Lo splendore della verità in tutta la sua bellezza e fondamentale importanze nella vita umana

“In un mondo dominato da una comunicazione rapida e incalzante, hanno ancora senso la preghiera e la lettura della parola di Dio? È l’interrogativo che sta alla base del nuovo libro di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Il volume si intitola La preghiera, la parola, il volto (San Paolo) e racchiude un vero e proprio percorso alla scoperta della meditazione e del silenzio nel mondo globale, in cui l’uomo è perennemente connesso ma molto spesso sordo all’ascolto dell’altro” (Francesco Antonio Grana, “Scoprire la meditazione e il silenzio per non esser sordo all’ascolto dell’altro” su Ilfattoquotidiano.it, 26 gennaio 2020).

Come spesso accade, ho iniziato la mia giornata, di questa III Domenica del Tempo Ordinario, nel silenzio, con la preghiera, con una meditazione, continuata nell’ascolto, con una riflessione sul brano proposto dalla Chiesa nella liturgia festiva dell’Evangelista Matteo, che – riprendendo un’immagine del Libro di Isaia – ci dice quello che è il Signore Gesù per noi: la luce.
Cito dal sito Lachiesa.it: “Nella nostra vita, vediamo spesso tenebre, resistenze, difficoltà, compiti non risolti che si accumulano davanti a noi come un’enorme montagna, problemi con i figli, o gli amici, con la solitudine, il lavoro non gradito… È tra tutte queste esperienze penose che ci raggiunge la buona parola: non vedete solo le tenebre, guardate anche la luce con cui Dio rischiara la vostra vita. Egli ha mandato Gesù per condividere con voi le vostre pene. Voi potete contare su di lui che è al vostro fianco, luce nell’oscurità. Non siamo noi che diamo alla nostra vita il suo senso ultimo. È lui. Non è né il nostro lavoro, né il nostro sapere, né il nostro successo. È lui, e la luce che ci distribuisce. Perché il valore della nostra vita non si basa su quello che facciamo, né sulla considerazione o l’influenza che acquistiamo. Essa prende tutto il suo valore perché Dio ci guarda, si volta verso di noi, senza condizioni, e qualsiasi sia il nostro merito. La sua luce penetra nelle nostre tenebre più profonde, anche là dove ci sentiamo radicalmente rimessi in causa, essa penetra nel nostro errore. Possiamo fidarci proprio quando sentiamo i limiti della nostra vita, quando questa ci pesa e il suo senso sembra sfuggirci. Il popolo immenso nelle tenebre ha visto una luce luminosa; una luce è apparsa a coloro che erano nel buio regno della morte!”.

“Ego sum via, et veritas, et vita – Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).

Dopo colazione e prima di pranzo, mi sono dedicato alla parola del giorno di oggi, “verità” (rispondenza piena e assoluta con la realtà effettiva; affermazione di un contenuto ideale, accettato come basilare dal punto di vista religioso, etico, storico), che mi è stata suggerita ieri da un amico di lungo percorso. Visto che ha “un indole introversa” – afferma -, non lo cito, anche se lo meriterebbe. Anche questa è una verità. Se lo merita innanzitutto per un ricordo molto prezioso, che fu l’inizio della nostra conoscenza, stima reciproca e amicizia fraterna.

Quindi, come introduzione vorrei andare indietro nel 2002.

Dopo i gravissimi attentati perpetrati l’11 settembre 2001 negli Stati Uniti d’America, la situazione è grave, la tensione altissima, diffuso il turbamento delle coscienze. Il Santo Padre Giovanni Paolo II esprime più volte la sua deplorazione per quegli atti terroristici e la sua preoccupazione per le conseguenze dell’azione militare in corso in Afghanistan. Decide di invitare i rappresentanti delle religioni del mondo a venire ad Assisi il 24 gennaio 2002 (la terza volta), a cui ho partecipato per la gestione dei media nelle mie funzioni di Assistente della Sala Stampa della Sana Sede.
In quell’occasione, nel Sacro Convento si incrociano i cammini di vita personali di un gruppo di giovani della Gioventù Francescana (GiFra), che per quel evento come volontari – visto anche la loro vocazione giornalistica – furono stati assegnati per aiutarmi e per cui in seguito avrei fondato Korazym.org (ma questo allora non lo sapevo ancora…).
Dopo quell’Incontro, vengo contattato da una loro e decidiamo di fondare il sito Papaboys.it.

