Chiesa italiana a fianco dei lavoratori

Giorni tesi per la situazione dell’ex-Ilva, dopo l’addio di ArcelorMittal; intanto il Tribunale di Milano ha fissato per il 27 novembre l’udienza sul ricorso cautelare dei commissari, invitando ArcelorMittal, tramite una nota firmata dal presidente Roberto Bichi, a ‘non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti’ dello stabilimento siderurgico. 

Nel ricorso depositato venerdì scorso i commissari hanno parlato di inadempimento ‘plateale e conclamato’. Secondo il documento, il gruppo è obbligato a ‘salvaguardare con diligenza la integrità e il valore dei rami d’azienda’.

Il governo comincia ad attrezzarsi in caso si confermasse il disimpegno della multinazionale, nel cui caso scatterà ‘l’amministrazione straordinaria, con un prestito ponte’ da parte dello Stato, e quindi con l’incarico a dei commissari, in modo da riportare l’azienda sul mercato entro un paio d’anni.

Nel frattempo l’arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, ha chiesto la reintroduzione dello scudo penale in un’intervista a Inblu, il network delle radio cattoliche della Cei: “Un passo potrebbe essere la reimmissione dello scudo penale sia nell’ipotesi che continui Arcelor-Mittal sia che intervenga lo Stato anche se in parte minoritaria”.

Nei giorni scorsi l’arcivescovo di Taranto aveva mostrato solidarietà ai lavoratori, affermando preoccupazione per le azioni intraprese da Arcelor Mittal: “I toni perentori poco si addicono al rapporto tra le parti che dovrebbe essere invece caratterizzato da buon senso e responsabilità.

Non si possono chiedere ‘le mani libere’ quando in gioco ci sono la salute e il futuro di tante persone, di un’intera città e della sua provincia. Abbiamo già sperimentato con la precedente proprietà quali sono i frutti amari e velenosi di uno sviluppo legato esclusivamente al profitto. Ma dopo la decisione di Arcelor Mittal di recedere il contratto, oltre al disastro ambientale, saremmo di fronte ad un disastro sociale”.

L’arcivescovo di Taranto ha sollecitato quindi tutte le ‘forze’ coinvolte a tracciare un ‘piano lungimirante’ sia per aspetto ambientale sia per la tutela dei lavoratori: “Se si decide poi per il ridimensionamento della fabbrica si deve ‘pre-vedere’ un piano di graduale occupazione delle diverse migliaia di persone in questo territorio.

Queste, lasciando il siderurgico, dovranno poter usufruire di nuovi investimenti, sviluppando anche il terziario, una agricoltura di eccellenza, l’utilizzo delle risorse del mare e il turismo. Diversamente continueremmo nella stessa paralisi attuale accontentandoci di false soluzioni con ammortizzatori sociali che durerebbero 10-20 anni, senza creare nuova occupazione, non rispettando così la dignità della persona umana che si realizza nel lavoro”.

Però non sono solo Taranto ed il Mezzogiorno ad essere in difficoltà, ma anche nell’Italia settentrionale si sta assistendo all’abbandono del polo industriale, come a Torino, dove l’arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia, ha incontrato i lavoratori della Olisistem di Settimo Torinese per ascoltare e conoscere dalla loro viva voce l’esperienza e le fatiche che stanno vivendo in relazione alla crisi aziendale:

“Queste diverse crisi che si accendono nel nostro territorio rischiano di interpellare solo le persone e le organizzazioni coinvolte. Il lavoro, un tempo, avrebbe aggregato e fatto scendere in piazza migliaia di persone. Oggi appare solamente tra i fatti di cronaca, senza suscitare un movimento collettivo in grado di dare rappresentanza ed essere ascoltato e proporre soluzioni.

Da diversi anni mi ritrovo ad ascoltare le situazioni di aziende che stanno vivendo acuti momenti di crisi, creando disoccupazione e disagio sociale e depauperamento del territorio. Non possiamo accettare, come comunità cristiana e civile, in silenzio e con rassegnazione questa prospettiva. Non possiamo accettare che la cultura del ‘profitto per il profitto’ incrini l’identità sociale di un territorio. A tutto ciò serve reagire per allontanare la paura e il disorientamento”.

Davanti a tante richieste di sostegno alle famiglie, il vescovo ha sottolineato l’aiuto della diocesi, ma anche il compito dell’economia: “L’economia deve recuperare la sua anima, altrimenti le scelte saranno sempre orientate da criteri spesso in contrasto con le esigenze delle persone.

Infatti in alcuni settori e comparti dell’economia, specie quello dei servizi in cui vivete voi, le persone sono semplicemente un fattore produttivo da riallocare. So bene come la vostra situazione spesso somigli più a un lavoro in cui conta esclusivamente il risultato e la prestazione. Non è un’economia che può fare bene alle persone e alla società”.

Ed ha invitato la comunità cristiana ad una presenza attiva: “La comunità cristiana non può restare indifferente a queste situazioni quando incidono in modo grave e devastante sulla vita delle famiglie, sul futuro dei giovani e sulle prospettive di un futuro sereno e garantito di lavoro sul territorio.

Tra le situazioni che ho potuto toccare con mano (compresa la vostra) vedo un filo rosso comune (nonostante si tratti di storie diverse e ragioni differenti): le scelte e le decisioni prese in ‘alto’ influiscono drammaticamente sulla vita delle persone, senza che queste possano reagire efficacemente a ciò che altri hanno deciso e senza poter partecipare”.

Pur non essendo compito della Chiesa entrare nelle trattative, l’arcivescovo di Torino ha sottolineato il diritto al lavoro di chiunque: “Il lavoro è un diritto fondamentale di ogni persona e risponde a valori di giustizia e di dignità di cui ciascun cittadino abbisogna e di cui deve poter usufruire.

Non c’è bisogno di sottolineare quanto lo spettro della disoccupazione ferisca nel profondo le persone, non solo perché fa venire meno uno strumento di sussidio economico, ma perché toglie identità personale e sociale, minando la dignità di ogni persona umana”.

Ed ha chiesto alle parrocchie la vicinanza ai lavoratori ed alle famiglie: “Vi assicuro che la Chiesa di Torino e il suo vescovo sono pronti a fare la loro parte, non solo con l’appoggio morale, ma anche con ogni altro mezzo a nostra disposizione per dare un concreto sostegno a voi lavoratori e alle vostre famiglie.

Le comunità cristiane, i parroci e gli organismi ecclesiali saranno dunque attenti e disponibili a sostenere sempre il cammino della giustizia e della solidarietà unendo le proprie forze a quelle di tutti coloro che, con buona volontà e responsabilità, si prodigano per affrontare le situazioni difficili, favorendo il dialogo tra le parti e la ricerca di soluzioni appropriate alle concrete necessità delle persone, che dal lavoro traggono il necessario e indispensabile sostentamento per sé, per la propria famiglia e i propri figli”.

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