Da Novara un invito a vivere la preghiera

Nei giorni scorsi Novara ha celebrato il patrono, san Gaudenzio, amico di sant’Ambrogio. Il successore di Ambrogio, Simpliciano, lo consacrò vescovo di Novara nel 398 dando così vita alla diocesi gaudenziana, staccandola dalla sede metropolitana di Milano. Nel discorso alla città mons. Franco Giulio Brambilla ha proposto una meditazione su tre delle cinque scene della giornata inaugurale del Vangelo di Marco con una riflessione sull’oggi, puntando l’attenzione sulla famiglia, sulla società civile e sulla necessità della dimensione spirituale.

Concludendo il discorso ha rivolto un invito alla riscoperta della dimensione spirituale, che riaccende il desiderio profondo dell’uomo: “Egli è venuto per indicarci questo ‘altrove’, che va oltre il benessere che ci sta tutti narcotizzando. E’ l’altrove che si trova nel bene di quella Parola che sola dà senso al nostro desiderio: il desiderio di amore, di stima, di attenzione, di prossimità, di amicizia, di compassione, di perdono, di accoglienza, di fiducia, di ripresa, di vita nuova, di speranza!”.

Mons. Brambilla offre la meditazione sulla ‘casa di Pietro’: “La scena è semplicissima: la suocera è malata, è il perno della casa, non può accudire i suoi membri. L’ospitalità della casa è senza focolare. Gesù le si avvicina, la prende per la mano e la fa alzare, letteralmente in greco il testo dice che la “fa risorgere”. Appena alzata, la suocera si mette a servirli. Tutto qui”.

Per il vescovo tale racconto è una scena quotidiana: “Sembra una normale scena delle nostre famiglie, con i suoi ruoli e i suoi compiti, con i suoi affetti e le sue presenze, con i suoi malesseri e la ricerca dei rimedi. Pietro non perde l’occasione della visita di Gesù, per raccomandargli la salute della suocera. Gesù entra nella casa di Simone in compagnia dei discepoli. Tutto questo dice l’importanza del rapporto tra la casa e la comunità dei discepoli, tra la famiglia e la Chiesa.

Forse potremmo dire che anche la famiglia di oggi ha la febbre. La febbre è un sintomo di qualcos’altro. Non si può curare direttamente, si può abbassare, ma la cura è solo sintomatica. Bisogna curarne soprattutto le cause, più che lenirne gli effetti. Sì la famiglia è malata, ma si può e si deve curare. Come di fronte a un male di stagione, occorre fermarsi e non sottovalutare la febbre, soprattutto per gli anziani, gli adolescenti e i bambini, i più fragili. Mi sembra, tuttavia, che la febbre di questa stagione della famiglia stia proprio nel suo punto di forza”.

Ed ha incentrato il discorso sulla situazione della famiglia: “La famiglia italiana, infatti, dopo il secondo conflitto mondiale, è diventata gradualmente la famiglia nucleare, la ‘famiglia affettiva’, che vive in un appartamento. Questa sua vita “appartata” ha rinfrancato le relazioni personali, gli affetti della coppia, la presenza di papà e mamma, la voglia di casa dei figli. Questo è il suo punto di forza!

Tuttavia, questo può diventare anche il punto debole, perché ha allentato il suo rapporto con le generazioni precedenti, dal momento che i nonni sono chiamati in causa (come la suocera di Pietro) solo per impegni di supplenza e di servizio. Anche se spesso a loro sono lasciati importanti compiti educativi. In questa lenta marcia, la famiglia ha raggiunto nei primi 30 anni dal dopoguerra grandi risultati, per la casa, la scuola, il progresso e il benessere”.

Oggi la famiglia mostra un po’ di ‘febbre’: “Oggi viviamo una grave difficoltà ad educare: le famiglie, attonite, cercano intorno qualcuno che dia loro una mano nella formazione dei figli. Anche la denatalità sembra favorita dalla paura che nasce dal compito educativo, il quale per molti è diventato un’impresa impossibile”.

