Da Firenze per un umanesimo dell’ospitalità

La Facoltà teologica dell’Italia centrale ha ospitato a Firenze l’incontro con p. Christoph Theobald, docente di teologia fondamentale e di dogmatica al Centre Sèvres di Parigi, sul tema ‘Umiltà, disinteresse, beatitudine. Rileggere il Convegno ecclesiale di Firenze’, svoltosi nel capoluogo toscano nel 2015, in cui il papa parlò di ‘umiltà, disinteresse, beatitudine’, come tre tratti da prendere in considerazione per una esaustiva meditazione sul nuovo umanesimo cristiano:

“Questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità”. Proprio dall’intervento del papa il gesuita ha invitato a riflettere sul percorso tracciato da papa Francesco: “Da qui l’invito costante del Santo Padre a una riforma della Chiesa a partire dal ‘centro della fede’, il kèrigma o il Vangelo;

una riforma che corrisponda al ‘cambiamento d’epoca’ al quale assistiamo e che porti a inventare un nuovo stile di vita cristiana nel mondo contemporaneo e una nuova maniera di esservi presenti; stile o maniera di cui il fondamento e l’effetto potranno essere colti dai nostri contemporanei come un nuovo umanesimo”.

Da questo assunto p. Theobald ha invitato a vedere i ‘segni dei tempi’: “Teniamo presente la struttura triangolare che emerge dai differenti poli che, in ragione della loro articolazione più o meno appropriata, conferiscono alla tradizione cristiana la sua mobilità interiore e la aprono alla creatività umana:

il Vangelo di Dio, quale s’incarna nell’itinerario di Cristo Gesù, l’Ecce homo; i suoi destinatari, cioè il contesto in cui bisogna annunciarlo, ovvero le nostre ‘Galilee’ di oggi; e la Chiesa che lo annuncia, popolo di Dio doppiamente ‘decentrato’ e quindi, da un lato, in ascolto del Vangelo e, dall’altro, pronto a captare le aspirazioni e le inquietudini che si esprimono nelle nostre società.

Bisogna cominciare da queste ultime per scorgervi dei ‘segni dei tempi’, per potersi interrogare in seguito sul Vangelo di Dio e sulla maniera ecclesiale di renderlo ‘presente’, di renderlo presente in seno alle nostre culture contemporanee, precisamente nella forma di un nuovo umanesimo”.

Il gesuita ha invitato a comprendere il significato di ospitalità: “Ciò che presuppone delle frontiere e delle barriere di ogni tipo, pone la domanda: come attraversarle? E suggerisce l’esito dell’ospitalità. Parlare di santità ospitale o di ospitalità santa lascia dunque trasparire il versante umanistico del Vangelo di Dio, questi ‘luoghi’ in seno alle nostre società e sul nostro pianeta in cui, nelle nostre etiche umane e nelle nostre condizioni spesso difficili, può emergere ciò che rientra in una gratuità incondizionata e in una libertà propriamente teologale”.

Le tre parole usate da papa Francesco rappresentano il nuovo ‘umanesimo cristiano’: “I primi due si riferiscono all’esortazione che, nell’apostolo Paolo, precede l’inno cristologico della Lettera ai Filippesi; l’inno del periplo di Cristo Gesù, che il Papa introduce in partenza per orientare il comportamento dei cristiani, invitandoli a contemplare il suo volto… Si tratta di ‘attitudini’ relazionali o ospitali…”.

Questi tratti si trovano ben sviluppati nell’esortazione apostolica ‘Gaudete et Exsultate’: “Papa Francesco ha esplicitato questi tratti dell’umanesimo cristiano nella sua esortazione apostolica ‘Gaudete et Exsultate’ in cui ritroviamo non soltanto le due grandi tentazioni che minacciano lo stile cristiano, il pelagianesimo e lo gnosticismo, ma anche un lungo commento alle beatitudini… Si potrebbe pensare che queste tre ‘attitudini’ riguardino soltanto la comunità cristiana; è quanto sembra valere per la Lettera ai Filippesi”.

Ma non è così, perché nel discorso fiorentino papa Francesco ha invitato tutti a rendere ‘presente’ il Vangelo in ogni campo: “Un nuovo umanesimo come impulso intimo della nostra cultura non si crea tutto d’un tratto e in maniera volontaristica. Il Vangelo non può mai essere reso presente al modo di un ‘impianto’: sarebbe aggiungere violenza alla violenza che già attraversa le nostre culture, e che vi produce delle isole ideologiche di tensione, di fronte alla crisi di fiducia che vivono gli individui e l’intera società.

La maniera di Cristo Gesù in Galilea è, piuttosto, l’offerta gratuita di un’ospitalità quotidiana e, più ancora, la richiesta umile e disinteressata di ospitalità, confidando nel fatto che la fiducia genera fiducia e libera le forze creatrici del faccia a faccia, segno discreto della presenza dello Spirito”.

La fiducia è generata da un continuo ‘contatto’ con la realtà e non da ‘ideologie’; tale compito è dovere di tutti: “Nessuna parola ecclesiale, lasciata cadere ‘dall’alto’, può suscitare questa fiducia. Come sul piano individuale, la fiducia si genera al tempo stesso dall’esterno e dall’interno dei corpi sociali e delle loro istituzioni.

Donde la necessità di una presenza ospitale dei ‘discepoli-missionari’ nelle loro famiglie, nelle scuole e istituti di formazione, nella vita associativa e politica. Vi si trovano allo stesso titolo di tutti i genitori, educatori, attori sociali e politici: sarà la loro credibilità a guadagnare la convinzione, e probabilmente la loro gioia, non di essere stati coronati un giorno dal successo, ma di vedere le nostre società e istituzioni ritrovare fiducia in se stesse e nella loro capacità di affrontare collettivamente un futuro incerto”.

Il cristiano deve riscoprire l’ospitalità come tratto essenziale della speranza della Resurrezione: “La fiducia assume allora i tratti della speranza, di quella ‘speranza contro ogni speranza’ che si manifesta nella capacità o nella forza di donare gratuitamente ciò che abbiamo ereditato gratuitamente. Il cambiamento epocale che si produce davanti ai nostri occhi ci obbliga a interrogarci nuovamente sull’identità della nostra fede”.

L’invito finale è quello offerto dalla lettera agli Ebrei di san Paolo a non dimenticare l’ospitalità: “Mi pare che, nell’esercizio di questo ministero, la Chiesa abbia una risorsa notevole che bisogna rimettere al centro della nostra assemblea, senza dimenticare ciò che è stato detto sul cristianesimo come stile: la Bibbia, al tempo stesso classico della cultura europea, che permette di decodificare il nostro patrimonio, e sacre Scritture che custodiscono la Parola di Dio, per chi ha orecchi per ascoltare. In virtù di entrambi questi aspetti, essa può riunire i cristiani, coloro che lo sono a modo loro e molti altri ancora, permettendo a tutti di entrare in una scuola di umanità da cui potrà nascere, ne sono convinto, un nuovo umanesimo europeo”.

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