Papa Francesco: per Dio l’ospite è un angelo

Non si tratta solo di migranti, si tratta di tutti noi, della famiglia umana, chiamata a realizzare insieme il progetto di Dio sul mondo’: il tweet di papa Francesco ha introdotto la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, celebrata in piazza san Pietro, dove ha inaugurato una scultura che ha come tema le parole della Lettera agli Ebrei di san Paolo: ‘non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli’.

E nell’Angelus ha ricordato il significato della Giornata mondiale: “In unione con i fedeli di tutte le Diocesi del mondo abbiamo celebrato la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, per riaffermare la necessità che nessuno rimanga escluso dalla società, che sia un cittadino residente da molto tempo o un nuovo arrivato”.

Nell’omelia della celebrazione eucaristica papa Francesco gli ammonimenti dell’ospitalità presenti nella Bibbia: “Ecco perché dobbiamo avere un’attenzione particolare verso i forestieri, come pure per le vedove, gli orfani e tutti gli scartati dei nostri giorni. Nel Messaggio per questa 105a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato si ripete come un ritornello il tema: ‘Non si tratta solo di migranti’.

Ed è vero: non si tratta solo di forestieri, si tratta di tutti gli abitanti delle periferie esistenziali che, assieme ai migranti e ai rifugiati, sono vittime della cultura dello scarto. Il Signore ci chiede di mettere in pratica la carità nei loro confronti; ci chiede di restaurare la loro umanità, assieme alla nostra, senza escludere nessuno, senza lasciare fuori nessuno”.

Quindi la carità non può essere disgiunta dalla giustizia, come ha ammonito il profeta Amos: “Ma, contemporaneamente all’esercizio della carità, il Signore ci chiede di riflettere sulle ingiustizie che generano esclusione, in particolare sui privilegi di pochi che, per essere conservati, vanno a scapito di molti…

E’ in questo senso che vanno comprese le dure parole del profeta Amos proclamate nella prima Lettura. Guai, guai agli spensierati e ai gaudenti di Sion, che non si preoccupano della rovina del popolo di Dio, che pure è sotto gli occhi di tutti. Essi non si accorgono dello sfacelo di Israele, perché sono troppo occupati ad assicurarsi il buon vivere, cibi prelibati e bevande raffinate. E’ impressionante come, a distanza di 28 secoli, questi ammonimenti conservino intatta la loro attualità”.

Ed ha richiamato le parole evangeliche di Lazzaro di essere attenti alla persona accanto, che non può essere considerata ‘scarto’: “Ma come cristiani non possiamo essere indifferenti di fronte al dramma delle vecchie e nuove povertà, delle solitudini più buie, del disprezzo e della discriminazione di chi non appartiene al ‘nostro’ gruppo. Non possiamo rimanere insensibili, con il cuore anestetizzato, di fronte alla miseria di tanti innocenti. Non possiamo non piangere. Non possiamo non reagire. Chiediamo al Signore la grazia di piangere, quel pianto che converte il cuore davanti a questi peccati”.

Per questo il papa ha chiesto un impegno per un mondo più ‘giusto’: “Se vogliamo essere uomini e donne di Dio, come chiede san Paolo a Timoteo, dobbiamo ‘conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento’; e il comandamento è amare Dio e amare il prossimo. Non si possono separare!

E amare il prossimo come sé stessi vuol dire anche impegnarsi seriamente per costruire un mondo più giusto, dove tutti abbiano accesso ai beni della terra, dove tutti abbiano la possibilità di realizzarsi come persone e come famiglie, dove a tutti siano garantiti i diritti fondamentali e la dignità”.

L’amore per il prossimo, ha ricordato, è un comandamento di Dio: “Amare il prossimo significa sentire compassione per la sofferenza dei fratelli e delle sorelle, avvicinarsi, toccare le loro piaghe, condividere le loro storie, per manifestare concretamente la tenerezza di Dio nei loro confronti. Significa farsi prossimi di tutti i viandanti malmenati e abbandonati sulle strade del mondo, per lenire le loro ferite e portarli al più vicino luogo di accoglienza, dove si possa provvedere ai loro bisogni.

Questo santo comandamento Dio l’ha dato al suo popolo, e l’ha sigillato col sangue del suo Figlio Gesù, perché sia fonte di benedizione per tutta l’umanità. Perché insieme possiamo impegnarci nella costruzione della famiglia umana secondo il progetto originario, rivelato in Gesù Cristo: tutti fratelli, figli dell’unico Padre”.

Anche nella messa per la gendarmeria vaticana il papa ha ricordato il ‘dovere’ di custodire la vita: “Anche voi dovete custodire tutte le persone che sono qui dentro, che abbiano la possibilità di crescere, di avere un nome. Voi siete uomini che lavorate per la dignità di ognuno di noi perché ognuno di noi abbia un nome e porti avanti il proprio nome, il nome che il Signore vuole che portiamo.

E quando voi fate qualche misura disciplinare è propriamente per fermare questa orgia dell’anonimato che è la più brutta delle orge umane: non accettare un nome e voler tornare nel buio dell’anonimato. Per questo mi è venuto in mente che ben può dirsi che la Gendarmeria è la custodia dei nomi, di tutti i nostri nomi. Non per pulire la cartella di ognuno: se c’è qualcosa di brutto, la bruciamo via… No, questo nome non vale. Ma per aiutare la disciplina dello Stato della Città del Vaticano, che ognuno dei suoi abitanti abbia un nome. E per questo vi ringrazio tanto. Continuate così, a lavorare per la dignità delle persone, di ognuno, e così porterete avanti la vostra vocazione”.

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