Napoli: il papa indica il mar Mediterraneo laboratorio di pace

Papa Francesco è tornato a Napoli per partecipare all’Incontro promosso dalla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – sezione San Luigi sul tema: ‘La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo, accolto dall’arcivescovo di Napoli e gran cancelliere della Pontificia Facoltà, card. Crescenzio Sepe; dal vescovo di Nola, mons. Francesco Marino; dal preposito generale della Compagnia di Gesù, p. Arturo Sosa Abascal; dal vice gran cancelliere della Facoltà e superiore provinciale dei Gesuiti, p. Gianfranco Matarazzo; dal preside della facoltà, don Gaetano Castello; dal vice preside, p. Giuseppe Di Luccio.

Nell’intervento papa Francesco ha sottolineato la valenza strategica del mar Mediterraneo: “Il Mediterraneo è da sempre luogo di transiti, di scambi, e talvolta anche di conflitti. Ne conosciamo tanti. Questo luogo oggi ci pone una serie di questioni, spesso drammatiche. Esse si possono tradurre in alcune domande che ci siamo posti nell’incontro interreligioso di Abu Dhabi: come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica? Come far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa dalla nostra? Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione?”

Tali domande pongono linee per promuovere alcuni processi alla luce della costituzione apostolica ‘Veritatis Gaudium’: “Nel dialogo con le culture e le religioni, la Chiesa annuncia la Buona Notizia di Gesù e la pratica dell’amore evangelico che Lui predicava come una sintesi di tutto l’insegnamento della Legge, delle visioni dei Profeti e della volontà del Padre.

Il dialogo è anzitutto un metodo di discernimento e di annuncio della Parola d’amore che è rivolta ad ogni persona e che nel cuore di ognuno vuole prendere dimora. Solo nell’ascolto di questa Parola e nell’esperienza dell’amore che essa comunica si può discernere l’attualità del kerygma. Il dialogo, così inteso, è una forma di accoglienza”.

Ecco il valore delle scuole di teologia: “Le scuole di teologia si rinnovano con la pratica del discernimento e con un modo di procedere dialogico capace di creare un corrispondente clima spirituale e di pratica intellettuale. Si tratta di un dialogo tanto nella posizione dei problemi, quanto nella ricerca insieme delle vie di soluzione.

Un dialogo capace di integrare il criterio vivo della Pasqua di Gesù con il movimento dell’analogia, che legge nella realtà, nel creato e nella storia nessi, segni e rimandi teologali. Questo comporta l’assunzione ermeneutica del mistero del cammino di Gesù che lo porta alla croce e alla risurrezione e al dono dello Spirito. Assumere questa logica gesuana e pasquale è indispensabile per comprendere come la realtà storica e creata viene interrogata dalla rivelazione del mistero dell’amore di Dio”.

Quindi il dialogo è una strada per la testimonianza ‘docile allo Spirito’: “Questa docilità allo Spirito implica uno stile di vita e di annuncio senza spirito di conquista, senza volontà di proselitismo e senza un intento aggressivo di confutazione. Una modalità che entra in dialogo ‘dal di dentro’ con gli uomini e con le loro culture, le loro storie, le loro differenti tradizioni religiose; una modalità che, coerentemente con il Vangelo, comprende anche la testimonianza fino al sacrificio della vita, come dimostrano i luminosi esempi di Charles de Foucauld, dei monaci di Tibhirine, del vescovo di Oran Pierre Claverie e di tanti fratelli e sorelle che, con la grazia di Cristo, sono stati fedeli con mitezza e umiltà e sono morti con il nome di Gesù sulle labbra e la misericordia nel cuore.

E qui penso alla nonviolenza come orizzonte e sapere sul mondo, alla quale la teologia deve guardare come proprio elemento costitutivo. Ci aiutano qui gli scritti e le prassi di Martin Luther King e Lanza del Vasto e di altri ‘artigiani’ di pace. Ci aiuta e incoraggia la memoria del beato Giustino Russolillo, che fu studente di questa facoltà, e di don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che pure studiò qui”.

Attraverso il dialogo si può sviluppare una ‘teologia dell’accoglienza’: “Dialogo non è una formula magica, ma certamente la teologia viene aiutata nel suo rinnovarsi quando lo assume seriamente, quando esso è incoraggiato e favorito tra docenti e studenti, come pure con le altre forme del sapere e con le altre religioni, soprattutto l’Ebraismo e l’Islam.

Gli studenti di teologia dovrebbero essere educati al dialogo con l’Ebraismo e con l’Islam per comprendere le radici comuni e le differenze delle nostre identità religiose, e contribuire così più efficacemente all’edificazione di una società che apprezza la diversità e favorisce il rispetto, la fratellanza e la convivenza pacifica. Educare gli studenti in questo”.

Richiamandosi al pensiero di Giorgio La Pira per un Mediterraneo di pace papa Francesco ha affermato che la teologia dell’accoglienza è una teologia dell’ascolto: “Il dialogo come ermeneutica teologica presuppone e comporta l’ascolto consapevole. Ciò significa anche ascoltare la storia e il vissuto dei popoli che si affacciano sullo spazio mediterraneo per poterne decifrare le vicende che collegano il passato all’oggi e per poterne cogliere le ferite insieme con le potenzialità. Si tratta in particolare di cogliere il modo in cui le comunità cristiane e singole esistenze profetiche hanno saputo, anche recentemente, incarnare la fede cristiana in contesti talora di conflitto, di minoranza e di convivenza plurale con altre tradizioni religiose”.

