Vincent Lambert, parola ‘fine’?

Questo è un articolo che non avrei mai voluto scrivere: dopo una tortuosa vicenda giudiziaria, che ha coinvolto le massime autorità francesi e sovranazionali (leggi Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo e Comitato ONU per la disabilità), la parola fine è stata scritta.

Nonostante le flebili speranze dopo la richiesta dell’ONU di interrompere la procedura eutanasica e la sospensione concessa dalla Corte d’Appello di Parigi, la Cassazione prima e il Tribunale Amministrativo poi hanno chiuso la porta alla vita. Vincent Lambert può, anzi, deve morire.

Non riepilogherò la storia, né mi soffermerò sulla dignità umana così calpestata, né alzerò la voce contro la cultura dello scarto: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Se, però, i discorsi non possono far nulla e se fra pochi giorni o poche ore, qualcuno poserà una lapide sulla fredda terra, non sarà una lacrima a dettare l’ultima parola.

“È lì da quattro giorni”: con questa frase, Marta aveva posto una pietra su ogni aspettativa di rivedere il fratello Lazzaro in vita; le sentenze che si sono susseguite hanno dichiarato che Vincent “è lì da dieci anni”. Ma se Lazzaro era veramente morto, Vincent non lo è.

Eppure, anche ora, nel dolore più grande, nell’abisso di incomprensione, nella prepotenza umana ammantata da falsa pietà, nel delirio di onnipotenza di chi si erge a giudice della morte, sono certo che sentiremo ancora una volta le parole: “Lazzaro, esci fuori! Vincent, esci fuori!”.

Non grido al miracolo, ma credo fermamente che una luce si accenderà anche ora. Come? Lasciamo fare alla Provvidenza, a quel

Cristo, pensoso palpito,
astro incarnato nell’umane tenebre,
fratello che t’immoli
perennemente per riedificare
umanamente l’uomo.
(Giuseppe Ungaretti, Mio fiume anche tu)

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