Corte d’Appello di Catanzaro trasformata in un suq dove ogni sentenza poteva essere comprata

Ieri ne ho parlato. Oggi, 11 febbraio 2020 leggo su La Repubblica l’articolo “Catanzaro, i verbali sul giudice corrotto: ‘Corte d’Appello trasformata in un suq’” di Alessia Candito, che condivido di seguito.
Da notare che passa sotto silenzio il lavoro della Procura distrettuale di Catanzaro e in particolare il ruolo del Procuratore Capo della Repubblica di Catanzaro, Dott. Nicola Gratteri, come anche l’esemplare lavoro della stampa calabrese. Un pezzo di pura “cronaca”, appunto.
Ripeto quello che ho scritto ieri e ribadisco: “Persone come Dott. Nicola Gratteri, Procuratore Capo della Repubblica di Catanzaro e uomo chiave della lotta internazionale alla ‘ndrangheta, altrove nel mondo avrebbero titoli a 9 colonne su tutti i giornali, come icona della legalità. (…) Coloro che hanno ancora una voce libera in Italia, hanno l’obbligo morale di sostenere la stampa calabrese onesta, a far girare la notizia di quello che sta facendo Dott. Nicola Gratteri a rischio della sua stessa vita. Non è tollerabile che vengano emarginizzati e isolati”.

Cronaca
Marco Petrini conferma in tribunale le accuse per cui è agli arresti: “Mi servivano soldi per i debiti”. Emerge un “sistema a trazione massonica per ammorbidire la giustizia”
di Alessia Candito
La Repubblica, 11 febbraio 2020
È stato arrestato per aver trasformato la Corte d’appello di Catanzaro in un suq dove ogni sentenza era acquistabile. E adesso è lo stesso giudice Marco Petrini a confermare quel mercato, non solo raccontando gli innumerevoli episodi di corruzione di cui è stato protagonista, ma fornendo particolari su quella che sempre più appare una macchina del falso per addomesticare la giustizia nel distretto di Catanzaro.
Dichiarazioni che si incrociano con quelle del suo faccendiere, Mario Santoro, e del pentito Andrea Mantella. Tutti concordi nel dire che al giudice Petrini bastava poco per piegare le sentenze ai desiderata degli imputati. Cassette di mandarini che nascondevano soldi in contanti, gamberoni, litri d’olio, orologi preziosi, pronunce addomesticate per le donne con cui aveva relazioni. Dal dissequestro dei beni di famiglie di mafia, all’annullamento di sanzioni milionarie in commissione tributaria, dietro pagamento il giudice “sistemava” tutto. E lo ammette.
Cerca di giustificarsi. Quei soldi, sostiene, servivano “per far fronte all’indebitamento che avevo accumulato a seguito dalla separazione dalla mia prima moglie, per il mantenimento dei miei figli ed in parte per condurre una vita piacevole. A queste spese vanno aggiunte quelle, non indifferenti, che ho sostenuto per le cure di cui necessita il figlio della mia attuale moglie”. Ma sembra parlare solo di quello che non può negare perché gli investigatori lo hanno ascoltato e videoregistrato per mesi, nel corso delle perquisizioni hanno trovato assegni e carte a riscontro dei pagamenti.
Tuttavia è dai verbali di interrogatorio del suo coindagato, il faccendiere Mario Santoro, e soprattutto dalle dichiarazioni del pentito Mantella, che viene fuori il sistema a trazione massonica che serviva per “ammorbidire” la giustizia. In Corte d’appello di Catanzaro succedeva di tutto, spiega Santoro. Perizie assegnate a consulenti complici, dissequestri di beni mafiosi su commissione, e anche in commissione tributaria, bastava pagare per far cambiare le sentenze nottetempo. Lui era il principale canale ma – ammette – ce n’erano altri. Commercialisti e avvocati, di Catanzaro, Lamezia Terme, della Locride.
Tutti o quasi massoni. Ed è proprio fra “fratelli” – fa emergere l’inchiesta – che maturavano certi legami. Lo conferma anche il pentito Andrea Mantella, ex killer del clan Lo Bianco e oggi gola profonda che sta facendo tremare la ‘ndrangheta vibonese e non solo. Ai magistrati, il collaboratore racconta che Petrini “apparteneva alla massoneria deviata”. E negli stessi circuiti gravitavano noti avvocati. Anche per questo – spiega il pentito – bastava nominate certi legali per avere la certezza di poter addomesticare le sentenze. Fra loro c’è Giancarlo Pittelli, noto penalista nonché ex senatore di Forza Italia, poi passato a Fdi, di recente arrestato come “riservato” del clan Mancuso, ma anche Salvatore Staiano, il difensore storico di Mantella, di recente rinviato a giudizio per le perizie false con cui avrebbe fatto scarcerare alcuni clienti. “Staiano era nelle mani di Nicolino Grande Aracri, – dice Mantella – però era il pupillo di Vincenzo Gallace e praticamente all’interno dello studio dell’avvocato Staiano lavorava come avvocato un fratello di Nicolino Grande Aracri… comunque attraverso fiumi di denaro cercavano di aggiustare dei processi, ci provavano in tutti i sensi”. E della sua capacità di condizionare i giudici, il pentito ne ha avuto prova concreta.
“Mi ha detto: entro 15 giorni io ti faro? scarcerare. Al quindicesimo giorno, alle 13 e qualcosa, la telefonata dell’avvocato Staiano come se fosse che il discorso era già fatto. Praticamente io uscii dal carcere… gli ho dovuto dare i soldi subito subito. L’avvocato Staiano mi disse che con quella cifra stavo tranquillo, con quei soldi stavo tranquillo” racconta il pentito ai pm di Salerno. Si pagava quasi sempre in contanti ma con “qualche Cartier, qualche Rolex, qualcosa e alla fine…un po’ di pazienza e ce la fai ad uscire dal carcere”.
E poi Mantella fa il nome di cinque magistrati che a suo dire erano sensibili alle lusinghe di Stajano ed altri avvocati. “A me – specifica – la frase corrompere non me l’ha detta mai. Mi ha detto ‘tu mi devi dare questi soldi e stai tranquillo’. Ma mica siamo bambini… io i soldi, come sono rimasto con lui, glieli ho dati dopo il provvedimento di scarcerazione”. C’era Petrini, chiaramente, ma anche altre quattro toghe su cui adesso si procederà ad approfondire. Forse soggetti già nel mirino della procura di Salerno che attualmente ha sette distinti fascicoli sui magistrati del distretto di Catanzaro. Secondo indiscrezioni erano aperti prima delle dichiarazioni di Mantella e adesso si stanno arricchendo di altri particolari. Inclusi diversi elementi che arrivano dalle intercettazioni fra Petrini e il suo faccendiere. Da cui sembrano emergere i contatti di diversi magistrati del distretto con l’ex consigliere regionale Pino Tursi Prato, già in passato condannato per associazione mafiosa.

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