Da Lecce il vescovo indica la speranza dei santi patroni

All’insegna del dono del martirio e dell’invocazione della virtù della speranza le celebrazioni liturgiche in onore dei santi Oronzo, Giusto e Fortunato, patroni della città e della diocesi di Lecce, officiate dall’arcivescovo, mons. Michele Seccia, nello storico santuario di sant’Oronzo fuori le mura, dove la tradizione vuole che il protovescovo di Lecce venne ucciso dai soldati romani.

Durante l’omelia il vescovo ha ribadito con forza il valore vero e ancora attuale del martirio nella fede, che se nell’antichità si esprimeva con il sacrificio della vita stessa, oggi accade e si vive ancora nelle persecuzioni della fede ma anche nella nostra realtà quotidiana e nella nostra società quando veniamo screditati o sminuiti per la professione della nostra fede, nella società, sembra qualcosa di futile, inutile e da deridere:

“Sant’Oronzo ci insegna a dare valore a questo moderno martirio; in questo valore bisogna glorificare il Signore, ringraziarlo anche per il dono della sofferenza e non soltanto quando la sorte sembra sorriderci”. Inoltre la presenza del card. Ernest Simoni ha offerto all’arcivescovo la possibilità di dimostrare che la persecuzione e il martirio non sono realtà terminate con le stragi di Nerone: “Ancora oggi esistono i martiri, i perseguitati. Ancora oggi esiste il coraggio, e il card. Simoni ne è un esempio vivente, di cristiani pronti a dare la vita per il vangelo”.

Anche nel messaggio alla città mons. Seccia ha parlato di martirio come segno di speranza: “La fede e la carità identificano la vita di un cristiano, di colui che nell’incontro con Gesù, ha sperimentato l’Amore vero, scevro di fragilità e traboccante di gratuità. Un Amore entusiasmante ed eterno che va condiviso con il fratello della porta accanto, con l’ammalato, con il senzatetto, con l’anziano, con l’immigrato, con l’emarginato… con il fratello che ha smarrito la Speranza, quasi paralizzato dalle difficoltà del cammino”.

Ed ha affrontato il tema della ludopatia, particolarmente sentito in città, affermando che la speranza non è un’illusione: “Attenzione però a non confondere la speranza con il sogno sinonimo di illusione, con la misera realizzazione di un desiderio, con l’ottimismo effimero. Ricordiamo sempre ciò che scrive San Paolo ai Romani, fratelli miei carissimi, ‘nella Speranza siamo stati salvati’. Per questo insisto sulla Speranza.

Papa Francesco, lo scorso ottobre, in una sua omelia, è ricorso ad una delle sue similitudini: l’uomo che vive nella Speranza, vive nell’attesa gioiosa allo stesso modo della donna che aspetta un bambino. Ogni istante della gravidanza è motivo di gioia, legata al cambiamento, alla vita che cresce giorno dopo giorno, che si muove dentro, fino alla nascita del bimbo tanto desiderato”.

Ha quindi sottolineato che speranza significa ‘vivere in pienezza ogni attimo, ogni opportunità, ogni incontro’: “Carissimi, in un momento storico di grande crisi a tutti i livelli e che ha le finestre spalancate alla sfiducia, alla rassegnazione, fino alla disperazione, a quale mensa sederci per nutrirci di speranza?

Alla mensa del Pane e della Parola che illuminano il nostro cammino; alla mensa della preghiera per vivere nell’intimo la nostra amicizia con Gesù; alla mensa delle periferie esistenziali: con le famiglie ferite, con i bambini che subiscono la separazione, con i giovani smarriti e senza prospettiva, con i carcerati, con i nostri amici di Borgo San Nicola, desiderosi di cambiare vita…”.

Citando la lettera pastorale ha invitato la città a camminare sulle orme dei patroni: “Oronzo, Giusto e Fortunato sono stati uomini ‘controcorrente’ consapevoli come dice ancora papa Francesco che ‘la persecuzione non è una contraddizione al Vangelo, ma ne fa parte. Però, Gesù rassicura i suoi dicendo: Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati’.

Come dire che nessuna delle sofferenze dell’uomo, nemmeno le più nascoste, sono invisibili agli occhi di Dio… C’è qualcuno in mezzo a noi, infatti, che è più forte del male, più forte delle mafie, delle trame oscure, di chi lucra sulla pelle dei disperati, di chi schiaccia la persona umana con prepotenza e la discrimina, di chi non si prende cura della Casa Comune?”

Ed ha concluso il discorso con un atto di amore verso la città: “Noi stasera davanti ai simulacri dei nostri santi patroni, ci impegniamo a trasformarti in una città migliore, in una comunità unita e forte. A riscoprire il valore della legalità non solo rispettando le regole ma soprattutto diventando nel nostro piccolo ‘primi cittadini’, cioè appassionati responsabili del nostro condominio, della via in cui abitiamo, del nostro quartiere.

Lecce mia, noi ci impegniamo ad amarti di più vincendo la tentazione dell’indifferenza ed orientando ogni nostra fatica verso il bene comune. Siamo pronti ad aprire la porta di casa e del cuore a chi è in credito con la vita e con la fiducia. Anche i poveri, incontrandoci, impareranno a conoscere la Speranza. E se è vero che dal sangue dei martiri, dei nostri martiri, può nascere un fiore, noi ci impegniamo affinché in questa città, nasca più amore”.

E con tale desiderio ha commentato l’espressione di un sacerdote rivolta a sant’Oronzo (‘indica la direzione del vento e allontana il male’): “Davvero il mio cuore si è riempito di Speranza. Dall’alto, il nostro Patrono non solo ci mostra la via indicandoci la direzione del vento dello Spirito ma, sulla strada che ci conduce alla santità e che tanti altri nostri concittadini hanno percorso prima di noi (Bernardino Realino, Giustino de Jacobis, Filippo Smaldone, solo per citarne alcuni), Oronzo ci guida e ci protegge da ogni male. Che Dio stasera dandoci la sua benedizione, ci doni anche la forza di essere suoi testimoni. Ci doni di vivere la Speranza cristiana, soprattutto nel martirio nascosto: il nostro nel compiere bene e con amore il nostro quotidiano dovere”.

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