Mons. Vari: l’unità è la forma concreta della fede

“L’unità è la forma concreta della fede, la grammatica chiara a tutti, soprattutto a quelli che ci guardano con curiosa attenzione oppure con sospetto. L’unità è nelle mani di tutti”: lo ha scritto l’arcivescovo di Gaeta, mons. Luigi Vari, nella lettera pastorale, dal titolo ‘Come Itaca. Quello che abbiamo creduto è accaduto’: documento pastorale di verifica del cammino fatto del primo triennio alla guida della diocesi.

 L’arcivescovo prende spunto dal poema greco di Omero, l’Odissea, che nella lettera assume un valore di cammino, di itineranza, di impegno di andare avanti per costruire e non abbattere. In questa prospettiva, il presule fa riferimento a una celebre poesia di Costantino Kavafis, intitolata ‘Itaca’:

“In questo viaggio oltre le apparenze e le appartenenze, nella ricerca dell’essenziale che è l’amore, quello potente che rinuncia e che perdona, che ringrazia e che riapre possibilità alla vita, la pagina di Vangelo continua e ci mostra quanta  fatica fanno quelli che stanno seduti alla mensa, inclusi i discepoli di Gesù, a comprendere quello che  avviene; solo loro continuano ad essere in scena come aggettivi rumorosi: mormoranti”.

Nella lettera mons. Vari invita a pensare insieme: “E’ evidente a tutti che amare questa terra passa attraverso l’impegno concreto a non dare più deleghe, a impegnarsi in prima persona. La soluzione dei nostri problemi non passa attraverso qualche sporadica iniziativa o colpo di genio: c’è bisogno di pensare insieme, di lavorare insieme con tutti quelli che San Giovanni XXIII chiamava ‘le donne e gli uomini di buona volontà’.La comunità cristiana non può mancare a questo impegno”.

Mons. Vari riprende l’espressione di papa Francesco di spazio e tempo per invitare i fedeli all’azione: “Questo pensiero è stimolante: ricordarci che il tempo è superiore allo spazio è importante, descrivere l’esperienza di essere Chiesa come quella di chi esplora è sicuramente intrigante, eppure nella nostra  esperienza è proprio quello che ci fa più difficoltà. Ci rendiamo conto che per noi il tempo non è rassicurante come lo è lo spazio.

Ci rendiamo conto che non sempre siamo d’accordo che tutto dipende da come tu fai la Parola e non da dove la fai o da che posizione la fai. Una Chiesa che cammina con carità, anche se gli spazi sono impraticabili, semplicemente è fatta di persone che credono, non di atei”.

Citando Bonhoeffer invita i fedeli a ‘vivere la vita’: “Veramente noi non dovremmo mai rassegnarci a vite  sospese, non dovremmo mai pensare che ci sarà un altro tempo per fare quello che pensiamo sia giusto fare.

I sentimenti del fare, l’entusiasmo, la speranza, la delusione, il rammarico, la gioia, non devono essere assenti dalla nostra vita; la loro presenza nella nostra esperienza di Chiesa non indica che siamo deboli, ma che siamo vivi. Quello che a volte manca alla nostra Chiesa non è il fare, ma la consapevolezza che quel fare è la nostra maniera di comprendere”.

La lettera pastorale invita a vivere l’unità, che manifesta la fede nella Chiesa: “L’unità è la forma concreta della fede, la grammatica chiara a tutti, soprattutto a quelli che ci guardano con curiosa attenzione oppure con sospetto. L’unità è nelle mani di tutti, non c’è giudeo o greco, schiavo o libero, prete o laico, punto di vista o giudizio che meritino il prezzo dell’unità. L’unità è il segno evidente che amo la Chiesa.

L’unità è il segno più evidente che sono Chiesa. Dell’unità è simbolo la tunica di Cristo che nemmeno i soldati che lo avevano flagellato e crocifisso osano lacerare. L’unità, continua l’apostolo Paolo, è talmente  importante che se viene mancare, anche l’Eucarestia smette di essere tale.

L’ascolto del Vangelo dell’unità si fa vivendo. Vivendola si comprende e viverla non è poi così complicato; il papa ne parla spesso suggerendo vie semplici, come quella di evitare le chiacchiere oppure portando come  esempio di santità la capacità di stare in silenzio”.

Per l’arcivescovo l’unità è la grammatica di ogni viaggio cattolico: “L’unità è la grammatica del viaggio, dove ogni viaggiatore per il fatto che cammina è un dono. Il camminare stesso lo è, se solo pensiamo che da cammini nasce l’Europa dei pellegrini. Allora alla domanda scontata di che cosa ne sia delle numerose assemblee e iniziative, alla domanda un po’ stolta di chi cerca impaziente i risultati, la risposta è che ciò che accade è il cammino”.

Quindi ha  invitato a riprendere il cammino di Emmaus per ‘riaccendere il cuore’: “Non vorrei che queste fossero solo parole di auspicio, perché abbiamo veramente visto riaccendersi il cuore in tante persone e situazioni in cui si era spento per la cenere del fallimento e della delusione. Sempre si è riacceso quando abbiamo avuto il coraggio di accompagnare il cammino con il desiderio. Lo abbiamo visto riaccendersi in tanti che sono stati invitati a dare una mano per realizzare incontri attorno alle parole che abbiamo voluto riscoprire”.

Ed infine affronta il tema della missionarietà della Chiesa sull’esempio dell’apostolo Paolo: “Essere missionaria, evangelizzare, per la Chiesa  non significa promuovere se stessa, ma annunciare Gesù Cristo come unico salvatore del mondo e lasciarsi guidare dai cambiamenti culturali e sociali per continuare a dirlo, ad annunciarlo senza stancarsi”.

Quindi la missionarietà invita alla disponibilità di lasciarsi sorprendere: “Essere missionari appare subito come essere disponibili alle sorprese, soprattutto a quella che mostra le cose che non vanno come noi pensiamo che debbano accadere. La venuta dello Spirito Santo nei giorni del cenacolo pone rimedio proprio a quei sentimenti di incertezza, imbarazzo ed impotenza che avvolgono i discepoli”.

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