Vittime di piazza Fontana: custodi della democrazia

Nella quinta domenica dell’Avvento ambrosiano, a pochi giorni dal 50° anniversario della strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969), nel Duomo di Milano è avvenuta la celebrazione eucaristica vespertina in suffragio delle vittime presieduta dall’Arcivescovo, mons. Mario Delpini, che prima della messa ha incontrato i parenti dei 17 morti.

Nel ‘Discorso alla Città’ dello scorso 6 dicembre mons. Delpini aveva ricordato la strage di 50 anni prima: “Quella strage provocò 17 morti e almeno 88 feriti e seminò sconforto e paura non solo tra i milanesi, ma in tutto il Paese, per il clima che si creò a partire da quell’evento”.

Mons. Delpini ha ricordato quegli anni, definiti la ‘notte della repubblica’: “In effetti si può dire che la nostra storia è sempre una notte, è sempre un dramma irrimediabile è sempre un enigma insolubile. Un dramma irrimediabile: le vittime di piazza Fontana hanno prodotto una ferita che non si può guarire, una perdita che non si può risarcire.  La nostra vicinanza ai parenti delle vittime, le parole di condoglianze e di solidarietà sono sempre una forma palliativa, un conforto patetico”.

L’arcivescovo di Milano ha sottolineato che non sono più sufficienti lo sdegno e la protesta: “Ma  non ci basta di rievocare quel 15 dicembre di 50 anni fa. Ci commuove rivedere le immagini di quella celebrazione che ha convocato tutta la città a piangere intorno alle 17 bare, ad ascoltare le parole del Vescovo della Chiesa Ambrosiana pronunciate per invitare un popolo sgomento a far fronte all’aggressione  incomprensibile. 

Continua a commuoverci. Ma non ci basta. Ascoltiamo e meditiamo le parole di coloro che offrono interpretazioni di quell’evento e di quel tempo. Ma non ci basta. Noi siamo incaricati di una  interpretazione teologica della storia. Siamo radunati per interrogare Dio e chiedergli conto della sua opera, della sua presenza, delle sue intenzioni, della sua volontà”.

Davanti alla storia Dio si fa presenza con Gesù: “La risposta di Dio non è quindi un discorso o una argomentazione, ma la presenza di un uomo, Gesù che percorre un tratto di strada, che abita un frammento del tempo, che parla con parole di uomo, e soffre con carne di uomo e muore con grido di uomo e ama con il cuore di Dio. A chi lo interroga sulla sua opera e gli chiede: dov’eri tu quando la mano omicida depositava la bomba? Dio risponde: ero sulla croce, sono sulla croce, accendo la luce che illumina ogni uomo”.

Quindi la ‘luce’ di Dio illumina le ‘notti’ della storia: “La risposta di Dio è quindi Gesù, luce del mondo, che accende in ogni uomo e donna di buona volontà la piccola luce che basta per indicare il cammino e tenere viva la speranza. Così procede la storia, così vive la speranza: abitano la terra i figli della luce. E’ ancora notte, ma una notte in cui ci siamo sorpresi, una notte abitata da uomini e donne, figli della luce,dediti al dovere, amici della democrazia, servitori dello Stato”.

L’omelia è chiusa dall’invito ad evitare ogni rassegnazione, ringraziando coloro che sono stati ‘fedeli’ alla democrazia: “Uomini e donne di ogni parte, di ogni partito, di ogni livello di responsabilità, figli della luce, hanno lavorato hanno sofferto, hanno pagato a caro prezzo la loro  fedeltà alla parola data, al compito assegnato.

Per questo si considerano conclusi gli anni di piombo, perché i figli della luce hanno abitato a Milano e in questo nostro paese. Ma l’enigma del male, la notte, continua a rendere oscura la storia. E i figli della luce continuano a fare luce.

Questo tempo, questa situazione ci chiama a distoglierci dalla rassegnazione e dalla paura, a lasciarci accendere da Colui che è la luce del mondo, a diventare figli della luce e figli del giorno, per vivere la pazienza di trasformare in luce le tenebre della terra, sotto ogni cielo”.

Alcuni giorni prima anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva ricordato la strage di piazza Fontana, mettendo in risalto il compito della memoria: “Un attacco forsennato contro la nostra convivenza civile prima ancora che contro l’ordinamento stesso della Repubblica. Uno strappo lacerante; recato alla pacifica vita di una comunità e di una Nazione, orgogliose di essersi lasciate alle spalle le mostruosità della guerra, gli orrori del regime fascista, prolungatisi fino alla repubblica di Salò, le difficoltà della ricostruzione morale e materiale del nostro Paese. Quel 1969 fu segnato da 145 attentati dinamitardi”.

Una violenza cieca ed ‘antipopolare’ che non ha sconfitto la democrazia: “Ma i tentativi sanguinari di sottrarre al popolo la sua sovranità sono falliti. La Repubblica è stata più forte degli attacchi contro il popolo italiano. La violenza terroristica ha sottoposto a dura prova la coscienza civica dei nostri concittadini. Il comune sentimento di unità, patriottismo, solidarietà, è stato, con dolore ma con fermezza, più consapevole e più saldo dopo quegli assalti. 50 anni dopo piazza Fontana sentiamo, assieme ai familiari delle persone assassinate in quella circostanza, il dolore profondo per una ferita non rimarginabile recata alla nostra convivenza”.

Quindi la commemorazione delle vittime di piazza Fontana rappresenta un forte ‘baluardo’ per la democrazia: “Nelle vittime di Piazza Fontana trova radice l’interrogarsi del Paese sulla propria natura e sul suo destino. Quella stagione fu specchio dell’anima, della sofferenza del nostro popolo, chiamato a rafforzare una fedeltà laica e civile ai valori della Costituzione: il patto di cittadinanza, basato su principi fondativi, ideali civili, storia plurale ma comune, lasciatoci in eredità dalla Lotta di Liberazione.

Una fedeltà chiesta anzitutto ai servitori dello Stato: uomini degli apparati di sicurezza, Forze Armate, Magistratura, incaricati dalla comunità di vegliare sulla serenità del vivere civile. Non si serve lo Stato se non si serve la Repubblica e, con essa, la democrazia. L’attività depistatoria di una parte di strutture dello Stato è stata, quindi, doppiamente colpevole”.

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