Le religioni abramitiche firmano un documento per le cure palliative

“Siamo tutti consapevoli della importanza del tema dell’eutanasia e del suicidio assistito nel contesto delle società contemporanee. Il dibattito non si volge solo all’interno della comunità scientifica e medica a motivo delle risorse terapeutiche rese disponibili dalla medicina nelle fasi conclusive della vita terrena, ma anche nel più ampio orizzonte della cultura generale relativamente alle questioni riguardanti il passaggio finale della morte.

Si aprono in effetti nuovi spazi per le scelte da compiere ed è responsabilità di tutti contribuire ad assumerle in modo costruttivo e favorevole alla dignità di ogni persona. E’ perciò molto significativo riaffermare da parte dei rappresentanti delle tre religioni monoteistiche l’impegno a rispettare e a promuovere la vita umana nei momenti in cui, in prossimità della morte, mostra con particolare evidenza la sua fragilità e debolezza. Credo perciò importante la nostra presa di posizione chiara e decisa: noi non vogliamo né procurare la morte di un paziente né aiutarlo a darsi la morte”.

Così mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha introdotto la cerimonia della firma della ‘Dichiarazione congiunta delle religioni monoteiste abramitiche sulle problematiche del fine vita’, firmata durante la cerimonia alla Casina Pio IV, dai rappresentanti delle religioni monoteistiche abramitiche (cristianesimo, ebraismo, islamismo), che sono stati, poi, ricevuti in udienza dal papa. A leggere i punti salienti della Dichiarazione, rabbi Avraham Steinberg, copresidente del Consiglio Nazionale israeliano di Bioetica, che l’aveva proposta a Papa Francesco.

La stesura è stata realizzata da un gruppo congiunto interreligioso, coordinato dalla Pontificia Accademia per la Vita. Nel saluto mons. Paglia ha evidenziato l’obiettivo della Dichiarazione: “L’obiettivo che si prefiggono è di prendersi cura della persona in senso integrale, a partire dalla terapia del dolore, considerando tutte le sue dimensioni e valorizzando anche l’orizzonte spirituale in cui l’esistenza umana si inscrive.

E va allontanato ogni dubbio circa una loro collusione con logiche che non sostengono la vita. E’ vero esattamente il contrario, come ribadito nel 2002 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità quando afferma che le cure palliative non intendono né affrettare né rinviare indiscriminatamente il momento della morte. Il loro scopo è di accompagnare i pazienti in modo competente e complessivo, impiegando un approccio di équipe multidisciplinare, nel delicato passaggio del morire, prendendosi cura anche delle famiglie”.

Infine il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha sottolineato l’importanza della dimensione ecumenica ed interreligiosa dell’evento che ha consentito di scoprire aree di convergenza e portare frutti di comunione per rendere un servizio a tutti gli uomini nei quali ‘noi tutti vediamo figli e figlie di Dio’:

“Oggi celebriamo quindi anche un passo importante verso la costruzione di quella cultura dell’incontro che papa Francesco ci ha insegnato… Si aprono ora diversi possibili sviluppi futuri, che richiedono ancora il nostro impegno. Anzitutto a far conoscere e a diffondere non solo i contenuti della Dichiarazione, ma anche il processo che ne ha reso possibile la realizzazione. Si tratta di coinvolgere altri in questa dinamica, caratterizzata da uno stile di collaborazione e di dialogo, nelle comunità religiose a cui ciascuno di noi appartiene e raggiungendo altri responsabili e leader di comunità”.

Quindi nel Documento sottoscritto le religioni monoteiste abramitiche si oppongono ‘ad ogni forma di eutanasia’, così come ‘al suicidio medicalmente assistito’, perché sono azioni ‘completamente in contraddizione con il valore della vita umana’ e di conseguenza “sbagliate dal punto di vista sia morale sia religioso e dovrebbero essere vietate senza eccezioni”.

La società deve assicurarsi “che il desiderio del paziente di non essere un onere dal punto di vista finanziario, non lo induca a scegliere la morte piuttosto che voler ricevere la cura ed il supporto che potrebbero consentirgli di vivere il tempo che gli resta nel conforto e nella tranquillità”.

