Da Gerusalemme le Chiese chiedono pace

Nelle scorse settimane è stato presentato il piano di pace per il Medio Oriente del presidente degli USA, Donald Trump, che propone Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico e la creazione di un’area palestinese che avrà come centro principale l’area est di Gerusalemme, un territorio, che raddoppierà e soprattutto vedrà la presenza di una ambasciata statunitense.

Davanti a questa situazione, al termine della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che a Gerusalemme si è conclusa sabato 1 febbraio con una celebrazione ecumenica, l’amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme, mons. Pierbattista Pizzaballa, ha lanciato un duro richiamo contro ‘il rifiuto a riconoscere le diversità’:

“Vogliamo come comunità cristiana, insieme, esprimere la nostra condivisione delle fatiche e delle sofferenze di tutti, di farci carico delle ingiustizie e delle povertà poste di fronte ai nostri occhi, di farci voce libera per i diritti di coloro i cui i diritti vengono negati. La nostra società è sempre stata culturalmente e religiosamente pluriforme. Eppure, oggi assistiamo al rifiuto a riconoscere questa diversità, dove ciascuno ha la sua dignità e i suoi diritti. E’ ormai cronaca di questi giorni”.

Ed ha esortato a non tacere di fronte a chi cerca di alimentare le divisioni: “Ebbene, proprio in questo contesto, credo che si possa anche affermare che essere eucaristici cioè condividere la vita e spezzare il pane tra noi, non possa non significare anche assumere e riconoscere questa la ferita profonda di questa Terra.

Non possiamo cioè pregare per le divisioni tra noi, senza riconoscere e fare nostra anche la divisione di questa terra, il rifiuto ad accogliersi e riconoscersi l’un l’altro dei popoli che la abitano, con dignità e giustizia. Non possiamo tacere. E’ nostro dovere dire: no, non è questa la strada da percorrere. Questa via porterà solo violenza e odio”.

All’inizio dell’omelia mons. Pizzaballa aveva sottolineato il valore dello ‘spezzare il pane per il cammino’: “E’ chiaro che è Gesù il riferimento per ogni inviato. Sono cose che ci insegnano dalla nostra infanzia. Eppure, nonostante abbiamo sempre detto di avere come riferimento Gesù, la nostra storia dice il contrario.

Le nostre divisioni sono l’evidente dimostrazione che nel nostro parlare, nei nostri orientamenti e nelle nostre strategie, il riferimento principale non era Gesù e l’ascolto del suo insegnamento ma, nel migliore dei casi, la nostra idea di Gesù”.

Ed ha parlato di ‘differenze’, ma non di ‘divisioni’, nate a Gerusalemme: “Gerusalemme non è mai stato il luogo dove queste divisioni sono nate. Le divisioni sono nate nei vari centri di potere: da Roma a Costantinopoli, dall’Asia, fino al Nord Europa e nelle altre parti del mondo. Gerusalemme, tuttavia, è il luogo dove le divisioni sono confluite e dove questa ferita profonda nell’unico Corpo di Cristo, la Chiesa, è evidente, tangibile e dolorosa…

Nel passato la Chiesa di Gerusalemme ha subito il frutto delle divisioni tra le Chiese. Chissà se nel futuro non sia possibile che proprio da qui, dalla nostra Chiesa, possa scaturire un rinnovamento vero delle relazioni tra noi”.

Commentando il brano evangelico l’amministratore apostolico ha sottolineato il significato del pane ‘eucaristico’: “E’ un invito a diventare noi stessi ‘eucaristici’, cioè persone che fanno dono di sé, e la cui vita è un continuo rendere lode a Dio.

Non è necessaria alcuna ricchezza, da intendere non solamente come un bene materiale, ma anche come la presunzione di fare tutto da soli, di essere sempre all’altezza del nostro ruolo. Non ci viene chiesto di condividere la nostra conoscenza, ma la nostra vita, nella quale risplenda l’opera di Dio. Condividere il pane eucaristico, richiede che ci sia contemporaneamente la disponibilità a fare gratuito dono di sé”.

Ed ha concluso l’omelia con l’invito ad essere ‘comunità’: “Uno dei problemi della nostra Chiesa oggi è proprio l’anonimità delle nostre comunità, più simili alla folla che ai gruppi di cinquanta stabiliti da Gesù nel nostro brano. Se non ci si conosce, nemmeno si può condividere la vita. C’è spesso una separazione tra il sacramento che celebriamo intorno all’altare e la vita reale.

E’ questo il motivo dell’anonimità delle nostre comunità… Spetta a noi, dunque, dare una forma precisa e riconoscibile alle nostre comunità, a tradurre nella vita ciò che celebriamo nel mistero, a rendere visibile nelle nostre rispettive comunità la luce del risorto”.

Inoltre anche tutti i Patriarchi ed i capi delle Chiese di Terra Santa hanno criticato il ‘Deal of the Century’ del presidente americano: “Il piano di pace americano, annunciato ieri alla Casa Bianca alla presenza degli Israeliani e in assenza dei Palestinesi, ci invita a chiedere all’Amministrazione statunitense e alla Comunità internazionale di elaborare l’idea di due Stati e di svilupparla in linea con la legittimazione internazionale, oltre ad aprire un canale di comunicazione politica con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’unico rappresentante legittimo del popolo palestinese riconosciuto a livello internazionale, per assicurare che le sue legittime aspirazioni nazionali siano soddisfatte, anche nel quadro di un piano di pace globale e duraturo, che sia accettato da tutte le parti interessate.

Quanto a Gerusalemme ci riferiamo ancora una volta alla dichiarazione da noi indirizzata al presidente Donald Trump il 6 dicembre 2017, e ricordiamo la nostra idea di una Città Santa aperta e condivisa dai due popoli, palestinese e israeliano, e dalle tre religioni monoteiste nonché la nostra conferma a sostenere il ruolo di custode dei Luoghi Santi affidato al Regno Hashemita. La risurrezione di Nostro Signore ricorda da Gerusalemme a tutti noi i sacrifici necessari per assicurare la giustizia e la pace in Terra Santa”.

Infine anche  l’assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa ha sottolineato che il piano americano non presenta condizioni per la dignità umana: “E’ da considerarsi un’iniziativa unilaterale, poiché sostiene quasi tutte le richieste di una parte, quella israeliana, e la sua agenda politica. D’altra parte, questo piano non prende veramente in considerazione le giuste richieste del popolo palestinese per la sua terra d’origine, i suoi diritti e una vita dignitosa.

Questo piano non porterà alcuna soluzione, ma al contrario creerà più tensioni e probabilmente più violenza e spargimento di sangue. Ci aspettiamo che i precedenti accordi firmati tra le due parti siano rispettati e migliorati sulla base di una completa uguaglianza tra i popoli. Invitiamo tutte le Chiese del mondo a pregare per la Terra Santa, a lavorare per la giustizia e la pace e ad essere la voce dei senza voce”.

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