Papa Francesco: il diritto ‘a morire’ non ha basi giuridiche

Il quinto convegno nazionale del Centro studi ‘Rosario Livatino’, che si è svolto venerdì 29 novembre al Senato della Repubblica, ha affrontato un tema di attualità espresso dal titolo: ‘Magistratura in crisi. Percorsi per ritrovare la giustizia’. In mattinata ai partecipanti al convegno (giuristi, magistrati, avvocati, docenti universitari e notai) papa Francesco ha ricordato il pensiero del giovane magistrato, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 e per il quale si è concluso il processo diocesano di beatificazione:

“Rosario fu ucciso non lo conosceva quasi nessuno. Lavorava in un tribunale di periferia: si occupava dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi. Lo faceva in modo inattaccabile, rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo”.

Il papa quindi lo ha additato come esempio ‘per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro’, ma soprattutto per le riflessioni sull’eutanasia. E qui ha citato una sua riflessione, quando al Parlamento era in discussione la tematica: 

“Se l’opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana… è dono divino che all’uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l’opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni ‘indisponibili’, che né i singoli né la collettività possono aggredire”.  

Questo considerazione del ‘giudice bambino’ per il papa è valida anche oggi: “Queste considerazioni sembrano distanti dalle sentenze che in tema di diritto alla vita vengono talora pronunciate nelle aule di giustizia, in Italia e in tanti ordinamenti democratici.

Pronunce per le quali l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato; o che, secondo una giurisprudenza che si autodefinisce ‘creativa’, inventano un ‘diritto di morire’ privo di qualsiasi fondamento giuridico, e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza”.

Questa riflessione non esclude la ‘fedeltà’ allo Stato del magistrato, come aveva sottolineato nel 1984 sempre Livatino: “Egli altro non è che un dipendente dello Stato al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi, che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni”.

Anche in questo caso il papa ha sottolineato l’attualità del suo pensiero: “Anche in questo l’attualità di Rosario Livatino è sorprendente, perché coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti ‘nuovi diritti’, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo”.

Quindi in questo periodo di crisi del potere giudiziario papa Francesco ha riaffermato il bisogno di non disperdere il pensiero del giudice: “Il tema che avete scelto per il convegno di oggi si inserisce in questo solco, e chiama in causa una crisi del potere giudiziario che non è superficiale ma ha radici profonde. Anche su questo versante, Livatino ha testimoniato quanto la virtù naturale della giustizia esiga di essere esercitata con sapienza e con umiltà, avendo sempre presente la ‘dignità trascendente dell’uomo’…

In questo modo, con queste convinzioni, Rosario Livatino ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge”.

Infine ha chiesto ai presenti di contribuire alla ‘costruzione’ della concordia: “Cari amici, la concordia è il legame tra gli uomini liberi che compongono la società civile. Col vostro impegno di giuristi, voi siete chiamati a contribuire alla costruzione di questa concordia, approfondendo le ragioni della coerenza fra le radici antropologiche, l’elaborazione dei principi e le linee di applicazione nella vita quotidiana”.

Ha concluso l’udienza con un’altra riflessione di Rosario Livatino, mettendo i partecipanti ‘sotto la tutela di Dio’, che era il suo acronimo. Ebbene Rosario Livatino invitava a compiere una scelta come decisione: “Decidere è scegliere…; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare… Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio.

Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto, per il tramite dell’amore verso la persona giudicata… E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione”.

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