Al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II le regole del gioco sono cambiate: ”nuovi paradigmi”, poca trasparenza, omissione di informazioni dovute

E’ già da diversi giorni che stiamo seguendo insieme le vicende dell’Istituto Giovanni Paolo II.  Fino a questo momento,  sono state dette tante parole, spesso uscite di bocca solo posizioni ideologiche antievangeliche, a volte con l’intenzione specifica di alimentare un fuoco che cova sotto le ceneri, raramente con  il desiderio di voler capire l’origine del disappunto degli studenti e trovare una soluzione. Dal 20 luglio si sono susseguiti articoli, interviste, lettere, licenziamenti di professori.  Un comunicato stampa interno all’Istituto Giovanni Paolo II ha cercato di placare gli animi con affermazioni poco gradite e non vere.

Il Preside Monsignor Sequeri ha puntualizzato in una intervista le ragioni di un nuovo corso: capire la famiglia, superando le posizioni dottrinali, offrendo più  spazio in ambito accademico a sociologia, psicologia, storia delle culture, ad una moltiplicazione e frammentazione degli studi ecc. A dire il vero, l’idea di un cambiamento, di un miglioramento  può avere  in sé degli aspetti positivi da prendere in considerazione ma la procedura è stata sbagliata: affrettata, nascosta, poco rispettosa di un Istituto che per 37 anni ha formato sacerdoti, religiosi e laici, portando avanti dibattiti e confronti di altissimo livello teologico , crescendo nella struttura a livello internazionale arrivando ad avere dodici centri, tra sezioni e centri associati,  in diversi paesi del mondo. Non è stato affatto un esempio cristiano di trasparenza, di comunione, di riconoscenza nei riguardi del lavoro passato. Mi è  sembrato piuttosto  un passo falso che si poteva evitare se si voleva “invogliare”  gli iscritti  ad accogliere benevolmente le novità.

Ci sarebbe da chiedersi: in questi 37 anni, l’Istituto Giovanni Paolo II ha formato delle figure nel contesto specifico di una pastorale famigliare, per essere a servizio della Chiesa in questo stesso settore. C’è stato un inserimento concreto, efficace, utile di queste figure? La pastorale famigliare ha portato dei frutti? Si è vista una organizzazione nella Diocesi di Roma e  in altri luoghi che ha concretamente influenzato e aiutato a sostenere la famiglia e la vocazione matrimoniale? Qualcuno ha verificato l’importanza e l’utilità di questa formazione? Forse, analizzando in questi termini l’ esistenza di un Istituto Pontificio, il cambiamento richiesto dal Motu Proprio di Papa Francesco ha come scopo un inserimento ancora più importante nella Pastorale famigliare della Chiesa, ed è questo il vero motivo apportare delle modifiche. 

Questa potrebbe essere una ipotesi plausibile, ma purtroppo poco si è parlato dei frutti della pastorale famigliare degli ultimi quaranta anni. Su quali basi si è giudicato fallimentare o inadeguato il percorso finora fatto e su quali basi si giudicheranno i successi del nuovo corso nella futura pastorale famigliare? Tutto questo non è dato da sapersi. Quali sono gli errori sistematicamente commessi e come si intende porvi rimedio? Uno dei punti più in discussione: la comunione ai divorziati risposati  (civilmente) è oggettivamente un tema che coinvolge pochissime persone tra l’altro già ampiamente gestito nel passato con l’approccio del discernimento pastorale enunciato in Amoris laetitia.        

Dopo le reazioni e le testimonianze di alcuni professori che hanno  espresso nelle interviste le ragioni del loro sgomento, quello che è emerso dai giornali è solo la contrapposizione di due fronti: i sostenitori della “nuova Chiesa”, quella che incoraggia l’esortazione Amoris laetitia  con  conseguenti estensioni e quelli che si mantengono ancorati alla Veritatis splendor e all’insegnamento morale di Giovanni Paolo II.

Ripeto: il modo di agire, la procedura per aggiornare e sviluppare la preparazione alla pastorale famigliare fornita dall’ex Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia   è stata scorretta.

Già nel 2018, monsignor Paglia si era dato da fare per rispondere alla richiesta di Papa Francesco di formulare una revisione ma, dal momento che non era stata ben capita e accolta,  accettò che si formasse una commissione interna, presieduta dal preside monsignor Sequeri  per studiare nuovi statuti, con il contributo delle varie sezioni internazionali. Nel marzo 2019 era stata avanzata una controproposta e si attendeva una risposta dal Gran Cancelliere, che avrebbe assicurato di sottoporre ai Consigli d’Istituto la nuova versione degli statuti prima di chiederne l’approvazione alla Congregazione per l’Educazione cattolica. E’ calato il silenzio, nessuna notizia degli statuti. Nel mese di luglio, invece,  gli statuti risultano approvati. Ma da chi? Cosa è successo?

Mi sembra importante evidenziare la scarsa  trasparenza decisionale e la mancata comunicazione nei confronti dei professori e di noi alunni su quanto stava per accadere e, naturalmente, i contenuti dei nuovi corsi che saranno attivati dall’anno accademico 2019-2020.