Questo gruppo di giovani si prepara e parte, con altri loro compagni della GiFra, per la Giornata Mondiale della Gioventù dal 23 al 28 luglio 2002 a Toronto, dal tema “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo (Mt 5, 13-14)”. Fu l’ultima edizione alla quale ha partecipato papa Giovanni Paolo II, l’ideatore degli Incontri mondiali della gioventù, già allora molto malato.
L’anno prima, l’11 settembre ci furono gli attentati in una serie di attacchi suicidi e coordinati, compiuti contro quattro obiettivi civili e militari degli Stati Uniti d’America, tra cui i Twin Towers di New York. Fu uno choc per gli Stati Uniti d’America e per il mondo intero. Nei giorni successivi, la GMG di Toronto fu messa in discussione dalle Cancellerie delle Grandi Potenze, finché non fu salvata dallo storico “onliner” di Dott. Navvarro-Valls, mentre eravamo nella Cattedrale Apostolica e Etchmiadzin in Armenia, il 25 settembre 2001: “Now More than Ever!”, trasmesso a rete unificate negli USA e ripreso dalle televisioni di tutto il mondo.

A Toronto, il gruppo di giovani che cura il proprio sito appena creato e anche il sito per la GMG della Pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana (con Don Paolo Giulietti, Don Alessandro Amapani, Marco Federici, ecc.), condivide un’esperienza umana e di fede importante, scopre l’amicizia e conferma un comune interesse per il giornalismo e per la comunicazione. Spontaneo chiedersi come dare continuità alle emozioni vissute, ma soprattutto come comunicarle. Il Web e le nuove tecnologie (siamo nel 2002) sembrano essere la soluzione migliore per raggiungere un numero alto di coetanei, a costi contenuti.
Successivamente, il gruppo decide di lasciare Papaboys.it e si decide di iniziare il Progetto Korazym. Dopo una gestazione dal 16 febbraio al 4 aprile 2004, il quotidiano non profit on line Korazym.org, frutto della Giornata Mondiali della Gioventù di Toronto, nasce il 13 aprile 2004, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di quel anno.

A Toronto, dove partecipo alla Giornata Mondiale della Gioventù come Assistente della Sala Stampa della Santa Sede con la responsabilità per il gruppo dei giornalisti ammessi al Volo Papale (Vatican Accredited Media Personel) e la supervisione generale dell’organizzazione delle struttura mediatica del Viaggio Apostolico in occasione della GMG, di buon mattina di domenica 28 luglio 2002, prima che inizia la Santa Messa conclusiva presieduta da Papa Giovanni Paolo II, sul palco del Downsview Park (dove si erano radunati 800.000 giovani sui 260 ettari), mi trovo d’avanti la persona che è oggi l’amico, che mi ha suggerito ieri di dedicare la parola del giorno a “verità”, e che fu anche tra i fondatori di Korazym.org.
Lo faccio adesso, con il senso che “la verità” da sola non basta.

“In vino veritas” sul orologio solare del Château de Pommard (Côte-d’Or, Borgogna, Francia).

