In Libano i profughi siriani vittime di abusi e violenze

Aumentano le incursioni dell’esercito libanese nei campi profughi in particolare nella valle della Beqaa: è quanto emerge nel dossier di Operazione Colomba, corpo Civile di Pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, presentato a Roma, e dedicato alla violazione del principio di ‘non-respingimento’ e al peggioramento delle condizioni dei profughi siriani in Libano.

Il dossier è aperto dalla testimonianza di un ragazzo di 32 anni, profugo siriano, padre di tre bambini che vive nel nord del Libano al confine con la Siria: “Sono venuti in casa mia alle 6 del mattino per arrestarmi. Io non posso camminare, perché sono stato ferito da una scheggia durante la guerra. Ma i funzionari dell’esercito libanese continuavano a dirmi di alzarmi e camminare anche se sapevano che non potevo.

Poi mi hanno portato in una prigione dove mi hanno tenuto per 36 ore in una stanza angusta con altri 40 uomini. Ho un catetere a causa delle mie ferite e ho bisogno di farmaci costanti. Quando mia moglie è venuta in prigione per portarmi le medicine, le hanno proibito di vedermi e di darmi i farmaci.

Quando ho chiesto di svuotare il mio catetere, uno dei soldati ha tirato fuori il tubo per versare il contenuto del catetere su di me. Il giorno dopo, i soldati si sono resi conto che mi avevano confuso per qualcun altro e così mi hanno lasciato tornare a casa”.

Obiettivo del dossier è portare all’attenzione della comunità internazionale il preoccupante intensificarsi, da parte del governo libanese, di strategie volte a far tornare i profughi in Siria. Per Operazione Colomba, questo atteggiamento si fonda “sul presupposto non provato che la Siria sia ora un paese sicuro in cui tornare.

Le azioni dell’Esercito libanese e delle Forze di Sicurezza Interna contro i siriani in Libano hanno incluso un aumento esponenziale delle deportazioni forzate, la distruzione di case e campi profughi informali siriani, sfratti di massa, l’inasprimento delle misure contro i lavoratori non autorizzati e le imprese di proprietà siriana, così come la limitazione della possibilità per i bambini siriani di ottenere un permesso di soggiorno legato alla residenza legale dei genitori tramite uno sponsor libanese”.

Secondo l’Agenzia Nazionale di Stampa libanese, solo nel mese di maggio, 301 cittadini siriani sono stati rimpatriati senza ulteriori chiarimenti: 197 dei quali da parte delle Forze Armate Libanesi (Laf), 100 dalla Sicurezza Interna (Isf) e quattro dall’Ufficio di Sicurezza Generale (Gso). Secondo altre fonti circa 400 cittadini siriani sono stati espulsi dal Libano tra maggio e giugno 2019.

Una volta deportati in Siria, la comunicazione si interrompe e poco si sa di ciò che accade loro nonostante diverse organizzazioni internazionali tra cui l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), Human Rights Watch, il Ministero degli Esteri tedesco abbiamo denunciato il rischio sicurezza per chi torna (potrebbero essere arruolati forzatamente nell’esercito, arrestati, torturati o uccisi).

Ai rimpatri si aggiungono le denunce di torture nelle carceri libanesi e il recente piano di smantellamento dei campi profughi informali, che da aprile ha portato alla demolizione di circa 568.228 strutture semi-permanenti che ospitavano profughi siriani, sulla base di un codice abitativo esistente da tempo ma in gran parte non applicato.

Considerando la gravità della situazione, Operazione Colomba ha esortato il Governo italiano, l’Unione Europea e le Nazioni Unite, nonché singoli membri dell’assemblea, a farsi garanti perché il governo libanese agisca in conformità con il diritto internazionale e rispetti il principio di non-refoulement sancito dall’articolo 3 della Convenzione contro la tortura, di cui il Libano è firmatario.

Si chiede inoltre al governo di Beirut di fornire aiuti umanitari, nonché assistenza legale e medica, ai profughi siriani in Libano. E di condannare la normalizzazione e la riabilitazione da parte dei Paesi Europei delle relazioni internazionali con il governo siriano, fino a quando non verrà raggiunta una soluzione politica.

Inoltre da tempo Operazione Colomba ha lanciato la proposta di pace nata da alcuni profughi siriani in Libano, che prevede “la creazione di zone umanitarie in Siria, ovvero di territori che scelgono la neutralità rispetto al conflitto, sottoposti a protezione internazionale, in cui non abbiano accesso attori armati, sul modello, ad esempio, della Comunità di Pace di San José di Apartadò in Colombia”.

Infine il dossier ha denunciato che “il 76% delle famiglie siriane in Libano vive al di sotto della soglia di povertà, il 53% di esse vive in condizioni abitative al di sotto degli standard minimi previsti e il 74% dei profughi siriani di età pari o superiore a 15 anni non ha residenza legale”.

Infine secondo l’ultimo rapporto Global Trends dell’Unhcr, il Paese accoglie il numero maggiore di rifugiati al mondo rispetto alla sua popolazione totale: quasi 1.500.000 di siriani (di cui 944.000 registrati dall’Unhcr); almeno il 78% dei bambini siriani ( tra i 5 e i 17 anni) in Libano è vittima di una qualche forma di violenza o sfruttamento. Il 64% dei profughi vive sotto la soglia di povertà.

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