Da Amatrice uno sguardo all’Amazzonia

Sabato 6 luglio si è svolto ad Amatrice il II Forum delle Comunità ‘Laudato sì’, ideate dalla diocesi di Rieti e da Slow Food per promuovere stili di vita coerenti ai valori e alle proposte del documento di papa Francesco, a livello personale e collettivo, dal tema ‘Pianeta Amazzonia’, a cui il papa ha inviato un messaggio:

“E’ un segno di speranza il fatto di ritrovarsi proprio ad Amatrice, il cui ricordo è sempre presente al mio cuore, mettendo a tema gli squilibri che devastano la nostra ‘casa comune’. Non solo è un segno di prossimità a tanti fratelli e sorelle che ancora vivono nel guado tra il ricordo di una spaventosa tragedia e la ricostruzione che tarda a decollare, ma esprime anche la volontà di far risuonare forte e chiaro che sono i poveri a pagare il prezzo più alto delle devastazioni ambientali. Le ferite inferte all’ambiente, sono inesorabilmente ferite inferte all’umanità più indifesa”.

Ed ha ringraziato gli organizzatori per aver centrato l’obiettivo, dopo il tema sulla plastica dello scorso anno, sull’Amazzonia: “La situazione dell’Amazzonia è triste paradigma di quanto sta avvenendo in più parti del pianeta: una mentalità cieca e distruttrice che predilige il profitto alla giustizia; mette in evidenza l’atteggiamento predatorio con il quale l’uomo si rapporta con la natura.

Per favore, non dimenticate che giustizia sociale ed ecologia sono profondamente interconnesse! Ciò che sta accadendo in Amazzonia avrà ripercussioni a livello planetario, ma già ha prostrato migliaia di uomini e di donne derubate del loro territorio, divenute straniere nella propria terra, depauperate della propria cultura e delle proprie tradizioni, spezzando l’equilibrio millenario che univa quei popoli alla loro terra.

L’uomo non può restare spettatore indifferente dinanzi a questo scempio, né tanto meno la Chiesa può restare muta: il grido dei poveri deve risuonare sulla sua bocca, come già san Paolo VI evidenziava nella sua Enciclica ‘Populorum progressio’”.

Nel messaggio il papa ha sottolineato il significato dell’eucarestia in rapporto ai nuovi stili di vita: “L’atteggiamento eucaristico dinanzi al mondo e ai suoi abitanti sa cogliere lo statuto di dono che ogni vivente porta in sé. Ogni cosa ci viene consegnata gratuitamente non per essere depredata e fagocitata, ma per divenire a sua volta dono da condividere, dono da donare perché la gioia sia per tutti e sia, per questo, più grande… L’ascesi ci aiuta a convertire l’atteggiamento predatorio, sempre in agguato, per assumere la forma della condivisione, della relazione ecologica, rispettosa e garbata”.

In apertura il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, ha salutato i partecipanti di un’esperienza, nata proprio ad Amatrice, ‘nel contesto di una terra ferita’, per “ricucire lo strappo che si è operato tra l’umanità e la madre-terra; tentare di colmare il gap tra la comune dipendenza dalla terra e la consapevolezza di questo legame vitale”.

La mobilitazione che Chiesa reatina e Sloow Food propongono ‘non è genericamente un manifesto verde, ma una proposta di etica sociale’, e sono una quarantina le Comunità costituitesi, da nord a sud d’Italia (Torino, Cuneo, Asti, Novara, Mantova, Milano, Varese, pavia, Treviso, Vicenza, Padova, Rieti, Roma, Foggia, Ragusa, Agrigento, Trapani e Caltanissetta) e altre in via di costituzione anche all’estero, come in Brasile.

Per il vescovo reatino il tema di questo forum vuole “lasciarsi provocare dal prossimo Sinodo panamazzonico per imparare un metodo che dobbiamo applicare ciascuno ai propri territori certamente più ristretti: vedere, giudicare, agire”, ribadendo il senso del legame tra il progetto e Amatrice, “simbolo di una ferita che tarda a rimarginarsi per la lentezza esasperante della macchina statale, per la mancata assunzione di responsabilità di tanti, per la pervasiva smobilitazione del tessuto sociale”.

Poi ha preso la parola lo scienziato Stefano Mancuso, biologo di fama mondiale, che ha coniugato l’aspetto scientifico a quello antropologico: “Davvero io uomo devo pensare che un albicocco è meglio di me? Noi sappiamo fare delle cose che una mucca non sa fare. Abbiamo delle abilità uniche… Dal punto di vista biologico io uomo ho un’abilità: o è un vantaggio o è uno svantaggio. Questo cervello che ci permette di fare queste cose”.

