Papa Francesco: ogni vita è sacra

‘Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro’: questo verso tratto dal vangelo di Matteo è il titolo scelto da papa Francesco per il messaggio della 38^ giornata del malato nel giorno della memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, in cui sottolinea la cura di Gesù per il sofferente:

“Queste parole esprimono la solidarietà del Figlio dell’uomo, Gesù Cristo, di fronte ad una umanità afflitta e sofferente. Quante persone soffrono nel corpo e nello spirito! Egli chiama tutti ad andare da Lui, ‘venite a me’, e promette loro sollievo e ristoro… Gesù Cristo, a chi vive l’angoscia per la propria situazione di fragilità, dolore e debolezza, non impone leggi, ma offre la sua misericordia, cioè la sua persona ristoratrice.

Gesù guarda l’umanità ferita. Egli ha occhi che vedono, che si accorgono, perché guardano in profondità, non corrono indifferenti, ma si fermano e accolgono tutto l’uomo, ogni uomo nella sua condizione di salute, senza scartare nessuno, invitando ciascuno ad entrare nella sua vita per fare esperienza di tenerezza”.

Rivolgendosi ai malati papa Francesco li invita a ristorarsi nella Chiesa: “In questa condizione avete certamente bisogno di un luogo per ristorarvi. La Chiesa vuole essere sempre più e sempre meglio la ‘locanda’ del Buon Samaritano che è Cristo, cioè la casa dove potete trovare la sua grazia che si esprime nella familiarità, nell’accoglienza, nel sollievo. In questa casa potrete incontrare persone che, guarite dalla misericordia di Dio nella loro fragilità, sapranno aiutarvi a portare la croce facendo delle proprie ferite delle feritoie, attraverso le quali guardare l’orizzonte al di là della malattia e ricevere luce e aria per la vostra vita”.

Mentre agli operatori sanitari ha chiesto di non cedere alla cultura di ‘morte’: “Pertanto, il vostro agire sia costantemente proteso alla dignità e alla vita della persona, senza alcun cedimento ad atti di natura eutanasica, di suicidio assistito o soppressione della vita, nemmeno quando lo stato della malattia è irreversibile. Nell’esperienza del limite e del possibile fallimento anche della scienza medica di fronte a casi clinici sempre più problematici e a diagnosi infauste, siete chiamati ad aprirvi alla dimensione trascendente, che può offrirvi il senso pieno della vostra professione. Ricordiamo che la vita è sacra e appartiene a Dio, pertanto è inviolabile e indisponibile”.

Per il papa ogni vita è sacra: “La vita va accolta, tutelata, rispettata e servita dal suo nascere al suo morire: lo richiedono contemporaneamente sia la ragione sia la fede in Dio autore della vita. In certi casi, l’obiezione di coscienza è per voi la scelta necessaria per rimanere coerenti a questo ‘sì’ alla vita e alla persona. In ogni caso, la vostra professionalità, animata dalla carità cristiana, sarà il migliore servizio al vero diritto umano, quello alla vita. Quando non potrete guarire, potrete sempre curare con gesti e procedure che diano ristoro e sollievo al malato”.

Il messaggio del papa è stato oggetto di incontro nella diocesi di Torino, in cui l’arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia, ha evidenziato la necessità di un ‘confronto’ con il malato: “Per chi è accanto al malato, si apre una scuola continua di vita vera e dura, ma anche carica di prospettive positive che aiutano a riscoprire sé stessi e il significato più autentico del proprio esistere, lavorare, operare e progettare… Allora il malato, da persona che deve ricevere, diventa persona che può dare tanto, per chiunque sa ascoltarlo, accompagnarlo sulla via del dolore e della speranza”.

Ed ha analizzato alcune parole della parabola del ‘buon samaritano’: “Compatire insieme: parole consolatorie o invito alla rassegnazione non servono: occorre con-soffrire insieme, partecipare alla condizione del malato. Di questo egli sente la necessità e comprende quando chi lo avvicina lo fa con sentimenti sinceri e profondi di condivisione.

Farsi vicino: non aver paura di toccare il malato e di instaurare un rapporto sanante, fatto di gesti, di dialogo sereno e coinvolgente, di prossimità ricca di sguardi, amorevolezza, sintonia di cuori che si incontrano. Fasciare le ‘ferite’: promuovere un servizio efficace e competente, sempre pronto a rispondere ai bisogni che la malattia comporta, quelli fisici e quelli morali e spirituali, perché anche queste ferite sono parte integrante della malattia.

Prendersi cura: senza fretta e con continuità. L’esigenza di limitare al massimo i costi della sanità non deve andare a discapito del tempo che occorre per sanare e curare nel modo migliore. Lo stesso va detto per le visite ai malati nelle case da parte dei sacerdoti e ministri ausiliari dell’Eucaristia: il tempo dedicato a questi incontri è tanto più produttivo di grazia quanto è più attento alle esigenze di ascolto e di compagnia di cui il malato necessita”.

Mentre presso la ‘Casa Cardinale Ildefonso Schuster’, si è svolto un convegno dal titolo ‘Il volto del Dio vicino’, promosso in occasione della XXVIII Giornata Mondiale del Malato con l’intervento dell’arcivescovo, mons. Mario Delpini: “Il malato è stanco perché la condizione della malattia comporta aspetti come la mancanza di riposo, anche se si sta a letto tutto il giorno; la fatica fisica, la debolezza sono imposte dalle cure e dalle terapie, la stanchezza può venire anche per l’attesa delle visite del medico, dei parenti, del cappellano”.

Ed ha sottolineato che la capacità del malato di vivere la malattia serenamente: “Si diventa santi perché si diventa docili. Vediamo, talvolta, i santi come eroi, ma anche loro sono divenuti tali, non perché erano personalità da leadership, ma perché sono stati docili allo Spirito mettendo a servizio le loro qualità. La santità del malato può essere quella docilità in cui si rivela, in modo più evidente, l’opera di Dio.

Voi ne siete testimoni quando gente che è nella malattia, prega, spera, è serena, vedendo la vita eterna non come una visione fumosa che fa paura… Non vi è situazione che non fa presente quell’amore che rende capaci di amare. Anche i malati, perché docili allo Spirito, sono capaci di amare, non piangendo su sé stessi, ma aiutando, essendo solidali, pregando”.

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