Bologna ha celebrato san Petronio, protector degli abitanti

Mercoledì 2 ottobre Bologna ha celebrato il suo patrono, san Petronio, con l’ultima messa di mons. Matteo Zuppi, prima di essere eletto cardinale, il quale ha sottolineato che “l’accoglienza inizia da un cuore che ama più della sua paura”. Richiamando il card. Biffi l’arcivescovo di Bologna ha ricordato il significato di padre:

“San Petronio è ‘pater’ perché indica il nostro vero Padre, cui orienta la sua e la nostra vita, il mistero di amore che si rivela in Gesù che porta il lieto annunzio ai poveri, fascia le piaghe dei cuori spezzati. Il nostro è un Padre, anche se qualche volta lo trattiamo come un Dio lontano, da convincere ad avere interesse per noi, Lui che ci ama tanto da perdersi per noi! E’ un Padre che non ci allontana se sbagliamo anche se noi lo riduciamo a bonario cappellano del nostro benessere, uno dei tanti narcotici che devono servire a nutrire l’idolatria del nostro io”.

Per mons. Zuppi Dio è un padre a cui ci si affida: “E’ un Padre, non un codice o un giudice che custodisce regole. I piccoli e chi diviene piccolo amano il Padre, lo cercano, si affidano con fiducia e libertà e trovano il loro vero io proprio perché amato da Lui. Non lo capiscono i sapienti e gli intelligenti che spiegano tutto ma non amano nessuno. Gesù è il vero ed unico ‘cardine’ che sostiene la nostra vita, esigente come un vero Padre, che ci aiuta a trovare il nostro io perché siamo fatti a sua immagine e con Lui capiamo noi stessi. E’ un Padre che garantisce la nostra libertà. Il suo desiderio, infatti, è che ciascuno di noi comprenda e viva il senso del suo essere, dello stare a questo mondo con la sua originale particolarità”.

Per mons. Zuppi Dio è padre perché rispetta la libertà del figlio: “Il Padre gioisce non quando possiede il figlio o gli impone la sua volontà e lo rende uguale a lui perché lo domina con la paura o gli preclude altre possibilità. Sarebbe un padrone. Il Padre gioisce solo quando suo figlio realizza la sua vita, trova la sua vocazione, perché la sua volontà è che la sua gioia sia in noi e che la nostra gioia sia piena.

Per questo non ci costringe, ma ci aspetta; ci protegge anche quando pensiamo di fare tutto noi; ci conforta se solo chiediamo aiuto; ci tratta sempre da figli e non da schiavi; ci corre incontro e ci butta le braccia al collo quando ci vede tornare nella sua casa”.

Riprendendo una frase di mons. Gherardi, l’arcivescovo di Bologna ha sottolineato che Dio ama la città: “E’ un Padre che ci ha voluto diversi, unici, irripetibili, e ci insegna ad amarci non con delle lezioni, ma amandoci, perché sappiamo riconoscere in ognuno il dono che è, imparando ad accoglierci, a saperci riconoscere, a completarci a vicenda, a trovare quello che ci unisce e ci rende forti. San Petronio ci mostra la città e noi vogliamo questa sera rinnovare il nostro patto di amore che ci unisce ad essa.

La Chiesa non vive per se stessa, ma difende la sua città perché la ama, la conosce, la immagina, come scriveva mons. Gherardi, una cattedrale a tre navate. I portici sono le navate laterali e la strada quella centrale. Contempliamo la città degli uomini con gli occhi di Gesù per riconoscere il nostro prossimo e per vedere il mistero della sua presenza nei sacramenti e nella storia.

Vogliamo riversare nella città degli uomini e nelle loro case tutta l’umanità che Cristo ci dona, regalando l’amore che riceviamo, che diventa umanesimo che unisce credenti e non credenti e che diventa cultura di vita e di protezione di ogni persona, quella che nei secoli ha plasmato l’ ‘umanità bolognese’”.

Così dopo aver parlato della bonomia bolognese quest’anno si è soffermato sull’accoglienza: “Chi accoglie sarà accolto. E accoglienza non è preparare una stanza e magari poi il conto, ma aprirsi alla vita, perché chi accoglie trova vita. L’accoglienza ci permette di scoprire il Signore. L’altro diventa il mio prossimo se io lo tratto come tale anche quando ancora non lo è e l’accoglienza è l’inizio di questa scoperta. Altrimenti l’altro mi appare, facilmente, un nemico. Accoglienza non è affatto aprire al pericolo, ma alla vita. Chi accoglie la vita dal suo inizio al suo compimento, trova la sua vita e prepara il suo futuro”.

Ed il santo patrono bolognese ha amato tutti gli abitanti della città indistintamente: “San Petronio, che tiene tra le mani tutta la città, ci ricorda che tutti sono da amare, senza distinzioni e preferenze, anzi iniziando dagli ultimi. La Chiesa, cioè tutti i suoi figli, è chiamata e mandata per accogliere l’altro e per raccontare con gioia quello che è sempre il primo annuncio da cui possiamo iniziare”.

Quindi l’invito a guardare Gesù: “A tutti i fratelli bolognesi vorrei chiedere di non guardare con diffidenza Gesù: viene incontro come un amico vero, non compiacente, non giudicante perché la sua verità è l’amore. Ascoltatelo, perché è libero e libera da ogni pregiudizio. Gesù ha sete di noi e sa che dentro il nostro cuore, spesso a nostra insaputa, vi è una sorgente di acqua viva che zampilla per la vita eterna, come disse alla donna samaritana. Non ascoltatelo come fosse una lezione o un codice di regole”.

Gesù mostra Dio padre dell’uomo: “Il nostro è un Dio che cammina incontro all’uomo, che ha sete di amore e ci aiuta a trovare la risposta a quello che in realtà cerchiamo, il desiderio che è nel profondo del nostro cuore. Ecco, la Chiesa ha solo una parte, quella dell’uomo, dei poveri perché ad essi è stato mandato Gesù, unico maestro e padre. Nella nostra città dei portici si nascondono tante sofferenze.

Penso ad esempio a chi è colpito da malattie degenerative e ai suoi familiari, a chi è schiavo di dipendenze, dalla droga alla pornografia; alla malattia psichiatrica che è in aumento specialmente tra i giovani; a chi, profugo, è lasciato orfano perché non adottato da cuori buoni e rimane in un limbo deludente e pericoloso per tutti”.

Davanti alle fragilità delle persone l’invito ai cittadini di essere ‘protector’: “Aiutiamoci gli uni con gli altri, come i portici che si sorreggono a vicenda. L’accoglienza inizia da un cuore che ama più della sua paura. Possiamo anche noi essere protector di qualcuno, difendendo dall’indifferenza e dalla solitudine, da parole dure o dalla durezza di essere lasciati senza parole, senza compagnia e visita.

Quanta sofferenza che non viene consolata! Quanta fragilità diventa un peso ancora più insostenibile per chi è fragile e per chi deve aiutare, proprio perché non aiutata dall’attenzione dei fratelli. Diventiamo protector anche solo con il saluto affettuoso, prima accoglienza, con un volto luminoso e non scuro, abbassandoci verso l’umanità dell’altro. Siamo forti quando siamo servi non padroni”.

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