Dal meeting l’amore per la Chiesa

Gli occhi limpidi di Chiara Giaccardi trasudano tenerezza e libertà: tenerezza per una Chiesa che torni a riscoprirsi luogo privilegiato dove fare esperienza di Dio incarnato, e libertà di chi si sente generata, dunque figlia.

Le pagine del suo nuovo libro ‘La scommessa cattolica’, scritto a quattro mani con il marito Mauro Magatti, trasudano tutto ciò, e molto di più: è un viaggio tra parole ed esperienze come fede, tecnica, astrazione, io, individuo, persona, legami, autorità e generatività.

Una riflessione fatta da due sociologi di spessore, destinata a chi ha cuore la Chiesa, se stessi, il mondo, come ha detto nel presentare il volume la prof.ssa Giaccardi, che ha spiegato: “Questo volume è una lieta sorpresa. E’ un libro prezioso che mi ha spinto a desiderare di tornare a insegnare religione perché in fondo è un ripasso di che cos’è il cristianesimo”.

Un ripasso che parte da una scommessa, che Chiara Giaccardi ha ribadito: “E’ un libro militante ma non militare perché la fede non è un’ideologia, scritto in un’epoca in cui è indispensabile superare classificazioni astratte, di cui è vittima la Chiesa stessa quando si divide in progressisti e tradizionalisti. Lo abbiamo scritto io e mio marito che apparteniamo ma non siamo di parte”.

Entrando nel merito, la sociologa ha spiegato che “abbiamo barattato la salvezza con la sicurezza dataci dalla tecnologia. Invece essere salvi significa essere interi, felici, fecondi. Dunque, senza confini. Per questo mi spaventa il discorso identitario di un certo mondo cattolico perché genera confini che includendo taluni escludono altri: la salvezza invece è per tutti”.

La fede, in tale contesto, va intesa non come adesione ma come affidamento: “Ce lo dice l’esperienza: siamo chiamati a combattere ogni giorno per tenerla viva, senza garanzie. Fede dunque come relazione: è riconoscersi figli. E il metodo che Dio ci ha dato è il cammino, non la teoria.

E’ triste constatare che astrazione e intellettualismo, il contrario del cammino, hanno pervaso la Chiesa: sono dell’avviso che anche la formazione dei sacerdoti debba essere ripensata. La vita intesa come avventura e come rischio apre alla salvezza: l’esatto contrario di una tecnologia che ci promette di controllare qualunque cosa”.

Secondo l’autrice la ‘scommessa’ cattolica è antropologica: “La scommessa non è identitaria, ma antropologica. Il cristianesimo, e in particolare il cattolicesimo che ne è la sua anima maggioritaria (in alleanza, e non in competizione con le altre), ha da dire qualcosa a questo tempo: una parola che fa bene a tutti, e non solo ai credenti, perché porta un contributo senza il quale si rischia di venire risucchiati, paradossalmente in nome della libertà, in un sistema tecnocratico che ci rende irrilevanti e disumani”.

Però ha avvertito che occorre ritrovare l’unità contro il ‘pensiero unico’: “A patto, però, che all’interno del cattolicesimo ci sia il coraggio di purificarsi dall’inessenziale e ritrovare, nell’infinita ricchezza della tradizione, ciò che può parlare al mondo di oggi e aiutarlo a non restare vittima dei suoi stessi successi.

Dentro una unità che non è uniformità (a volte si ha quasi l’impressione che il ‘pensiero unico’ tanto attaccato sia un sogno recondito di omogeneità senza dissensi anche dentro la Chiesa!), ma che è ricca proprio perché comunione di differenze. Come la Trinità – troppo spesso ce lo dimentichiamo”.

Perciò la Chiesa non deve avere paura della libertà: “La Chiesa non deve avere paura della libertà! E’ ciò che rende unico l’uomo tra tutti i viventi. Oggi c’è l’occasione per ripensare, anche partendo dai fallimenti della modernità, come giocare questa libertà. Un’occasione che non va persa, tornando alla morale del primo figlio della parabola. Il ruolo della Chiesa è oggi piuttosto quello di essere la voce che ricorda l’amore del padre, facendo maturare il desiderio del ritorno”.

Quindi sulla libertà, reale alternativa alla vita dominata dalla tecnologia, Chiara Giaccardi ha spiegato che, in un mondo che scambia la libertà con l’assenza di limiti, il valore di questi serve a riconoscerci uomini e a crescere: “E per crescere serve un’autorità generativa, vale a dire la riscoperta di essere figli, cioè fatti da qualcuno che c ama talmente tanto da lasciarci andare via. La mia libertà, in definitiva, ha bisogno di te: la scommessa è una Chiesa che riscopra questo infinito valore della persona”.

In questo senso la fede è relazione: “La fede è relazione, non adesione a un contenuto. La fede come affidamento non è un’indicazione morale, ma antropologica che può capire chiunque, anche un non cristiano. Sono due vie molto diverse. La Chiesa ha privilegiato la prima strada anche nella formazione, fissando contenuti semplici, chiari e distinti da trasmettere. Adesso invece, è necessario percorrere la via dell’affidarsi, del camminare dentro l’orizzonte tracciato da Gesù, dell’avviare processi senza avere già chiaro il punto di arrivo, ma con la pazienza del discernimento comunitario”.

Infine per superare l’individualismo la sociologa ha consigliato la riscoperta di Romano Guardini: “In un tempo in cui la Chiesa stessa soffre di individualismo e astrazione e rischia la deriva intellettualistica, che paradossalmente (ma non troppo) si sposa con le spinte populiste, la scommessa può essere vinta se si torna alla concretezza, nel senso in cui ne parla Romano Guardini:

se si abbracciano tutte le dimensioni dell’umano a partire dalla relazionalità, filiale e fraterna. La scommessa cattolica è che il Vangelo abbia moltissimo da dire a questo tempo. Non si tratta di ripetere ciò che è stato detto in passato, di tornare a un’età dell’oro che non è mai esistita, ma di scrivere una nuova pagina nella storia della Chiesa.

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