Il proverbio latino “in vino veritas”, letteralmente “nel vino è la verità”, significa che quando una persona è alticcia ha i freni inibitori rilassati e può facilmente rivelare fatti e pensieri veritieri che da sobrio non direbbe mai, come scrive Orazio in Epistolae: “Quid non ebrietas designat? Operta recludit” (“Che cosa non rivela l’ebbrezza? Essa mostra le cose nascoste”) e “Commissumque teges et vino tortus et ira” (“Mantieni il segreto anche se il vino o l’ira ti spingono a parlare”). In Ars poetica: “Reges dicuntur multis urgere culullis et torquere mero quem perspexisse laborent an sit amicitia dignus” (I re “torturano con il vino colui che essi non sanno se sia degno di amicizia”). Il proverbio citato da Plinio il Vecchio in Naturalis Historia (“Vulgoque veritas iam attributa vino est”) è contraddetto dal fatto che l’eccesso di vino può fare concepire false opinioni. Erasmus van Rotterdam commenta nei suoi Adagia, che “non sempre la verità si contrappone alla menzogna, ma talvolta si contrappone alla simulazione» e perciò accade che si dicano in buona fede cose false, aggiungendo anche che si dicano verità pur parlando in modo insincero. Pertanto occorrerebbe distinguere un’ubriachezza sfrenata, che generalmente falsifica la corretta visione della realtà, da una moderata ebbrezza che «elimina la simulazione e l’ipocrisia»”. Sabba di Castiglione in Ricordi (1559) scrisse: “Chi beve e mangia bene, dorme bene, chi dorme bene, non pecca, chi non pecca va in paradiso. Perciò se vogliamo andare in paradiso, beviamo e mangiamo in modo eccellente”.

Con il termine latino “veritas” (-atis, derivato di “verus” che significa “vero”, in italiano “verità”) si indica il senso di accordo o di coerenza con un dato o una realtà oggettiva, o la proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso [mio libro del 1999 “sulla vita e il coraggio della testimonianza di Padre Edoardo Maria (Rik) Spiessens, O.F.M. Cap. da obiettore di coscienza a cappuccino fiammingo in Italia” ha come titolo “De Namen van de Waarheid” (I Nomi della Verità)].

L’etimologia della parola “verità” è riconducibile al sanscrito “vrtta” (fatto, accadimento), quindi indica qualcosa di realmente accaduto nei fatti. Un’altra interpretazione etimologica attribuisce l’origine della parola verità alla radice “var-“, che nella lingua dei testi sacri zoroastriani dell’antico Iran (lo zendo) vuol dire credere e nel sanscrito “varami” significa scelgo, voglio. Questa seconda interpretazione etimologica sottolinea, piuttosto che l’aspetto fattuale e reale della verità, il significato ed il valore etico, morale e perfino spirituale della verità o meglio di “la Verità”, perché essa indica ciò in cui credo, ciò che scelgo, voglio, spero… mettendo in luce l’importanza della libera e volontaria adesione ad Essa.
Perciò, i principali argomenti di questa #disputafelice riguardano da un lato la definizione e l’identificazione della verità, secondo cioè una prospettiva ontologica, dall’altro i criteri per conseguire tale verità, attinenti piuttosto all’ambito gnoseologico. Quest’ultimo può coinvolgere anche l’aspetto etico, essendo collegato con l’esigenza di onestà intellettuale, buona fede e sincerità.

”Le Temps sauvant la Vérité du Mensonge et de l’Envie” (Tempo salva Verità da Invidia e Falsità) di François Lemoyne, olio su tela, 149 x 114 cm, completato il giorno prima del suicidio dell’artista, lunedì 3 giugno 1737, The Wallace Collection, Hertford House in Manchester Square, Londra. Il “tempo” è rappresentato da Saturno (un guardiano anziano armato di falce) che porta una donna, “la Verità” e sulla terrazza un’altra, che giace a terra, “le Menzogne e l’Invidia” (con maschera tenuta nella mano sinistra).

“La verità” potrà essere utile e determinante nella vita – ha osservato il mio amico, suggeritore della parola del giorno di oggi – solo se viene adottata, svelata e liberata, perché ci sono menti raffinatissime che la manipolano, la tengono imprigionata e la tengono in ostaggio impedendo alla “verità” di splendere.

Per capire il concetto, occorre riprendere, rileggere, meditare e far proprio la splendida enciclica “Veritatis splendor” di San Giovanni Paolo II del 6 agosto 1993, festa della Trasfigurazione del Signore, che ha fatto splendere “la verità” in tutta la sua bellezza e fondamentale importanze, nella vita quotidiano di un cattolico, di un cristiano e di tutti gli uomini di buona volontà: “Lo splendore della verità rifulge in tutte le opere del Creatore e, in modo particolare, nell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio (cf Gn 1,26): la verità illumina l’intelligenza e informa la libertà dell’uomo, che in tal modo viene guidato a conoscere e ad amare il Signore. Per questo il salmista prega: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (Sal 4,7)”.

