Sant’Agata, una vita che interroga l’Europa

Anche quest’anno, dal 3 al 6 febbraio, la città di Catania ha ‘riabbracciato’ la propria patrona, la martire Agata. In Agata, il nome greco, che vuol dire ‘buona’, acquisisce uno spessore nuovo, come già notava il vescovo Metodio Siculo nel discorso in onore della santa: è lei l’icona della fortezza nella persecuzione, della fermezza contro l’abuso, della solidità della vocazione di consacrata contro le avances del proconsole Quinziano, della vera nobiltà d’animo che non cede né alle lusinghe, né alle minacce.

Leggere gli Atti del martirio di Sant’Agata significa immergersi nel clima delle comunità cristiane del terzo secolo: perseguitate, ma tenaci; politicamente deboli, ma pronte a imprimere una svolta nella storia dell’umanità.

La devozione dei catanesi per la loro martire è attestata da tempo immemore, il culto si diffuse in modo capillare in tutto l’ecumene: basti pensare che santa Lucia si recò in pellegrinaggio per chiedere l’intercessione di sant’Agata per la guarigione della madre; inoltre, il suo nome è annoverato nel Canone Romano, la preghiera eucaristica più antica della Chiesa latina.

Ancora oggi, pur nella secolarizzazione, la festa in suo onore testimonia una devozione senza eguali, tanto che i quattro giorni di celebrazioni rappresentano la terza festa cristiana con più partecipanti al mondo, dopo la Settimana Santa a Siviglia e il Corpus Domini a Cuzco in Perù.

Migliaia e migliaia di devoti rivestiti del tradizionale ‘sacco’, un fluire bianco dal quale si alza il grido ‘Semu tutti devoti tutti’, lo sventolio dei fazzoletti candidi in segno di venerazione, i cerei o candelore di legno, riccamente decorati con scene della passione di Sant’Agata, l’offerta della cera, la messa dell’aurora, il fercolo che trasporta le reliquie della santa per le vie della città, prima fuori delle mura storiche e poi all’interno, il solenne pontificale, il canto delle monache benedettine: riti ancestrali che si uniscono a una fede schietta, semplice, bisognosa di purificazione, per elevarsi oltre il folklore e giungere alla piena maturazione.

E’ quel bisogno di Dio, nascosto nel cuore dei catanesi, che riaffiora e interroga sulle radici profonde dell’agire: non è un caso che la figura di Sant’Agata ispiri credenti e non credenti, che in lei vedono la possibilità di un riscatto sociale e di un risveglio della coscienza per il rispetto della dignità umana.

E’ in questo intreccio di fede che le parole dell’omelia del cardinale Sandri, che ha presieduto il pontificale del 5 febbraio, diventano bussola per il popolo di Dio: ricordando i nuovi martiri, i cristiani del Vicino e Medio Oriente, nonché il beato don Pino Puglisi e don Andrea Santoro, nei quali la vicenda umana e spirituale di sant’Agata è resa attuale, il celebrante ha indicato la strada affinché l’Europa riscopra i valori cristiani che l’hanno fondata, soprattutto quel Vangelo dell’accoglienza e della misericordia sempre più dimenticato ed ostacolato.

(Foto: Andrea Miccichè)

89.31.72.207