La logica del sorriso, luminoso e vincente, di don Pino Puglisi

Lo scorso anno, il 15 settembre 2018, il venticinquesimo anniversario del martirio di don Giuseppe Puglisi è stato segnato dalla presenza di Papa Francesco a Palermo, una giornata importante per tutta quanta la Chiesa e in modo particolare per i centomila fedeli presenti a Palermo per la particolare ricorrenza.

«Venticinque anni fa come oggi – aveva detto Papa Francesco durante la Messa al Foro Italico –, quando morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: “c’era una specie di luce in quel sorriso”. Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore. È la luce dell’amore, del dono, del servizio».
La luce di quel sorriso, da venticinque anni a questa parte, continua ad illuminare i volti di tantissime persone che, all’indomani della barbara uccisione di don Puglisi, hanno iniziato a lavorare per continuare l’opera di evangelizzazione del Martire siciliano, definito dall’allora Arcivescovo di Palermo, il cardinale Salvatore Pappalardo, «Sacerdote del Signore, missionario del Vangelo, formatore delle coscienze e promotore della giustizia sociale».

Tra le tante iniziative organizzate quest’anno, in occasione dell’anniversario del 15 settembre, segnaliamo il “Percorso spirituale-naturalistico sulle orme del Beato Giuseppe Puglisi nel territorio di Godrano” che ha tra gli obiettivi principali quello di far conoscere un periodo importante della vita del Beato, ovvero gli anni che vanno dal 1970 al 1978, durante i quali egli fu parroco nel paese di Godrano. In quel periodo di attività pastorale a Godrano, don Puglisi inserì delle passeggiate naturalistiche tra le sue attività di catechesi, nelle quali coinvolgeva i giovani che gravitavano intorno alla parrocchia e i numerosi visitatori.

Quest’anno, anche la parrocchia Maria SS. Immacolata di Godrano, per mantenere vivo il ricordo di Padre Pino Puglisi (dove fu parroco per otto anni), in collaborazione con l’amministrazione comunale, ha deciso di destinare un locale vicino alla chiesa alla creazione di un museo dedicato al martire siciliano. Dal 1970 fino al 1978, don Puglisi – come amava ripetere scherzosamente – fu «uno dei parroci più “altolocati” della diocesi di Palermo», poiché Godrano era un paesino di montagna posto a 750 mt sul livello del mare. A Godrano – racconta Francesco Deliziosi nel suo libro – «si presentò con la nomina firmata dall’arcivescovo, Francesco Carpino, un camion carico di libri, un maglione e i pantaloni, secondo le nuove possibilità di abbigliamento che erano state concesse dal clima del Concilio. I paesani subito lo chiamarono “U parrinu chi cavusi” (il prete con i pantaloni), e lui spiegò che la scelta era dettata da propositi non rivoluzionari, ma economici: “Vestirsi così costa molto meno ed è più comodo”» (Don Puglisi. Vita del prete palermitano ucciso dalla mafia).
L’attività pastorale nella parrocchia di Godrano non fu semplice, e don Puglisi dovette affrontare numerose difficoltà. L’ostacolo più grande da rimuovere era legato alle “faide” che in quel territorio avevano messo tutti gli uni contro gli altri, creando un fortissimo clima di odio e di sospetto fra la gente. Puglisi però non si perdette d’animo e a poco a poco riuscì a creare – attraverso iniziative e momenti di incontro comunitario – delle opportunità che non tardarono a portare frutto. Eccone un esempio raccontato proprio da don Pino Puglisi:

“Non posso dimenticare un’esperienza vissuta a Godrano […]. Qualche anno prima, in quel paesino di mille abitanti c’erano stati 15 omicidi. Nella carneficina delle varie vendette erano state uccise anche alcune persone che non c’entravano assolutamente niente con il movente degli omicidi. Certe volte, se, per esempio, il designato ero io, uccidevano anche l’altro che mi stava accanto, perché altrimenti avrebbe potuto parlare. A Godrano avevamo organizzato i cenacoli [del Vangelo, ndc] presso le famiglie. Mi recavo (all’inizio faticosamente) presso le famiglie e dicevo che in avvento, in quaresima o in un altro periodo dell’anno saremmo andati nelle case, se lo avessero desiderato, per leggere e comunicare il Vangelo. Mi rispondevano: «Beh! Arciprete, se lo dice lei lo facciamo, pazienza!». Lo facevano per farmi un favore. Così incominciavamo ad annunciare il Vangelo. Si parlava di pace, di unione, di fraternità. Erano questi i temi più ricorrenti. Poi alcune famiglie incominciarono a dire: «Ma, due volte l’anno è troppo poco, facciamo una volta al mese», e poi ogni quindici giorni presso alcune famiglie che si erano aperte all’ascolto del Vangelo. Un giorno una signora mi dice: «Padre, io non ce la faccio più, le cose sono due: se non faccio pace con la madre dell’uccisore di mio figlio non si fa più il cenacolo a casa mia». Dico: «Allora facciamo pace!». «Ma come faccio», replica la signora. Rispondo: «Lei continui a fare i cenacoli, vedrà che il Signore le darà l’occasione». Le strade di allora non erano asfaltate o lisce, ma realizzate con l’acciottolato, ed in questo caso fu una fortuna! La madre dell’uccisore, infatti, che era pure colpevole perché aveva sollecitato la vendetta, scivolò e cadde davanti la casa della signora che voleva rinunciare al cenacolo; quest’ultima le corse incontro, la prese in braccio e fecero pace, nonostante le critiche della gente che diceva: «Perché? Non le brucia più il figlio?» (quasi avesse dimenticato il figlio morto). La madre dell’ucciso era felice, era diventata testimone della speranza. Dove c’è un pensiero di vendetta bisogna portare una parola che libera, che dà gioia, questa gioia che è capace di amare e di perdonare” (Michelangelo Nasca, «Pino Puglisi. Il sorriso della fede», Ed. Messaggero di Padova – 2015).

Don Giuseppe Puglisi, attraverso quella logica del sorriso luminoso e vincente che ha contraddistinto la sua esistenza, fino agli ultimi istanti della sua vita, ci ha indicato una strada: vivere per servire, e Papa Francesco – durante la sua visita pastorale a Palermo – ce ne ha ricordato l’urgenza: «Abbiamo bisogno di tanti preti del sorriso. Abbiamo bisogno di cristiani del sorriso, non perché prendono le cose alla leggera, ma perché sono ricchi soltanto della gioia di Dio, perché credono nell’amore e vivono per servire. È dando la vita che si trova la gioia, perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr At 20,35)».

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