“Ci sono voluti 23 anni perché Peppino Impastato diventasse con bollo di giustizia un morto di mafia. E quel omicidio un delitto contro la parola. L’assassinio di un giornalista postumo. Perché Peppino fu iscritto alĺalbo professionale, quando finalmente Badalamenti, nel 1997, fu incriminato. Parlava Peppino. Parlava tanto in una Cinisi muta, sorda e cieca. Parlava dai palchi improvvisati sui quali rappresentava il suo impegno. Si faceva ascoltare dai microfoni di Radio Aut. (…) Dopo due archiviazioni (nel 1984 e nel 1992), nell’aprile del 1995, l’indagine era stata riaperta. La famiglia, parte civile con l’avvocato Vincenzo Gervasi. Palazzolo fu il primo a essere condannato. Felicia Bartolotta aveva 85 anni. «Ora – disse – tutti sanno qual è la verità. Ora aspetto la condanna di Badalamenti e poi posso anche morire». Morì il 10 dicembre 2004 a 88 anni. Ripeteva: «Anche gli insetti se lo sono mangiati mio figlio. Che ci vado a fare al cimitero? Lì non c’è. Solo un sacchetto, questo mi hanno lasciato». Qualche anno prima l’avevano ricoverata in coma. Scoprirono che aveva due ematomi alla testa. Specialmente i giornalisti hanno bisogno di seguire la verità. Il giornalista ha proprio l’arduo compito di svelare la verità nascosta, la verità reclusa, la verità tenuta in ostaggio dalle menti raffinatissime. Questo è il vero giornalismo, perché il giornalista deve essere consapevole che la sua è una missione nel quale svelando la verità può anche mettere a repentaglio la sua stessa vita perché non ci può essere una vita vissuta pienamente senza raccontare la verità” (“Peppino Impastato. La verità uccisa due volte. Trent’anni fa l’omicidio del giovane di Cinisi commissionato dal boss Badalamenti” di Enrico Bellavia – Repubblica.palermo.it, 9 maggio 2008).

Il Treccani definisce “verità”:

1. Carattere di ciò che è vero, conformità o coerenza a principi dati o a una realtà obiettiva. Con funzione attributiva, cinema-verità, quello che riprende vicende reali, quotidiane, senza intervento di attori o realizzazioni di scenografie e simile.

2. Ciò che è vero (contrapposto a falsità, bugia, menzogna, errore).

In pratica:

2. a. Relativamente a determinati fatti: sapere, conoscere, ignorare, cercare, scoprire, appurare la verità; dire, rivelare, tacere, nascondere la verità (cioè il reale modo di essere di qualche cosa); negare la verità; alterare, travisare, deformare la verità; ammettere, riconoscere la verità; ciò che dico è tutta verità (e con più enfasi: è la pura, è la schietta verità); questa è verità, è verità santa, è verità sacrosanta; argomentazione, asserzione che non ha fondamento di verità; giuro di dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità (formula di giuramento dei testimoni in giudizio); siero della verità. Come inciso, invitando a parlare senza riguardi: di’ la verità, non ho ragione io?; o per attenuare un’affermazione, un giudizio, o introdurre una correzione a quanto altri dice: io, a dire la verità, non ne sapevo nulla; per dire la verità (o la schietta, la sincera verità), io la penso diversamente. La frase dire la verità è talora riferita, nell’uso comune, a cose: un orologio che dice la verità, esatto; a me le carte dicono sempre la verità, danno un responso veridico.
Questo mi fa ricordare un’espressione cara al compianto Dott. Joaquín Navarro-Valls, ineguagliabile Direttore della Sala Stampa della Santa Sede: “Questo [che dico/affermo/racconto/dichiaro] è la vera verità”.

