A 50 anni del viaggio di san Paolo VI in Uganda

Nelle scorse settimane il Parlamento ugandese ha tributato un omaggio a san Paolo VI in occasione del 50^ anniversario del viaggio apostolico nel Paese africano, avvenuto nel 1969, anno in cui è stata costituita la Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar), ufficialmente 29 luglio nella cattedrale di Lubaga e conclusa da papa Paolo VI il 31 luglio.

Per l’occasione papa Francesco ha ricordato con un telegramma l’avvenimento: “Il Papa prega per i suoi membri che sono uniti nel discepolato missionario. Il grande lavoro dell’evangelizzazione consiste nel cercare di far sì che il Vangelo permei ogni aspetto della nostra vita in modo che possiamo portarlo agli altri. In questo modo il Secam continuerà a essere al servizio della Chiesa locale e dell’intero continente africano”.

Nella celebrazione conclusiva del simposio dei vescovi papa Paolo VI aveva espresso un sentimento di comunione: “Dobbiamo dirvi che nel desiderio di questa esperienza spirituale Noi abbiamo intrapreso questo viaggio: per essere con voi, per godere della comune fede e della comune carità, che ci uniscono, per affermare, anche sensibilmente, che siamo un’unica famiglia, nel corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa!

Noi dobbiamo dirvi che siamo felici di ripetere qui le parole dell’Apostolo delle genti: noi siamo ‘un solo corpo ed un solo Spirito… chiamati a una sola speranza… Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti…’. Se questo sentimento di comunione sarà anche in voi, come Noi speriamo, e se esso sarà il ricordo di questo nostro incontro, Noi potremo dire che il Nostro viaggio avrà già ottenuto un grande effetto soddisfacente”.

E li ha invitati ad essere missionari nella loro Chiesa: “Missionari di voi stessi: cioè voi Africani dovete proseguire la costruzione della Chiesa in questo Continente. Le due grandi forze (oh! quanto differenti e disuguali!), stabilite da Cristo per edificare la sua Chiesa, devono essere all’opera insieme con grande intensità: la gerarchia (e intendiamo con questo nome tutta la struttura sociale, e canonica, responsabile, umana, visibile della Chiesa: i Vescovi in prima linea), e lo Spirito Santo (cioè la grazia, con i suoi carismi) devono essere all’opera in forma dinamica, come appunto si conviene ad una Chiesa giovane, chiamata ad offrirsi ad una cultura aperta al Vangelo, com’è la vostra africana.

All’impulso, che veniva alla fede dell’azione missionaria da Paesi stranieri, deve unirsi e succedere l’impulso nascente dall’interno dell’Africa. La Chiesa, per natura sua, rimane sempre missionaria. Ma non più un giorno chiameremo ‘missionario’ in senso tecnico il vostro apostolato, ma nativo, indigeno, vostro”.

Ha quindi chiesto che la Chiesa africana deve essere cattolica: “La vostra Chiesa dev’essere innanzitutto cattolica. Cioè deve essere tutta fondata sul patrimonio identico, essenziale, costituzionale della medesima dottrina di Cristo e professata dalla tradizione autentica e autorevole dell’unica e vera Chiesa.

Questa è una esigenza fondamentale e indiscutibile. Tutti dobbiamo essere gelosi e fieri di quella fede, di cui gli Apostoli furono gli araldi, i Martiri, cioé i testimoni, furono gli assertori, i Missionari, cioè furono scrupolosi maestri. Voi sapete come la Chiesa sia soprattutto tenace, diciamo pure conservatrice. a questo riguardo.

Per impedire che il messaggio della dottrina rivelata possa alterarsi la Chiesa ha fissato perfino in alcune formule concettuali e verbali il suo tesoro di verità; ed anche se queste formule sono alcune volte difficili, essa ci fa obbligo di conservarle testualmente. Non siamo noi gli inventori della nostra fede; noi siamo i custodi. Non ogni religiosità è buona, ma solo quella che interpreta il pensiero di Dio, secondo l’insegnamento del magistero apostolico, stabilito dall’unico Maestro, Gesù Cristo”.

Ricordando i santi africani il papa aveva sottolineato la necessità di una liturgia per il popolo, senza eccedere nel ‘folklorismo locale’: “La riforma liturgica, ad esempio, lo dice. In questo senso voi potete e dovete avere un cristianesimo africano. Anzi voi avete valori umani e forme caratteristiche di cultura, che possono assurgere ad una loro perfezione idonea a trovare nel cristianesimo e per il cristianesimo una genuina e superiore pienezza, e quindi capace di avere una ricchezza d’espressione sua propria, veramente africana. Occorrerà forse del tempo. Occorrerà che la vostra anima africana sia imbevuta profondamente dei segreti carismi del cristianesimo, affinché poi questi si effondano liberamente, in bellezza e in sapienza, alla maniera africana”.

Infine ha consegnato loro un compito: “La Chiesa Africana ha davanti a sé un compito originale ed immenso: essa deve rivolgersi come una ‘madre e maestra’ a tutti i figli di questa terra del sole; essa deve offrire loro un’interpretazione tradizionale e moderna della vita; essa deve educare il popolo alle forme nuove dell’organizzazione civile, purificando e conservando quelle sapienti della famiglia e della comunità;

essa deve dare impulso pedagogico alle vostre virtù individuali e sociali dell’onestà, della sobrietà, della lealtà; essa deve sviluppare ogni attività in favore del pubblico bene, la scuola specialmente, e l’assistenza ai poveri e ai malati; essa deve aiutare l’Africa allo sviluppo, alla concordia e alla pace”.

Nella prosecuzione del viaggio il giorno successivo il papa incontrò i rappresentanti dell’Islam, chiedendo pace per l’Africa: “Che su questo suolo, impregnato del sangue versato in comune dai figli generosi delle comunità cattoliche, protestanti e musulmane dell’Uganda, si levi, per tutta l’Africa, il sole della Pace e dell’amore fraterno! Possa questo Nostro incontro con voi, Signori Rappresentanti dell’Islam, essere l’annunzio e l’inizio di una unità alla quale Dio ci chiama insieme ad operare per la sua più grande gloria e per la felicità dell’Africa”.

E non si può dimenticare il compito dato ai laici dell’Azione Cattolica e di altre associazioni cattoliche ugandesi nel ricordo dei martiri: “Ma Noi non possiamo portare a compimento questo grande progetto, diletti figli e figlie, senza il vostro concorso. Come apostoli laici, unendo i vostri sforzi a quelli di tutti gli uomini di buona volontà, voi certamente non potrete essere meno attivi, meno ingegnosi, meno coraggiosi dei vostri fratelli, nel costruire un mondo più umano.

Al contrario, in ogni azione, benché la più umile, voi non mancherete di attendere con ogni premura a quel particolare sviluppo dal quale dipende tutto il resto: ossia, lo sviluppo dei cuori degli uomini nell’amore, nella giustizia, nella libertà e nella verità… I Martiri dell’Uganda erano laici, che non esitarono a spargere il loro sangue per la fede.

Ai laici, uomini e donne, di oggi, essi rivolgono un pressante appello; quello di seguire le loro orme nel lavoro di ogni giorno, sforzandosi di raggiungere quella santità di vita, che apporta una ricca messe di anime”.

(Foto tratta da Il sismografo)

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