Mons. Lorefice al Festino di Santa Rosalia: l’amore sconfina

Un carro costruito dai detenuti del carcere dell’Ucciardone è stato il punto centrale della 395^ edizione del festino di santa Rosalia, patrona di Palermo, sul tema dell’inquietudine, come aveva sottolineato il sindaco, Leoluca Orlando:

“L’inquietudine è l’alternativa umana alla paura. Quando non rispetta la persona umana, l’inquietudine si trasforma in paura. In questa struttura bisogna sconfiggere la paura con l’inquietudine. Il dubbio è legittimo. Ma la pena deve avere una funzione rieducativa che non può prescindere dal rispetto della persona umana. Per questo l’Ucciardone è Palermo, Palermo è l’Ucciardone. Santa Rosalia è la patrona di Palermo, di tutti i palermitani, dentro e fuori l’Ucciardone nessuno escluso”.

E nel giorno del Festino l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, ha affermato che l’amore ‘sconfina’: “Leggendo i versi del Cantico, siamo rimandati ad un celebre testo di Isaia, un testo anch’esso nato da un’ardente attesa. E’ il grido di felicità degli ebrei confinati a Babilonia che finalmente vengono a sapere che il tempo dell’esilio, tempo della lontananza da Dio e del ‘nascondimento’ di Dio, si avvia a compiersi, che Dio interviene e il ritorno è ormai prossimo:

‘Come sono belli i piedi del messaggero di annunzi gioiosi, che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Il tuo Dio regna! Senti? Le sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia’. E’ un appello anche a noi, a ‘venire via’ dal nostro mondo sovente così chiuso, ad alzarci, a far esplodere la vita e l’amore”.

Per il vescovo l’amore ‘trasforma’ il mondo, riprendendo il libro del Cantico dei Cantici: “E’ l’amore che fa rinascere il mondo, l’amore ‘trasforma’ le stagioni rigide e crepuscolari della storia ed accende stagioni assolutamente nuove e diverse!.. L’odio separa, allontana, elimina, distrugge, aggredisce, annega l’altro nell’indifferenza, lo fa entrare in un persistente declino invernale”.

Così ha fatto santa Rosalia: “Rosalia è mossa dall’amore ‘concreto e altro’ di Dio. E’ l’amore che la fa uscire dagli alienanti agi e dagli instabili poteri dei palazzi per andare incontro alla ‘sublimazione dell’amore’, all’amore sublimato. Rosalia accoglie l’invito dell’Amato ad uscire dalla prigionia mentale e culturale dove, inconsapevolmente, correva il rischio di rimanere imprigionata; a non farsi prendere dalla peste che ammorba il cuore, dal contagio devastante dell’indifferenza e dell’insensibilità che pietrifica la coscienza e obnubila la mente. L’unione con Dio, l’amore per Dio (che può giungere fino al ritiro dell’eremo, come ritenne di fare santa Rosalia) non è una fuga mundi per pochi eletti, ma strada sicura per essere ‘efficaci ed incisivi’ nel mondo”.

Ma l’amore ha bisogno di essere ‘alimentato’: “E’ l’amore di Dio alimentato dal silenzio, dall’ascolto orante della Bibbia e dall’intercettazione del gemito che sale dalla Città, che la farà alzare, per ricercare il bene, un di più di bene, il Sommo Bene, volerlo e mediarlo per gli altri, persino anche dopo la sua sepoltura, dopo secoli dalla sua morte, allorché scenderà a valle tra i suoi concittadini, per le strade pestilenti della città, per essere ancora ‘corpo che intercede’ per la guarigione e la salvezza di tutti.

Di tutti! La peste che infuriava a Palermo nel 1625 colpiva tutti, buoni e cattivi, santi e peccatori, uomini e donne, piccoli e grandi, cristiani e non cristiani, palermitani e forestieri.

L’amore per Dio e per gli altri… è l’olio necessario per alimentare il senso più vero della vita, del nostro essere su questa casa comune che è la terra, dentro questa nostra città così bisognosa di essere trasfigurata nelle sue vie, nei suoi quartieri, nelle sue case, nelle sue montagne e nelle sue spiagge, nei volti di quanti la abitano, nelle relazioni, nelle famiglie, nelle scelte politiche e amministrative, nelle chiese, nelle appartenenze religiose, nelle sedi della burocrazia e nelle strutture sanitarie, nei luoghi dello sport e del tempo libero”.

Ed anche nell’incontro con i rappresentanti delle altre confessioni cristiane, mons. Lorefice ha sottolineato il significato della parola ‘famiglia’: “La nostra comunanza non è una banale, avventata, violenta omogeneità. Essere familiari equivale al sapere essere diversi, assieme, al saper portare insieme (al con-sopportare, avrebbero detto gli scrittori ispirati del Nuovo Testamento) la diversità.

Le famiglie in cui qualcuno vuole comandare in maniera autoritaria, e si può essere autoritari sia usando la forza, sia avvalendosi di una sottile manipolazione dell’altro, sono destinate alla rovina. Non siamo chiamati a stampare la nostra impronta sulla vita e sul volto di chi ci sta accanto, ma a riconoscere e a lasciar essere l’impronta speciale di ognuno nel mondo. L’imposizione, l’annullamento dell’opinione altrui, la creazione delle ‘pecore nere’, la pretesa di omologazione religiosa, culturale, esistenziale sono il tradimento e la fine della relazione”.

Ed ha chiesto di ‘smilitarizzare’ il cuore dell’uomo: “Impariamo insieme, care Sorelle, cari Fratelli, la virtù mirabile dello ‘stare sotto’, della hypomoné che ha ispirato tutta l’esistenza di Gesù di Nazareth e che oggi è per noi un compito aperto e urgente…

Dove l’odio sembra farla da padrone e la divisione pare fendere la cortina della storia, riportandoci a tempi bui di contrapposizioni ferali, di egoismi di gruppo; dove lo sfruttamento dell’altro, del fratello del Sud del mondo come di ogni Sud esistenziale ed umano si appresta a diventare la regola non scritta della civiltà globalizzata;

dove il divario tra i ricchi e i poveri si allarga inesorabilmente e le istituzioni che dovrebbero garantire la giustizia e l’equilibrio sono afflitte dai virus della potenza e del dominio privo di scrupoli; dove tutto questo si affaccia sulla scena della storia come prodromo di una notte angosciante, poniamo i nostri corpi stamattina gli uni accanto agli altri; affianchiamo le nostre vite e quelle dei nostri fratelli, delle nostre comunità, per cominciare da qui a levare il grido dei poveri, a difendere l’anelito di giustizia e di amore, a dire che un mondo diverso e una civiltà nuova sono possibili, perché i semi di questo cambiamento sono annidati nella vita degli umili, dei ‘credenti’ di ogni latitudine, degli uomini di fede, religiosi o non religiosi, che ogni giorno, da veri famuli, tengono viva la storia di tutti”.

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