2. b. Affermazione o conoscenza rispondente a un concetto superiore e ideale del vero: verità recondite, nascoste; verità ovvie, comuni; è una verità assoluta, una verità indiscutibile, incontestabile; una verità evidente, lampante, lapalissiana; sentenza che contiene una profonda verità; le verità fondamentali della fede (e con riferimento a queste: diffondere la verità; Dio è la fonte e il fondamento di ogni verità); verità rivelate, quelle che, inconoscibili con la sola ragione, la divinità stessa, direttamente o per interposta persona, ha manifestato agli uomini: verità rivelazione.

2. c. Ciò che è vero in senso assoluto (con questo significato soltanto al singolare): la ricerca della verità, soprattutto come oggetto e scopo della filosofia e della scienza; l’amore per la verità; “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6); la verità innanzi tutto!, la verità si fa strada da sé, la verità viene sempre a galla, frasi proverbiali; è la voce della verità, è la bocca della verità, di persona assolutamente sincera; parlare con accento di verità, dando l’impressione di essere sincero.

2. d. In verità (meno comune, per verità), locuzione avverbiale con funzione ora attenuativa ora rafforzativa (equivale a “veramente, davvero”): in verità, io sono estraneo alla faccenda; in verità, ti meriteresti una buona lezione; nel Vangelo, spesso ripetuto (come traduzione del latino “amen, amen”), in verità, in verità vi dico, e simili, formula iniziale di solenni affermazioni di Gesù.

3. Usi e significati specifici.

3. a. Nella storia della filosofia, diverse sono state le definizioni del concetto di veritàe del criterio per stabilire ciò che è verità; di volta in volta, la verità è concepita: come corrispondenza o conformità a una realtà extramentale; come rivelazione nell’esperienza sensibile (o nell’intuizione) o come manifestazione da parte di un essere superiore all’uomo; come conformità a una regola o a un concetto immanente o trascendente il singolo; come utilità, in rapporto cioè alla conservazione o alla felicità dell’uomo. Sono dette verità di ragione quelle il cui contrario è necessariamente falso; verità di fatto quelle non necessarie e contingenti. Nella storia della filosofia medievale è stata chiamata doppia verità (con espressione approssimativa e spesso fuorviante) la dottrina sostenuta da molti maestri delle Facoltà delle arti, in particolare dagli averroisti, secondo la quale una verità dimostrata razionalmente (in forza dei principii della filosofia di Aristotele ritenuta l’espressione della ragione) può essere diversa da una verità creduta per fede (non oggetto quindi di dimostrazione razionale): tale posizione ha reso storicamente possibile, dal secolo XIII fino a tutto il Rinascimento, la contemporanea accettazione delle teorie di Aristotele e delle verità rivelate.

3. b. In matematica e in logica matematica, il concetto di verità ha assunto storicamente significati diversi: in un primo tempo, in una visione più ingenua della matematica, la nozione di verità veniva applicata alle situazioni che sembravano oggettivamente corrette, o perché evidenti o perché dimostrabili; quando poi è stata messa in crisi l’idea di enti matematici oggettivi (per esempio, accettando la possibilità di più geometrie), la corrente formalista ha inteso verità come sinonimo di dimostrabilità; infine, nell’accezione logica più moderna, il concetto di verità fa riferimento a una struttura o a un modello di una teoria (verità vero, nel significato 2.a.). Espressioni funzione di verità, tavole (o tabelle) di verità, valore di verità.

