La Trasfigurazione è un assaggio del Paradiso

‘Nella Trasfigurazione Gesù ci mostra la gloria della Risurrezione: uno squarcio di cielo sulla terra’: con questo twitter papa Francesco ha ricordato questa grande festa cristiana celebrata in tutte le chiese; mentre da Bose il priore, Luciano Manicardi, ha chiesto ai fedeli di lasciarsi raggiungere dalla luce della Trasfigurazione:

“Siamo nella gioia e questa gioia in realtà dovrebbe abitare ogni nostro giorno perché la luce della Trasfigurazione è anticipo e caparra della luce della resurrezione, una luce che dunque ci precede anche quando non la vediamo, è già lì anche quando siamo immersi nel buio, questa luce infatti è grazia, è dono, è realtà che ci attira e ci sta davanti: le tenebre, le fatiche, le sofferenze, i tormenti che viviamo sono solo caparra della luce e della liberazione: la notte è preludio dell’alba, la notte è condizione della luce. Questo dice alla nostra povera fede la notte della Trasfigurazione.

E’ memoria di quella gioia che è costitutiva dell’evangelo e dunque del nome cristiano. Forse, ben più di altri peccati che riconosciamo in noi, il nostro peccato più grave é quello contro la gioia, il non essere nella gioia e trovare sempre motivi di lamento, di tristezza, di scontento, di rabbia, smentendo così quel vangelo che pure vorremmo vivere con radicalità”.

Il priore ha sottolineato come la preghiera valorizza la relazione: “E’ quella solitudine che fonda il carattere buono e autentico, sano e liberante della relazione di Gesù con i discepoli. E’ quella solitudine che rende libera e non schiavizzante la relazione. E’ in quella solitudine che si situa la distanza salvifica di ogni relazione.

E’ da quella solitudine che nascono le parole potenti che egli rivolge ai discepoli e che Luca racconta nello spazio che separa quella preghiera in un luogo solitario dalla salita sul monte della Trasfigurazione di nuovo per pregare: domande, rivelazioni, indicazioni, esigenze.

Parole non solo pensate, ma pregate, parole nate dal profondo, parole nate da una relazione e che intendono costruire relazioni sane con i discepoli e indicare loro la via da percorrere conducendoli ad assumerla con gioia e libertà. Parole che nascono dalla vita di Gesù con Dio e che tendono alla vita di fede dei discepoli”.

L’altra sottolineatura, evidenziata da p. Manicardi, si è appuntata sulla difficoltà dei discepoli di capire Gesù: “Sul monte della Trasfigurazione, dove è salito ‘per pregare’, Gesù è sempre solo, anche e più che mai ‘mentre prega’. La fatica dei discepoli, espressa da almeno tre annotazioni, ci suggerisce, per converso, per via negativa, tre tappe di una iniziazione, tre momenti di un cammino per entrare nel mistero della preghiera di Gesù, dunque per entrare nella libertà di Gesù stesso.

I discepoli sono aggravati dal sonno, le loro palpebre cadono, gli occhi si chiudono: trapela la fatica somatica del pregare. Quindi, Pietro pronuncia parole che appaiono confuse, insensate, tangenziali a ciò che è avvenuto. Infine tutti vengono presi da paura. Il loro non dire niente a nessuno con cui si chiude il racconto, sembra il possibile inizio di qualcosa di nuovo e di positivo… Sembra, potrebbe essere, quel silenzio finale dei discepoli, l’entrare nel silenzio di Gesù stesso, silenzio che per Luca nella Trasfigurazione è accentuato sia rispetto a Matteo che a Marco”.

Un altro punto evidenziato è la conversazione con Mosè ed Elia: “Se Gesù conversa è con Mosè ed Elia, se parla, lo fa con loro e parla del suo esodo; ovvero Gesù fa entrare la sua vita, il suo corpo, il suo spirito, anche il suo futuro, nella storia della salvezza: il suo cammino verso Gerusalemme sarà un faticoso e liberante esodo, un rinnovamento radicale di quel passaggio dalla schiavitù alla libertà, un cammino di morte e resurrezione. Gesù poi nemmeno risponde alle parole di Pietro che esprime la bellezza di essere lì. Infine, i discepoli sono rinviati all’unica azione che non stanno facendo: ascoltare, ascoltare la parola del Signore”.

La preghiera proposta da Gesù ha bisogno però di tre momenti: “Ma questo cammino interiore esige, dicevamo almeno tre momenti. Anzitutto la fatica del corpo, l’ascesi, la lotta contro le pigrizie del cuore e la pesantezza del corpo, il combattimento contro le seduzioni della comodità, contro il demone della facilità, contro il rifiuto dello sforzo e della fatica, l’onestà contro gli alibi con cui giustifichiamo le nostre miserie e le nostre meschinità.

Quindi, l’accesso a una parola sensata uscendo dal parlare vano, imparare l’ascesi della parola, il radicarla nell’interiorità così che sia chiara, netta, pulita, precisa, non confusa e distorta, non malevola e ingannevole, non interessata e sviante. Infine e soprattutto, vero vertice del cammino spirituale, la vittoria contro la paura grazie a cui soltanto si accede alla libertà. Sì, cuore e vertice del cammino indicato dal Cristo trasfigurato ai discepoli, a noi, è la vittoria contro la paura, unica potenza che ci rende schiavi”.

Ed ha concluso l’omelia con un invito alla gioia: “La festa della Trasfigurazione ci chiama alla gioia, ma la gioia esige da noi la vittoria sulla paura per poter accedere alla libertà, alla ineffabile libertà. Vivere la gioia del vangelo esige la nostra lotta quotidiana contro la paura.

Il volto trasfigurato di Gesù, il volto reso altro dalla preghiera e dall’ascolto della parola di Dio, è un volto liberato dalla paura, è un volto abitato dalla gioia, un volto che è esso stesso vangelo, buona notizia. Questo il volto che noi siamo chiamati ad avere. Un volto illuminato dal Signore, un volto liberato dalla paura, un volto gioioso. Il volto di un uomo libero, di una donna libera”.

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