Giornata contro la violenza sulla donna: un invito a denunciare

“Non abbiate paura, non siete sole. Non abbiate paura di denunciare, ce la potete fare. C’è sempre una via d’uscita. Siete preziose. Ogni gesto, ogni voce che vi faccia pensare il contrario, non è vero e non corrisponde alla vostra identità”: così si è espressa Marta Rodríguez, coordinatrice dell’attività accademica e di ricerca dell’Istituto di studi superiori sulla donna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, in un’intervista a Vatican News in occasione della giornata contro la violenza sulla donna.

E’ un messaggio preciso di impegno per la lotta contro la violenza sulla donna quello lanciato lunedì 25 novembre dalla professoressa: “L’Evangelii Gaudium ci ricorda che il Vangelo deve avere conseguenze sociali. La nostra parola si deve sentire laddove la violenza è presente, dobbiamo lasciarci interpellare dalla violenza e interpellarla a nostra volta”.

Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio ha ricordato l’impegno della comunità internazionale per sradicare il fenomeno: “Molto è stato fatto anche all’interno del nostro Paese: la violenza contro le donne è un tema all’attenzione del legislatore capace di animare singole iniziative e progetti collettivi.

Tuttavia, la violenza sulle donne non smette di essere emergenza pubblica e per questo la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere. Le donne non cessano di essere oggetto di molestie, vittime di tragedie palesi e di soprusi taciuti perché consumati spesso all’interno delle famiglie o perpetrati da persone conosciute”.

Anche il presidente della Repubblica ha ricordato che la principale violenza contro la donna è non riconoscerne il valore: “Inoltre, sminuire il valore di una donna e non riconoscerne i meriti nella vita pubblica e privata, attraverso linguaggi non appropriati e atti di deliberata discriminazione, rappresentano fattori in grado di alimentare un clima di violenza. Ciò significa che molto resta ancora da fare.

Ogni donna deve sentire le istituzioni vicine. Tutti noi dobbiamo continuare ad adoperarci nella prevenzione del fenomeno, nel concreto sostegno delle vittime e dei loro figli, nella applicazione rigorosa degli strumenti esistenti, nel reperimento delle risorse necessarie e nell’elaborazione di ciò che serve per intercettare e contrastare i segnali del maltrattamento delle donne”.

Ed in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il sistema informativo dell’Istat ha presentato nuovi dati dell’indagine ‘Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale’.

Gli stereotipi sui ruoli di genere più comuni sono: ‘per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro’ (32,5%); ‘gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche’ (31,5%); ‘è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia’ (27,9%).

Quello meno diffuso è ‘spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia’ (8,8%). Il 58,8% della popolazione (di 18-74 anni), senza particolari differenze tra uomini e donne, si ritrova in questi stereotipi, più diffusi al crescere dell’età (65,7% dei 60-74enni e 45,3% dei giovani) e tra i meno istruiti. Gli stereotipi sono più frequenti nel Mezzogiorno (67,8%), in particolare in Campania (71,6%) e in Sicilia, e meno diffusi al Nord-est (52,6%), con il minimo in Friuli Venezia Giulia (49,2%).

Sul tema della violenza nella coppia, il 7,4% delle persone ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che ‘un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato/flirtato con un altro uomo’; il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. Rispetto al controllo, invece, sono più del doppio le persone (17,7%) che ritengono accettabile sempre o in alcune circostanze che un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l’attività sui social network della propria moglie/compagna.

Inoltre Sardegna (15,2%) e Valle d’Aosta (17,4%) presentano i livelli più bassi di tolleranza verso la violenza; Abruzzo (38,1%) e Campania (35%) i più alti. Alla domanda sul perché alcuni uomini sono violenti con le proprie compagne/mogli, il 77,7% degli intervistati risponde perché le donne sono considerate oggetti di proprietà (84,9% donne e 70,4% uomini), il 75,5% perché fanno abuso di sostanze stupefacenti o di alcol e un altro 75% per il bisogno degli uomini di sentirsi superiori alla propria compagna/moglie.

La difficoltà di alcuni uomini a gestire la rabbia è indicata dal 70,6%, con una differenza di circa 8 punti percentuali a favore delle donne rispetto agli uomini. Il 63,7% della popolazione considera causa della violenza le esperienze violente vissute in famiglia nel corso dell’infanzia; il 62,6% ritiene che alcuni uomini siano violenti perché non sopportano l’emancipazione femminile mentre è alta ma meno frequente l’associazione tra violenza e motivi religiosi (33,8%).

Comunque persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Addirittura il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Anche la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire è elevata (23,9%).

Il 15,1% pensa che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false (più uomini, 12,7%, che donne, 7,9%); per il 7,2% ‘di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì’; per il 6,2% le donne serie non vengono violentate. Solo l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Inoltre dai dati emersi dal secondo Barometro dell’odio di Amnesty International Italia il tema dei diritti delle donne scatena discorsi d’odio nel 4,2% dei casi, immediatamente dopo i temi relativi a immigrazione e minoranze religiose.

In un caso su tre (oltre il 30%), il tema genera contenuti offensivi e/o discriminatori anche gravi, pur se non costituenti discorso d’odio. Nelle discussioni online monitorate è stato, inoltre, notato che quasi uno su due commenti e/o risposte degli utenti ai post o tweet sul tema, è offensivo o discriminatorio, e che molti degli attacchi sono di natura sessista.

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