Postcriptum 1

Ci sono anche “le verità nascoste” come ci ricorda Paolo Mieli con suo libro con quel titolo, su “trenta casi di manipolazione della storia” (Rizzoli 2019). L’eroico ingresso a Fiume del poeta guerriero D’Annunzio è stato usato come mito fondativo dei Fasci di combattimento, eppure molti dei legionari che parteciparono all’impresa non aderirono mai al fascismo. Questo è uno dei trenta episodi di manipolazione della storia che Paolo Mieli smaschera invitando il lettore a diffidare di fonti inattendibili e versioni adulterate. In alcuni casi si tratta di falsi d’autore, come il diario di Galeazzo Ciano corretto ad arte dallo stesso genero del Duce. Altre volte sono invece tentativi, più o meno consapevoli e strumentali, di imporre slittamenti interpretativi e di senso a pagine salienti del nostro passato. Troppo di frequente si riscontra invece un uso politico della – presunta – verità raggiunta. Ecco il filo rosso che collega i saggi qui raccolti: le verità nascoste sono quelle – indicibili, negate e capovolte – che Mieli indaga con il rigore dello storico e l’acume dell’osservatore vigile e inflessibile. Un’analisi che dall’Italia del Novecento, con le sue più ingombranti e fondamentali figure (Mussolini, De Gasperi, Togliatti), attraversa alcuni temi ancora oggi di grande attualità come l’antisemitismo e il populismo. Fino a gettare nuova luce su personaggi dello scenario internazionale quali Churchill, Stalin, Mao e su passaggi poco conosciuti o spesso misconosciuti della storia antica e moderna, dalla rivolta di Spartaco alla “congiura” di Tommaso Campanella. Un tracciato, quello indicato in “Le verità nascoste£, che suggerisce, nelle parole del suo autore, che “in campo storico le verità definitive, al di là di quelle fattuali e comprovate (ma talvolta neanche quelle), non esistano”.

Postscriptum 2

Due parole sulla mafia. Quello che la stampa di regime non dice
“La mafia, come ci è inculcata dalla stampa di regime, è un’entità astratta, impossibile da debellare, proprio perché non esiste”. Lo scrittore Antonio Giangrande sul fenomeno “Mafia” ha scritto un libro: “Mafiopoli. L’Italia delle mafie. Quello che non si osa dire” (2014), che racconta una verità diversa da quella profusa dai media genuflessi alla sinistra ed ai magistrati: «L’Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un’Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione».
“«La mafia cos’è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: “Sapete che cos’è la Mafia… faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale… e che si presentino 3 magistrati… il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica… e il terzo è un fesso… sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!” (Antonio Giangrande, “Mafiopoli. L’Italia delle mafie. Quello che non si osa dire”, 2014).
Siamo un popolo corrotto: nella memoria, nell’analisi e nel processo mentale di discernimento. Ogni dato virulento che il potere mediatico ci ha propinato, succube al potere politico, economico e giudiziario, ha falsato il senso etico della ragione e logica del popolo. Come il personal computer, giovani e vecchi, devono essere formattati. Ossia, azzerare ogni cognizione e ripartire da zero all’acquisizione di conoscenze scevre da influenze ideologiche, religiose ed etniche. Dobbiamo essere consci del fatto che esistono diverse verità. Ogni fatto è rappresentato da una verità storica; da una verità mediatica e da una verità giudiziaria.
La verità storica è conosciuta solo dai responsabili del fatto. La verità mediatica è quella rappresentata dai media approssimativi che sono ignoranti in giurisprudenza e poco esperti di frequentazioni di aule del tribunale, ma genuflessi e stanziali negli uffici dei pm e periti delle convinzioni dell’accusa, mai dando spazio alla difesa. La verità giudiziaria è quella che esce fuori da una corte, spesso impreparata culturalmente, tecnicamente e psicologicamente (in virtù dei concorsi pubblici truccati).
“La verità sulle stragi non la possiamo dire noi Magistrati ma la deve dire la politica se non proprio la storia” (Ingroia).
“Non possiamo dire la verità sulle stragi altrimenti la classe politica potrebbe non reggere” (Gozzo).
Ciononostante viviamo in un’Italia fatta così, con italiani fatti così, bisogna subire e tacere. Questo ti impone il “potere”. Ebbene, si faccia attenzione alle parole usate per prendersela con le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni, le incapacità dei governati e l’oppressione della burocrazia, i disservizi, i vincoli, le tasse, le code e la scarsezza di opportunità del Belpaese. Perché sfogarsi con il classico “Italia paese di merda”, per quanto liberatorio, non può essere tollerato dai boiardi di Stato. È reato, in quanto vilipendio alla nazione. Lo ha certificato la Corte di cassazione – Sezione I penale – Sentenza 4 luglio 2013 n. 28730!
Dr Antonio Giangrande
Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia
Leccecronaca.it, 21 settembre 2013

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