Avere un cervello più sviluppato chiede maggiore responsabilità e consapevolezza: “L’uomo potrà sopravvivere solo se comprenderà che la ‘casa comune’, l’insieme della natura di cui è parte, è ciò che ci permette di sopravvivere”.

Anche suor Alessandra Smerilli, riprendendo l’esempio dell’isola di Pasqua citata dal biologo, ha ricordato come “il filo rosso che lega tutte le civiltà è data dagli aspetti ecologici… In essa 12 clan diversi facevano a gara nel costruire statue in pietra per ingraziarsi gli dei. Per costruirle dovevano trasportare grossi massi e quindi necessitavano di imbarcazioni e binari di trasporto, con utilizzo di grandi quantità di legnami. Risultato: tutti i suoi alberi sono stati tagliati”.

Ed è quello che si rischia con l’intera civiltà umana: “Il problema non è il taglio dell’ultimo albero, ma perché troppo tardi ci rendiamo conto del problema… Nessuno tende da solo a limitarsi pensando che se non porterà lui le pecore al pascolo lo farà qualcun altro. Ma se tutti ragioniamo allo stesso modo si arriverà presto all’esaurimento del pascolo. Man mano che ci si rende conto del problema la corsa non si arresterà, anzi aumenterà ancora più perché tutti avranno paura di rimanere senza”.

Poi ha tracciato alcune linee di azione: “Innanzitutto comprendere quanta parte abbiamo e quanto siamo complici. Quando diamo colpa a un’economia che uccide siamo consapevoli che non siamo altro da quell’economia? Quando diamo le colpe alle multinazionali sappiamo che siamo noi che alimentiamo i loro sistemi di consumo diventandone complici? Quando acquistiamo le merci senza guardare siamo complici di un’economia che uccide. Quando non siamo attenti a come sono usati i prodotti finanziari, siamo complici di un sistema che favorisce i predatori… Ogni volta che facciamo un acquisto stiamo votando con i nostri soldi”.

Ed ha concluso l’intervento citando l’esempio di san Benedetto, che: “con il saper fondare un positivo rapporto tra società e ambiente, ha cambiato le sorti del pianeta e adesso stiamo aspettando un altro san Benedetto. Forse questi nuovi san Benedetto sono in mezzo a noi nelle Comunità Laudato sì”.

Mattia Prayer Galletti, capo tecnico specializzato al Fondo Internazionale per lo sviluppo agricolo, ha sottolineato un dato importante: “Nel mondo si contano 370.000.000 popoli indigeni, il 5% dell’umanità, che è custode dell’80% della biodiversità mondiale. Vive soprattutto nelle zone in teoria considerate dal punto di vista economico marginali del pianeta e nonostante questo decisive per la sopravvivenza del pianeta. Responsabilità molto forti, dinanzi alle quali il mondo non dà nessuna riconoscenza ma non esita a trattare queste popolazioni in maniera non solo vessatoria, ma addirittura spregiudicata”.

Ed ha citato altri numeri: “Il disboscamento record a maggio risultava di 579 km2. Vero che nel totale dei milioni di chilometri quadri della foresta amazzonica rimane una piccola frazione, per cui viene comodo ai governanti di dire che quelle forestali sono risorse che è bene utilizzare e magari, nello sforzo di equa redistribuzione dei profitti, poi daranno benefici a tutti quanti”.

Ma il problema è che, così facendo, non si pongono limiti e si alimenta una mentalità di utilizzo irresponsabile pensando solo al valore economico: “finché nella contabilità nazionale tagliare una pianta vuol dire valore economico e lasciarla lì vuol dire zero, non andremo da nessuna parte”.

Nel pomeriggio tre testimonianze: don Sciortino, p. Ronchi e don Ciotti. Il paolino ha ricordato come è nata questa comunità ad Alba per iniziativa del settimanale diocesano: “Se tutti i settimanali diocesani lo facessero, i settimanali potrebbero essere di stimolo alla creazione di una comunità facendo opera di informazione ma soprattutto di formazione”.

P. Ronchi, teologo e spiritualista servita, ha ribadito che “innamorarsi della realtà è il primo passo per tentare il cambiamento, il passo imprescindibile per avviare un cambiamento, di tutto ciò che vive”. Per don Ciotti ci sono tre grandi rischi “che ci impongono uno scatto di più: la morte della democrazia, anche nel nostro paese la democrazia è molto pallida; le guerre e i conflitti, se ne parla poco ma i conflitti sono aumentati; e poi la catastrofe ecologica”.

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