Ed ha proposto una ‘teologia di rete’: “La teologia dopo ‘Veritatis gaudium’ è una teologia in rete e, nel contesto del Mediterraneo, in solidarietà con tutti i ‘naufraghi’ della storia. Nel compito teologico che ci attende ricordiamo San Paolo e il cammino del cristianesimo delle origini che collega l’oriente con l’occidente. Qui, molto vicino a dove Paolo sbarcò, non si può non ricordare che i viaggi dell’Apostolo furono segnati da evidenti criticità, come nel naufragio al centro del Mediterraneo.

Naufragio che fa pensare a quello di Giona. Ma Paolo non fugge, e può anzi pensare che Roma sia la sua Ninive. Può pensare di correggere l’atteggiamento disfattista di Giona riscattando la sua fuga. Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud.

La teologia può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura”.

Ha chiesto di ripartire dalla misericordia: “Innanzitutto, occorre partire dal Vangelo della misericordia, cioè dall’annuncio fatto da Gesù stesso e dai contesti originari dell’evangelizzazione. La teologia nasce in mezzo agli esseri umani concreti, incontrati con lo sguardo e il cuore di Dio, che va in cerca di loro con amore misericordioso. Anche fare teologia è un atto di misericordia… In secondo luogo, è necessaria una seria assunzione della storia in seno alla teologia, come spazio aperto all’incontro con il Signore”.

Ed ha chiesto ‘strutture leggere’: “Infine, è indispensabile dotarsi di strutture leggere e flessibili, che manifestino la priorità data all’accoglienza e al dialogo, al lavoro inter- e trans-disciplinare e in rete. Gli statuti, l’organizzazione interna, il metodo di insegnamento, l’ordinamento degli studi dovrebbero riflettere la fisionomia della Chiesa ‘in uscita’…

Sogno facoltà teologiche dove si viva la convivialità delle differenze, dove si pratichi una teologia del dialogo e dell’accoglienza; dove si sperimenti il modello del poliedro del sapere teologico in luogo di una sfera statica e disincarnata. Dove la ricerca teologica sia in grado di promuovere un impegnativo ma avvincente processo di inculturazione”.

Ed ha concluso affermando che la teologia deve essere ‘kerigmatica’: “Sogno Facoltà teologiche dove si viva la convivialità delle differenze, dove si pratichi una teologia del dialogo e dell’accoglienza; dove si sperimenti il modello del poliedro del sapere teologico in luogo di una sfera statica e disincarnata. Dove la ricerca teologica sia in grado di promuovere un impegnativo ma avvincente processo di inculturazione”.

Al convegno è pervenuto anche un messaggio del patriarca ortodosso Bartolomeo, che ha sottolineato il valore dell’accoglienza: “L’accoglienza non può pertanto limitarsi ad una opera di assistenza, ma deve guardare al tema della verità e della giustizia, per comprendere le cause, curarne gli effetti e testimoniare con forza il pericolo di vecchie e nuove schiavitù dell’essere umano, celate molte volte sotto forme di un acceso buonismo, di subdoli concetti di libertà illimitate, le cui conseguenze stanno affiorando prepotentemente all’interno di molti popoli, anche cristiani.

La transumanza di interi popoli, o peggio di complete generazioni, causano ulteriori povertà nel sud del mondo e fenomeni di intolleranza in chi dovrebbe praticare l’accoglienza come dettame del proprio aderire evangelico… Diviene quindi preponderante l’impegno primario delle Chiese per la giustizia sociale, per creare i presupposti teologici e antropologici, anche attraverso il lavoro delle Università e dei Centri di Studi, al fine di creare una coscienza nuova nelle Istituzioni mondiali, in cui il profitto non sia l’unico metro di misura, ma si possa e si debba virare verso una economia ecosostenibile, rispettosa anche dell’ambiente in cui viviamo e che abbiamo il dovere di consegnare intatto alle generazioni future, una economia che dia dignità all’essere umano nella sua interezza, e pertanto libera da tensioni, libera da focolai di guerra, indotti molte volte al fine del proprio esasperato egoismo ed egocentrismo di pochi su molti”.

Secondo il Patriarca occorre evitare la parola ‘invasione’: “Questo sentimento deve essere fortemente evitato oggi, anche dalle nostre Chiese, affinché non si realizzi il binomio accoglienza-invasione. E’ quindi necessario esaminare con cura il modo di accogliere, il perché accogliere, ma soprattutto il come accogliere, nel rispetto delle popolazioni locali. L’accoglienza deve diventare principalmente integrazione, ma mai sincretismo.

Se vi è la necessità di una giustizia mondiale per molti popoli in movimento, vi è anche la giustizia dei popoli che aprono i propri confini. C’è il dovere evangelico ed umano di accogliere chi è in difficoltà, ma c’è anche il dovere di chi viene accolto di rispettare tradizioni, costumi, fedi di coloro che lo accolgono”.

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