Censis: gli italiani non si fidano più di nessuno

A Roma è stato presentato il 53° Rapporto Censis sulla società italiana, facendo emergere il ritratto di un’Italia che è sopravvissuta alla crisi, ma che è diventata più ansiosa e preoccupata per il suo futuro; sempre più individualista e con scarsa fiducia negli altri. L’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista.

E’ il costo dell’allentamento della rete di protezione dello Stato sociale e della rottura dell’ascensore che blocca in basso chi parte svantaggiato. Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è ferma. Il 63% degli operai è convinto di non riuscire a uscire dalla sua condizione socio-economica attuale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

Il Censis ha rilevato che non è più sufficiente ‘rattoppare’ per una ripartenza socio economica del Paese: “L’anno che si va chiudendo segna, infatti, l’inizio di un diverso modo di osservare l’orizzonte italiano del futuro e rafforza l’impressio­ne che l’adeguamento verso il basso non può proseguire senza limiti, senza porre argini o individuare punti di sostegno per frenare lo sgretolamento, per provare ad ancorarsi e tentare un cambio di direzione”.

Per una ripartenza il Censis ha sottolineato che occorrono attivare alcune ‘piastre’ per alimentare almeno un piccolo cambio di rotta rispetto alla direzione attuale: “Una prima piastra è nella dimensione manifatturiera, industriale, del nostro sistema produttivo e nella sua capacità di innovare e, almeno in parte, di trainare la crescita.

Le nubi nere all’orizzonte dell’economia mondiale e le ipotesi di una nuova guerra dei dazi e delle valute, subdola e silenziosa, alimentano a ragione tanti interrogativi sulla capacità di resistenza delle industrie italiane, ma non c’è dubbio che nell’arena internazionale il nostro Paese, con le sue fab­briche, esprime ancora un’idea forte di qualità e di capacità competitiva.

Una seconda forma di piastra di ancoraggio per limitare il trascinamento verso il basso è nel consolidamento strutturale in alcune aree geografiche vaste del nostro Paese: dal nuovo triangolo industriale tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna alla fascia dorsale lungo l’Adriatico…

La terza piastra è la nuova sensibilità ai problemi del clima, della qualità ambientale e della tutela del territorio, anche in risposta a stimoli non solo interni. Restano certo irrisolti i nostri problemi di fragilità strutturale dell’ambiente naturale e costruito, ma è fuor di dubbio che la speranza di provare, almeno in parte, a metterci mano muove a una spontanea e diffusa partecipazione.

L’economia circolare è ancora un tema buono per convegni e dibattiti pubblici, ma la mobilitazione sull’ambiente come potenziale sostegno appare un processo strutturale, tanto economico quanto sociale”.

Eppoi il Censis ha sottolineato che il risparmio ‘privato’ mostra una chiave interpretativa ap­pare più incerta: “La liquidità disponibile delle famiglie ha permesso una sostanziale tenuta sociale, a fronte di risorse pubbliche sempre meno adeguate e meno efficienti.

In parte per ragioni politiche, con l’attacco alla ricchezza e al contante e la tracciatura delle spese individuali, in parte per la percezione d’insicurezza, la piastra del risparmio sembra restare una polizza assicurativa più che una opportunità. Resta però un sistema di ancoraggio, nell’attesa che le risorse finanziarie rientrino in qualche modo nel sistema economico e produttivo”.

Di contro il rapporto del Censis ha messo in evidenza anche alla costruzione di tanti ‘muretti a secco’ dei singoli, che si erigono per non far franare la collina: “Sono esempi di muretti a secco la fitta rete di incubatori e acceleratori di imprese innovative nei quali diverse migliaia di giovani tentano una esperienza imprenditoriale, in un contesto finanziario e amministrativo generalmente povero, dove però una buona intuizione può diventare una buona impresa”.

Davanti a tale scenario il Censis osserva un’azione politica incompiuta: “Un decennio si conclude, ma sul piano politico non può dirsi compiuto. Viviamo, in questo senso, in un Paese privato di un passaggio in avanti a lungo promesso, ma che non c’è mai stato. Basti pensare alle tante, troppe, riforme strutturali annunciate, ma mai concretamente avviate.

Non si vede ambito nel quale non è mancata solo una solida visione di società possibile, ma anche il tentativo di una timida ancorché concreta rimodulazione dei processi: nella scuola, nella giustizia, nella sanità, nella fiscalità, nel quadro istituzionale”.

E’ un duro ammonimento ai limiti della politica che non sa decidere, e quindi si è disconnessa dalla realtà: “Non per aver scelto, ma per non averlo fatto, la politica ha fallito e ha smarrito se stessa. Vedendo cadere al suo punto più basso l’interesse a fare politica, a essere presenti e partecipi alla responsabilità collettiva, l’affidabilità delle sue parole, gli italiani non si sentono orfani: più semplicemente si sono disconnessi dalla politica, limitandosi al più ad osservarla, come in un reality”.

Ed ecco i numeri che mostra un Paese che non sa più guardare in avanti e non sa più ‘trasmettere’ speranza; il dato preoccupante di questo ‘stallo’ riguarda le famiglie: dal 2011 la ricchezza immobiliare delle famiglie ha subito una decurtazione del 12,6% in termini reali. E il 61% degli italiani non comprerebbe più i Bot, che hanno ormai rendimenti microscopici. Crollate le certezze, non si vedono alternative valide.

Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Di conseguenza il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso.

A dimostrare il cattivo stato di salute psicologica degli italiani c’è, nel triennio 2015-2018, il consumo di ansiolitici e sedativi, che è aumentato del 23% mentre gli utilizzatori sono ormai 4.400.000 (800.000 di più di tre anni fa). Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada.

Inoltre il 44,8% degli italiani prevede un futuro sereno per la propria famiglia, mentre la percentuale scende al 21,5% con riferimento al destino del Paese. Paura, inquietudine, preoccupazione si applicano dunque al Paese e ai suoi scenari evolutivi molto più che alla propria famiglia. Le ricette per fronteggiare la situazione suggerite dagli italiani sono: favorire gli investimenti privati con incentivi e sgravi fiscali per le imprese (64,9%), riduzione degli impedimenti burocratici (17,2%), rafforzamento degli investimenti pubblici (17,9%).

Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata; il 63,3% degli operai crede che in futuro resterà fermo nell’attuale condizione socio-economica, perché è difficile salire nella scala sociale; il 63,9% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Inoltre, il 38,2% degli italiani è convinto che nel futuro i figli o i nipoti staranno peggio di loro, il 21,4% non sa bene che cosa accadrà e solo il 21% pensa che staranno meglio di loro. Il ceto medio (43%), dagli impiegati agli insegnanti, è più persuaso che figli e nipoti staranno peggio.

Il sentimento di abbandono ha generato anche una radicale sfiducia nella politica. Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (la percentuale che sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia.

E quindi il 48% degli italiani è portato a pensare che ci vorrebbe un ‘uomo forte al potere’ che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai). Però gli italiani hanno fiducia nell’Europa: il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue.

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