qui l’idea di due architetti, Di Martino e Benedetti, che hanno elaborato un sistema di visita che coinvolge chi la fa cercando di creare una sorta di “tempo sospeso” nel buio e nel silenzio. Attraverso la voce che guida e racconta, leggendo dei passi delle costituzioni del 1679 del cardinale Barberini che le scrive per le monache, si entra in questa vita. Silenzio solitudine e vita eremitica. Poi le immagini e gli oggetti che si vedono nella stanza che era la cappella del castello prima che venisse trasformato in monastero dopo essere stato residenza dell’ Abate di Farfa.” Come convivono oggi le monache clarisse con il museo? “Intanto sono due parti separate del grande complesso monastico, non crea quindi difficoltà alla vita monastica che segue la regola di Santa Chiara, una clausura ma non stretta come quella dell’epoca di Francesca Farnese. Nessun contatto con il mondo esterno, solo alcune hanno il permesso di uscire.

Ma nelle costituzioni che Francesca Farnese aveva pensato nel ‘600 e poi approvate dal cardinale Barberini, il silenzio era assoluto. Per comunicare avevano una tavoletta di cera su cui incidevano delle parole e con un sistema di cordoncini legati alla tavoletta mettevano insieme le parole e le frasi per comunicare. Un sistema che ha un forte impatto per il nostro mondo di oggi in cui siamo invasi da ogni tipo di suono, rumore e parole. La scelta di dedicare il museo al silenzio è voluta proprio perché questa era la regola base della vita all’interno del monastero, sia verso l’ esterno, ma anche all’interno. Il silenzio regnava sovrano.” La scelta eremitica ha un senso profondo, le eremite non sono una categoria speciale di sorelle desiderose di un’esperienza particolare al di fuori della vita normale dell’intera Fraternità.  “La vita eremitica- spiegano al monastero- è la normalità di vita di ogni sorella che testimonia costantemente la provvisorietà del tempo presente con la ricerca del Regno di Dio e col digiuno e la penitenza attesta che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla sua bocca.” L’esperienza del silenzio nel mondi di oggi Così la vita di “eremo” si vive un giorno al mese. Solitudine e preghiera da mattina a sera. E silenzio ovviamente. Poi gli esercizi spirituali, e in alcuni casi un ritiro di trenta giorni. La domenica le sorelle eremite partecipano alla preghiera comune e alla refezione di mezzogiorno. “Il silenzio è porta dell’orazione, amico della quiete, accrescimento della vera sapienza e compagno familiarissimo della contemplazione”, così è scritto nelle Costituzioni del monastero di Fara Sabina E badate bene le Clarisse di Fara Sabina non sono una rarità.

Non lontano, nell’ Umbria dei santi a Panicale vicino Perugia c’è ad esempio l’ Eremo della Vergine della Tenerezza. Due le clarisse che hanno iniziato questo apostolato del silenzio: suor Paola e suor Nella, provenienti dal monastero di Montalto nelle Marche. “Ciò che anima la nostra giornata- raccontano in una loro rara intervista- è uno spirito assetato della comunione amicale con Dio nel silenzio nella solitudine ma vissuto all’interno della comunità, per cui vogliamo vivere tempi e modalità di eremitaggio e altri di comunione fraterna.” Preghiera individuale prima dell’ alba, messa in cappella e ancora preghiera in solitudine fino all’ ora di colazione. Nel silenzio “ci alterniamo tra il ruolo di “Maria” preghiera e studio, e quello di “Marta” accoglienza e servizi per la comunità. La prima parte della notte, una di noi, sosta nel turno di veglia per la preghiera notturna. Il sabato e i giorni festivi viviamo comunitariamente, senza alcuna forma di eremitaggio, e totalmente disponibili all’accoglienza esterna. Ogni giorno, eccetto il venerdì che lo riserviamo totalmente al silenzio, c’è sempre una sorella a disposizione per l’ascolto di coloro che bussano alla nostra porta.” Non solo.

Il silenzio è anche purificazione per dedicarsi alla preghiera e alla salvezza del mondo. “Periodicamente ci riserviamo una intera settimana di più intenso deserto di silenzio, delle labbra e della mente, nella solitudine totale.” Si può concludere con il Papa pensando che il silenzio è comunicazione alta di Dio con l’uomo. “Nella contemplazione silenziosa- scrive Benedetto XVI- emerge poi, ancora più forte, quella Parola eterna per mezzo della quale fu fatto il mondo, e si coglie quel disegno di salvezza che Dio realizza attraverso parole e gesti in tutta la storia dell’umanità.”

 

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista ROGATE ERGO – aprile 2012

89.31.72.207