Nel preambolo si sottolinea che le tematiche riguardanti ‘le decisioni sul fine-vita’ presentano problemi non facili, intensificati da recenti sviluppi, come “i grandi progressi scientifico-tecnologici che rendono possibile il prolungamento della vita in situazioni e modalità finora impensabili. Purtroppo “la prolungata sopravvivenza è spesso accompagnata da sofferenza e dolore a causa di disfunzioni organiche, mentali ed emotive”. E’ cambiato anche il rapporto medico paziente, non più paternalistico, ma con “maggiore autonomia”.

Inoltre le persone “nei paesi sviluppati muoiono in ospedali o cliniche”, “ambienti impersonali e per niente familiari”. La Dichiarazione sottolinea quindi che “la maggior parte delle decisioni sul paziente in fase terminale non sono di natura medico-scientifica, ma sociali, etiche, religiose legali e culturali”.

Ed i principi e le prassi delle religioni monoteistiche abramitiche ‘non sono sempre in linea con gli attuali valori e prassi umanistiche laiche’. Un paragrafo è dedicato all’assistenza a chi sta per morire “quando non è più possibile alcun trattamento che rappresenta un modo di aver cura del dono divino della vita ed è segno della responsabilità umana e etica” nei confronti di chi è in fin di vita.

E’ necessario un approccio olistico che “richiede compassione, empatia e professionalità da parte di ogni persona coinvolta nell’assistenza al paziente, particolarmente di quanti hanno la responsabilità del suo benessere psico-sociologico ed emotivo”. Si chiarisce quindi che “gli interventi sanitari tramite trattamenti medici e tecnologici sono giustificati solo nei termini del possibile aiuto che essi possono apportare”.

Per questo il loro impiego va valutato “per verificare se i trattamenti a sostegno o prolungamento della vita effettivamente raggiungono l’obiettivo e quando invece hanno raggiunto i loro limiti”. Quindi secondo la Dichiarazione medici e società dovrebbero rispettare “l’autentico e indipendente desiderio di un paziente morente che voglia prolungare e preservare la propria vita anche se per un breve periodo di tempo”, utilizzando terapie appropriate.

Questo implica “la continuazione del supporto respiratorio, nutrizione e idratazione artificiali, chemioterapia o radioterapia, somministrazione di antibiotici, farmaci per la pressione”. Le religioni monoteiste abramitiche, si oppongono quindi “ad ogni forma di eutanasia, che è un atto diretto deliberato e intenzionale di prendere la vita, cosi come al suicidio medicalmente assistito che è un diretto, deliberato ed intenzionale supporto al suicidarsi” perché atti completamente in contraddizione ‘con il valore della vita umana’ e perciò “azioni sbagliate dal punto di vista sia morale sia religioso e dovrebbero essere vietate senza eccezioni”.

Per un sostegno della comunità al paziente in fase terminale e alla sua famiglia, nella decisione che devono affrontare si chiede “una revisione delle strutture e delle istituzioni tramite le quali viene fornita assistenza sanitaria e religiosa”.

Nel Documento si ricorda che le cure palliative ‘hanno fatto grandi progressi’ e vanno incoraggiate, in quanto “mirano a garantire la migliore qualità di vita ai malati di una malattia incurabile e progressiva, anche quando non possono venire curati. Esprimono la nobile devozione umana del prendersi cura l’uno dell’altro, specialmente di coloro che soffrono”.

La dichiarazione si chiude con un elenco in 12 punti di affermazioni e proposte condivise tra le tre religioni abramitiche. Si ripete innanzitutto che “l’eutanasia ed il suicidio assistito sono moralmente ed intrinsecamente sbagliati e dovrebbero essere vietati senza eccezioni. Qualsiasi pressione e azione sui pazienti per indurli a metter fine alla propria vita è categoricamente rigettata”.

Nel terzo punto si incoraggia “una qualificata e professionale presenza delle cure palliative ovunque e per ciascuno, perché è un obbligo morale e religioso fornire conforto, sollievo al dolore, vicinanza, assistenza spirituale alla persona morente e ai suoi familiari”. Per questo le religioni abramitiche sostengono “leggi e politiche pubbliche che proteggano il diritto e la dignità del paziente nella fase terminale, per evitare l’eutanasia e promuovere le cure palliative”.

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