Si parla di nuovi paradigmi, nuovi linguaggi e nuove tendenze: questo impone un cambiamento. Ma come si sarebbe svolto questo cambiamento? Insegnanti mai consultati né informati. Noi studenti ci siamo iscritti senza avere una dovuta informazione circa i contenuti dei cambiamenti. In buona sostanza, non si tratta di sapere in quale aula si terranno le lezioni!  Dovevamo essere informati del fatto sostanziale che l’Istituto Giovanni Paolo II cessava di esistere nel 2017. Io mi sono iscritta nel settembre 2018 ad un Master biennale e mi è stato detto che si stavano elaborando i nuovi statuti. Cosa comportava? Forse,  avrei dovuto approfondire questa “confidenza” visto che non mi è stato nemmeno detto che nel corso del 2019 al posto di un Istituto ne sarebbe nato un altro che avrebbe “fatto fuori” il precedente perché superato. Voglio essere ancora più chiara e concreta. In un negozio, in un qualsiasi altro sistema di servizi dove si incontrano venditore e compratore, dove c’è chi offre un servizio e chi ne usufruisce, la morale pubblicitaria è: “Soddisfatti o rimborsati”.

A Roma si  dice: “Ridatece i sordi!”.  Per spiegare ancora meglio il disorientamento ricevuto da tutti noi studenti, insisto con un esempio volutamente banale. Quando vado in una rinomata gelateria, ci vado perché scelgo quel gelato, fatto in quel modo, servito in quel certo modo, con la scelta di quei gusti specificati su un apposito cartellone, lavagna o altro mezzo che consente a chi entra in quella  gelateria di sapere ciò che sta per gustare con quel prodotto specifico e non altro. Procediamo nel ragionamento: io entro, pago il cono o la coppetta, mi danno lo scontrino e poi: sorpresa! Mi viene consegnato, allo stesso prezzo,  un gelato fatto da un altro gestore gelataio o addirittura un prodotto diverso, un succo di frutta ad esempio, spiegandomi che è più buono, che fa bene alla salute.  Vi sembra normale? Tutto qui.

Torniamo agli aspetti pratici del cambiamento e facciamoci una domanda: è ovvio che, cessando l’istituto tutti devono essere licenziati ma  il Motu proprio è di due anni fa e qual è l’urgenza di fare tutto questo improvvisamente senza nessuna comunicazione anticipata, condivisa, chiara? Perché hanno continuato a far iscrivere studenti in questi due anni?

Può essere sicuramente buona la  prospettiva  di riuscire  a concedere dei titoli accademici grazie al nuovo ordinamento,  ma forse non c’era motivo di eliminare una cattedra con relativo docente per sdoppiare un insegnamento, solo per aggiornare , per rinnovare, per superare, per specializzare gli insegnamenti: si potevano semplicemente aggiungere.

Come faranno gli studenti che hanno nel piano di studi gli insegnamenti dei professori licenziati come Melina, Noriega, Grygiel e altri? Ci sono dottorati di ricerca con questi professori? Come continuano?

Mi permetto di fare osservare che un sano processo di cambiamento si avvia facendo comprendere a tutte le persone coinvolte:
1. le ragioni del cambiamento, spiegando le motivazioni per le quali non si può  mantenere lo status quo e la necessità di fare il cambiamento
2. Comunicando una visione di come sarà l’organizzazione dopo il cambio, spiegando bene la “visione” per il futuro
3. Preparando un piano per raggiungere il cambiamento desiderato. Il piano prevede sempre dei passaggi intermedi che devono essere chiari e di volta in volta conseguiti primi di passare al passaggio successivo
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Evidentemente, le regole di comportamento e di normale gestione aziendale dei cambiamenti seguiti nelle organizzazioni del mondo civile (Aziende, Enti, Università, Centri di Ricerca), non valgono per la Chiesa. Su questo punto la Chiesa non intende aggiornarsi o confrontarsi con il mondo, ma sul tema del matrimonio e della famiglia si! 

Evito di addentrarmi sui contenuti dottrinali e mi limito a ribadire che in questa vicenda dell’Istituto Giovanni Paolo II, sono state cambiate le regole del gioco in modo non condiviso e con carattere non inclusivo. Questo è grave. Adesso ci viene proposta una nuova offerta formativa dove vita di fede e morale cattolica andrebbero a ridursi per rispondere meglio alle sfide presenti. E’ un bene? Come si verificherà tra cinque o dieci anni che questo sia stato un vero bene? 

In base alle nuove aperture, alla complessità contemporanea in cui la nostra società annaspa,   si dovrebbe partire non solo dalla famiglia radicata sul matrimonio, ma da altre tipologie di famiglie portatrici comunque di valori. Questa, in estrema sintesi, molto riduttiva, è la nuova prospettiva.

Non sta a me fare la predica ma è ovvio che è fondamentale considerare il corso della storia, gli aneliti dell’umanità, i cambiamenti della società ma è altrettanto vero che i cristiani  dovrebbero desiderare di rivolgere lo sguardo verso l’alto e , con prudenza,  rivolgere lo sguardo sulla strada da percorrere, stando attenti a dove si mettono i piedi altrimenti si rischia di cadere e di trascinare per terra il prossimo.  Mi sembra utile ricordare  una citazione del Beato John Henry Newman: “È compito specifico del cristiano opporsi al mondo”.

E’ vero che l’Istituto Giovanni Paolo II è Pontificio, ma deve esserci un comune sforzo di tutti nel raggiungere una comunione nella visione della famiglia e del matrimonio. Se si procede solo per cessazione del vecchio e poco coinvolgimento nella creazione del nuovo si fa poca strada e può capitare anche che il prossimo pontefice cessi anche questo istituto perché magari, andando avanti e cercando compromessi con le nuove tendenze, con il passare degli anni, nessuno capirà più che cosa voglia dire matrimonio e famiglia!

Qualcuno ha scritto: “tanto rumore per nulla”. Non direi, visto che tra studenti, ex studenti, amici dell’Istituto siamo già più di mille ad aver firmato la lettera di richiesta di chiarimenti. Forse ci vuole più rumore, più preghiera certamente per farci ascoltare dagli autori del cambiamento delle regole del gioco!

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