Giuseppe de Luca: un grande sacerdote poco conosciuto (2^ parte)

De Luca è noto anche per essere lo scopritore di una ‘scienza nuova’, la storia della pietà, di quello stato in cui l’uomo ‘sente presente Dio per consuetudine d’amore’ e lo esprime nelle forme più diverse, dalle poesie raffinate di un Petrarca alle canzoncine spirituali, alle umili devozioni del popolo cristiano.

Per questa ‘storia della pietà’ dà vita ad un ‘Archivio’, una rivista che si prefigge di raccogliere le infinite tracce nelle direzioni più imprevedibili, anche nelle espressioni dell’empietà che, a modo suo, gli appaiono una forma di pietà a rovescio, comunque un grido, un’implorazione, un’invocazione.

Per De Luca qualunque uomo, di qualunque religione, seppure erronea, può essere pio e qualsiasi espressione della sua pietà può essere oggetto di studio. Tuttavia, egli è persuaso che l’unica vera religione sia il cristianesimo, nel cui seno la pietà non coincide con l’ascetica, né con la spiritualità e neppure con la devozione, ma supera tutte perché si identifica con la carità. Il possesso di questa virtù consente al fedele più ignorante di superare, in forza della sua pietà, il teologo più acuto, per giungere a penetrare il supremo ‘mistero di pietà’ (1Tim 3,16) compiuto in Cristo, nel quale la pietà divina e umana si sono perfettamente congiunte.

Egli ha avuto intensi rapporti con gli esponenti della Curia Romana dell’epoca, da quello con Domenico Tardini, che è forse è il più ‘semplice’, a quello più complesso, come quello con Alfredo Ottaviani, a, infine a quello più difficile con G.B. Montini. Senza mai assumere ruoli di primo piano, nell’Italia cattolica del Secondo dopoguerra De Luca rappresenta un riferimento importante per quanti cercano un’alternativa al progetto democristiano.

De Luca crede nell’importanza di una cultura svincolata dalla politica e, soprattutto, dall’ansia dell’azione. Più che Montini – che pur nutre grande ammirazione per la cultura religiosa delucana – il suo vero antagonista è Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica.

Tra i molteplici contatti intessuti da don De Luca c’è anche quello con Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista, il quale ha scritto di lui: ‘La sua mente e la sua ricerca mi pare fossero volte, nel confronto con me, a scoprire qualcosa che fosse più profondo delle ideologie, più valido dei sistemi di dottrina, e in cui potessimo essere, anzi, già fossimo uniti. La sostanza della comune umanità’. Si conoscono a una cena, la vigilia di Natale del 1944.

Durante il pontificato di Giovanni XXIII, nell’avvio del disgelo tra il Vaticano e l’Unione Sovietica essi giocano un ruolo importante. L’11 ottobre del 1961, alla vigilia della partenza di Togliatti per Mosca, dove è in programma il XXII congresso del Pcus, De Luca – con la previa approvazione del papa – gli propone di suggerire a Krusciov un segnale distensivo verso la Santa Sede, dopo l’incontro dall’alto valore simbolico fra Kennedy e Krusciov a Vienna nel giugno 1961.

Importanti e ricchi di progetti sono i pochi anni che il De Luca trascorre vicino a Giovanni XXIII. Già da patriarca di Venezia, Roncalli si rivolge a De Luca chiedendo consigli per lo studio della pietà veneziana, in particolare sulla figura di san Lorenzo Giustiniani. Un altro profondo rapporto è stato quello instaurato con la giovane Romana Guarnieri, che diventa una straordinaria allieva e, poi, collaboratrice di De Luca nelle sue ricerche sulla storia della pietà e della mistica medievale, nel solco delle grandi intuizioni metodologiche del sacerdote rispetto alla categoria storiografica di pietà nella vita delle anime e nella storia collettiva.

Dalla loro lunga corrispondenza epistolare emerge l’intreccio delle due vite, in forme assai complicate. Al centro c’è, tenacemente confessata da entrambi, vi è l’amicizia di due anime appassionate e la dilezione verso il Signore, tanto che Romana Guarnieri nel 1945 fa voti privati di castità, nelle mani di don De Luca.

Nel Novecento si sono avute altre ‘amicizie spirituali’ tra grandi preti e indimenticabili figure di donne. Basti pensare a von Balthasar e Adrienne von Speyr, a Edith Stein e p. Przywara, a père Voillaume e a soeur Magdleine. Tra il prete lucano e la solare e giovane convertita italo-olandese, stupisce la metamorfosi continua del loro legame, che oltrepassa la stessa concezione di ‘direzione’ delle anime.

Di madre olandese e padre italiano, Romana Guarnieri non può ancora dirsi una credente: la sua ricerca della fede nella Chiesa di Roma è un atto di volontà. La scuote l’incertezza fra i residui nordico-luterani e un’iniziazione cattolica di natura così diversa, cerca nell’amico in tonaca la calma dei sentimenti. Ai suoi occhi don Giuseppe è qualcosa di più che un sacerdote. Vede in lui ‘la persona che sa, che ha imparato a vivere’.

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