America Latina, culla dei diritti umani

Difendere l’Universalità della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Monsignor Silvano Tomasi, osservatore della Santa Sede presso l’ufficio Onu di Ginevra, lo ha sottolineato nell’ultima  sessione per i diritti umani all’Onu. Ma la difesa dei diritti umani è un “filo rosso” che passa attraverso l’intero pontificato di Benedetto XVI. Il quale, nel 2008, visitando il Palazzo di Vetro a New York, ha messo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo alla base di qualunque legislazione culturale. L’appello è quello di partire dall’uomo, anche perché “i diritti umani sono sempre più presentati come linguaggio comune e sostrato etico delle relazioni internazionali. Allo stesso tempo, l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti umani servono tutte quali garanzie per la salvaguardia della dignità umana”.  Il sogno di Eleanor Roosevelt ha poco più di cinquant’anni, e cosa sia la Dichiarazione universale tutti lo sanno. In pochi sanno, invece, che una spinta importante alla formulazione dei diritti venne dai Paesi sudamericani. E, di riflesso, in maniera del tutto indiretta, alla base della Carta dei diritti umani c’è anche la dottrina sociale della Chiesa. Che nei Paesi latino-americani ha avuto terreno fertile e ha operato sin dalla colonizzazione spagnola.

Fu Bartolomé de Las Casas, vescovo del Chiapas, tra i primi a battersi perché gli schiavi fossero affrancati, perché uomini e quindi dotati della stessa dignità di qualunque altro uomo. A leggere i documenti, si scopre che un ruolo fondamentale all’interno della commissione voluta da Eleanor Roosevelt fu esercitato dal rappresentante cubano Guy Perez Cisneros. Che il Messico, con la Costituzione del 1917, si dota di uno degli strumenti più moderni dell’epoca, che è dovuta soprattutto alla sua incorporazione di garanzie e protezioni sociali ed economiche. È persino ironico: il Messico è stato uno Stato paradigmaticamente anticlericale per tutto il diciannovesimo secolo, e durante gli anni rivoluzionari tra il 1910 e il 1917 la persecuzione della Chiesa cattolica fu estrema. Eppure la Costituzione del 1917 ha singolari affinità con l’enciclica Rerum Novarum del 1891, la prima enciclica sociale, nella quale si parla delle esigenze dei lavoratori della necessità di garantire loro un giusto stipendio. Così la Dottrina Sociale della Chiesa esercita una influenza indiretta in Messico.

Tutto parte dalla colonizzazione spagnola, da Bartolomé de Las Casas, e dalle sue radici nella scolastica spagnola di Francisco de Vitoria (anch’egli citato dal Papa nel discorso alle Nazioni Unite come precursore dei diritti umani). Con il ‘descubrimiento’ (scoperta) dell’America si realizza una rivoluzione non solo geografica. Non sarà infatti più possibile l’equazione tra Cristianità e umanità, tra Europa e civiltà. Era necessario così elaborare una nuova logica e un nuovo pensiero sul piano culturale, morale e religioso. E questo nuovo pensiero si sviluppa nell’ambito della teologia cristiana.

Così, già agli inizi del 1500 il Maestro Generale dell’Ordine dei Domenicani inviò in America alcuni missionari provenienti dalla città spagnola di Salamanca, con il compito – tra gli altri – di inviare informazioni negli studi generali e nelle università europee circa le res novae che richiedevano una innovazione del pensiero giuridico e politico, non solo teologico.

I frati domenicani partono, osservano. E denunciano apertamente le gravi ingiustizie commesse dai coloni europei contro gli indios. Un esempio: il vibrante discorso contro i soprusi agli indiso del frate domenicano Antonio de Montesinos nella chiesa di Hispaniola, è il 1511. Non è l’unico. E da queste denunce si arriva alla Breve relazione sulla distruzione delle Indie del 1542. La redige Bartolomé de Las Casas –  ex proprietario di terre a Hispaniola e Cuba, convertitosi al cristianesimo e divenuto frate domenicano – su richiesta dell’Imperatore Carlo V. In quella relazione, de las Casas contesta anche sul piano giuridico i diritti di colonizzazione (encomiendas).

Nel frattempo, all’Università di Salamanca nasce una nuova scuola, la cui figura di riferimento è Francisco de Vitoria, frate domenicano e docente nella cattedra di prima theologia. De Vitoria affronta le grandi questioni che aprono l’epoca moderna formulando morale, giuridico e politico nel solco del realismo di Aristotele e Tommaso d’Aquino. Un realismo cristiano che avrebbe poi  influenzato, nel secolo successivo, autori come Suárez e Grozio.

Università di Salamanca, 1539: de Vitoria tiene una lezione solenne dinanzi al corpo docenti sulla questione delle popolazioni indigene: la famosa Relectio de Indis. Nella Relectio, de Vitoria affronta in maniera originale la ‘questione americana’,  mettendo in discussione le vecchie categorie sia sul potere politico (potestas temporalis), sia sul potere spirituale (potestas spiritualis). In particolare, de Vitoria afferma che il potere politico, essendo una funzione necessaria all’esistenza dei popoli, trova una legittimazione nella legge naturale. È da qui che si delineano le premesse teoriche per un ordine nazionale e internazionale fondato sulla dignità naturale dei popoli.

È la parabola del Buon Samaritano la chiave di volta per de Vitoria: il modello indicato da Gesù è un samaritano, e non un appartenente al popolo eletto. E quindi, per de Vitoria, la solidarietà verso il prossimo non si fonda quindi (solo) nel comune patrimonio culturale, morale o religioso, ma nella comune dignità umana. È una premessa che per de Vitoria deve plasmare società internazionale, nella quale necessariamente si incontrano tutti i popoli, non solo quelli uniti da una stessa civiltà. Ed eccolo, il realismo cristiano: de Vitoria, nel momento in cui afferma la pari dignità, non nega la possibilità di un diverso grado di civiltà. Con ciò tuttavia, i popoli più avanzati non solo non possono prevaricare (‘non fare agli altri’) ma sono chiamati a favorire i meno avanzati (‘amerai il tuo prossimo come te stesso’).

Comincia da qui la lunga marcia verso il sogno di una Carta Universale dei Diritti Umani di Eleanor Roosevelt. La rappresentanza sudamericana nella Commissione per la Dichiarazione universale fu folta, ed ebbe una grande influenza sull’andamento stesso dei lavori. Ed è ancora ironico notare come molti di questi Paesi ora la Carta non la rispettino più completamente. Come Cuba, ad esempio.

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