Quindi è compito della Chiesa operare la ‘guarigione’: “Bisogna che come Gesù entriamo nella casa e facciamo rialzare la famiglia che ha la febbre, perché ritrovi la sua capacità di servizio. Invito tutti i sacerdoti e le comunità cristiane a dedicare tanto tempo per favorire i cammini educativi dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani. Entriamo nelle case e nelle famiglie, stiamo accanto ai genitori, perché riscoprano la bellezza della casa come luogo degli affetti per crescere e far crescere: diciamo loro che bisogna dare ai figli meno cose e più presenza, più stimoli, incentivi, sostegni, sogni e speranze”.

La riflessione si è allargata alla cultura, provocando un abbassamento della qualità culturale: “La padronanza della lingua italiana e delle conoscenze essenziali richiesta per accedere ai concorsi e per varcare la soglia del mondo del lavoro si è dimezzata in 50 anni, con conseguenze che stanno sotto gli occhi di tutti: inflazione dei titoli di studio con la richiesta di qualifiche più elevate per accedere a determinati lavori; diminuita capacità dei giovani di memorizzare conoscenze, di concentrarsi e di affrontare compiti difficili; lunghezza degli studi con aumento dei costi che hanno penalizzato i ceti popolari, i quali non possono permettersi tempi più lunghi di istruzione dei figli.

Siamo arrivati alla conseguenza estrema della disoccupazione volontaria. Non già perché non si trova alcun lavoro, ma perché non si è disposti ad accettare i lavori che si trovano. La disoccupazione volontaria nella società del benessere produce nei giovani uno sdoppiamento della personalità, che oscilla tra un finto sé stesso rassegnato ad accettare ogni compromesso per sbarcare il lunario e un sé ideale che non si sente valorizzato dal mercato e che s’infila per molti anni nella ricerca di professioni incerte e mal definite”.

Il vescovo ha proposto un’alleanza per curare le ‘malattie’ del tempo: “La Chiesa insieme a tutte le persone di buona volontà (come Gesù nella prima giornata del suo ministero) sta alla porta della città e non smette di curare coloro che sono piagati nel corpo e sono depressi nello spirito. Mi domando se non siano malattie dello spirito queste che vi elenco: le dipendenze da alcool e da droghe; la schiavitù dal gioco d’azzardo e da videogiochi; forme di depressione e alti livelli di dispersione scolastica; la condizione del pianeta NEET; gli episodi di cyberbullismo nella scuola; la piaga dei femminicidi e della violenza sui minori; le situazioni di disagio della famiglia; il drammatico fenomeno dei suicidi. Vi dò un solo dato: noi tutti, giovani e adulti, spendiamo in Italia per il gioco d’azzardo (legale), in tutte le sue tentacolari forme, quanto ci costa l’intera spesa sanitaria del Paese: nel 2018 abbiamo buttato € 107.300.000.000!”

Infine l’invito ad infondere nei giovani la vita attraverso la preghiera: “Oggi sono preoccupato soprattutto di questo: non riusciamo a risvegliare nei nostri giovani il desiderio di vivere, perché noi per primi non siamo capaci di aprire il cuore al desiderio di Dio! Se essi ci guardano e ci osservano, vedono che viviamo solo di cose, ma se ci affidiamo solo alle cose, diventiamo anche noi oggetti da vendere o comprare, non persone da stimare e amare.

Sono preoccupato perché non ci sentiamo più uomini e donne spirituali, ma, senza questa dimensione della vita, moriremo anche noi con tutte le nostre cose materiali. Per questo ho scritto quest’anno una lettera sulla vita spirituale (mi ha molto consolato sapere che un ragazzo di 18 anni l’ha letta tutta da solo): se volete star bene, non riempitevi di beni, ma cercate quel bene che si trova solo là, in quel ‘luogo deserto’, dove anche Gesù si è rifugiato sul far del mattino della sua prima giornata fra noi”.

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