Messaggio comunicazioni sociali: dal testo alla Storia

Le parole dell’Esodo ‘Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria’ (Es 10,2) aprono il messaggio di Papa Francesco per la 54a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, pubblicato, secondo una consuetudine carica di significato, lo scorso 24 gennaio, memoria di San Francesco di Sales.

Il cuore del documento è la missione della narrazione: ripercorrendo il valore che la trasmissione di storie ha assunto nel progresso umano, il Pontefice definisce l’uomo “un essere narrante”, che ha la necessità non solo di coprirsi di abiti, ma di ‘rivestirsi di racconti’. La memoria, come un testo, è intessuta dalle vicende di quotidiano eroismo, alle quali ciascuno può attingere ‘per affrontare le sfide della vita’.

Naturalmente, non ogni storia è positiva ed edificante: il mistero di iniquità è sempre presente e si insinua nella trama della Storia, allentando i legami che tengono insieme il tessuto. Nel campo della comunicazione, l’esempio è dato da tutte le strumentalizzazioni della notizia per veicolare anti-verità, come le fake news o l’hate speech, e scoraggiare nella ricerca del Bene e del Vero.

Assuefatti alla circolazione di falsità, non solo non riusciamo a distinguere più il bene dal male, il vero dal falso, ma, soprattutto, crediamo che, in fondo, non vi sia una demarcazione tra essi e, sfiduciati, cadiamo nella tentazione del relativismo e dell’indifferentismo.

L’antidoto è la riscoperta delle Sacre Scritture, definite nel messaggio del Papa Storia delle storie, il racconto di Dio che, narrando, crea; narrando, si rivela; narrando, offre all’uomo e alla donna la possibilità di entrare in dialogo con Lui e, soprattutto, di essere ‘performati’, per una vita autentica.

E’ proprio l’azione performativa della Parola, ripresa dall’enciclica ‘Spe salvi’ di Benedetto XVI, il significato profondo della Storia sacra: gli autori, ispirati dallo Spirito Santo, hanno fissato nella memoria collettiva di una comunità la trama di un racconto che ha il potere di cambiare la vita di chi si mette in ascolto.

Anche la parola umana può essere elevata a questa dignità, anzi, la vocazione cristiana porta tutti a cooperare perché il nostro racconto non sia un caos di banalità, ma un esercizio di relazionalità.

Raccontare presuppone un destinatario, un Tu con cui rapportarsi, una comunità non di spettatori passivi, ma di con-tessitori di un patrimonio di Verità.

In ultima analisi, la narrazione implica responsabilità: il popolo d’Israele riconosce che la propria missione costitutiva è perpetuare, di generazione in generazione, il ricordo del Signore che li ha liberati dalla schiavitù; allo stesso modo, come Chiesa-popolo di Dio, veniamo innestati nella Storia dell’umanità come apostoli e testimoni per riannodare i fili sconnessi di una trama segnata dal peccato e dalla sofferenza.

Per realizzare ciò, bisogna imparare l’arte della memoria del Bene e del racconto del Vero: un autentico comunicatore ha come modello, consapevolmente o non, la Vergine Maria.

Colei che, nel Magnificat, racconta le meraviglie che ha compiuto in lei l’Onnipotente, è la stessa che custodisce e medita nel cuore gli eventi meravigliosi del Figlio, che è, appunto, la Parola incarnata.

In lei e come lei, possiamo vivere con la certezza, degna del romanzo manzoniano evocato dal papa nel messaggio, che vi è ‘un sugo di tutta la storia’, che rimanda immancabilmente all’unico, provvidente, Narratore.

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