Beata Carboni: una vita per salvare le anime

Una donna apparentemente ordinaria, che visse una vita di lavori manuali e di servizio, in famiglia e verso tanti bisognosi che incontrò, ma che fu eletta in modo misterioso e ricolmata di grazie e doni soprannaturali straordinari: questa fu Edvige Carboni, che è stata proclamata beata a Pozzomaggiore, dove nacque il 2 maggio 1880, in provincia di Sassari.

E nell’Angelus a Camerino papa Francesco lo ha ricordato: “Ieri, a Pozzomaggiore, in Sardegna, è stata proclamata Beata Edvige Carboni, una semplice donna del popolo che nell’umile quotidianità abbracciò la Croce, dando testimonianza di fede e di carità. Rendiamo grazie per questa fedele discepola di Cristo, che ha speso tutta la sua vita al servizio di Dio e del prossimo”.

Edvige, seconda di sei figli, imparò da bambina l’arte della tessitura e del ricamo, abilità con cui poté aiutare la famiglia soprattutto quando la madre morì prematuramente, permettendo a due dei suoi fratelli di proseguire gli studi. Questa responsabilità domestica fu anche ciò che la dissuase dall’abbracciare la vita religiosa fra le figlie della carità di san Vincenzo de’ Paoli.

A 26 anni entrò nel terz’ordine francescano. Ebbe fin da piccola visioni che la accompagnarono per tutta la vita, insieme a vessazioni diaboliche, estasi e numerosi fenomeni mistici, tra cui le stimmate, all’età di 29 anni. Nel 1925 il vescovo Alghero, mons. Francesco D’Errico, ordinò un’indagine canonica da cui Edvige uscì ‘assolta’. Nella sua spiritualità ebbero un ruolo particolare i Novissimi. Edvige Carboni morì il 17 febbraio del 1952.

Nell’omelia, davanti a 5000 fedeli il Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, il card. Giovanni Angelo Becciu, ha affermato che tutti sono ‘chiamati’ facendo riferimento alla parabola del vignaiolo:

“A questa divina sorgente inesauribile hanno attinto copiosamente nel corso dei secoli tanti figli e figlie di questa terra di Sardegna, ai quali va oggi il nostro pensiero: sono martiri, santi, beati e venerabili che, con la loro eroica testimonianza cristiana, hanno fecondato la nostra cara Isola. Il loro esempio e il loro insegnamento costituiscono un patrimonio spirituale e culturale di inestimabile valore, da conservare, da valorizzare e da imitare, per adempiere in pienezza la nostra vocazione e missione cristiana”.

Ed ha tracciato la sua vita nella quotidianità: “A Pozzomaggiore, Ella ha vissuto per tanti anni una vita ordinaria, esternamente uguale a quella di tanti laici, ma straordinaria quanto a intimità con Dio, all’unione con Lui, fino a pervenire all’identificazione con Gesù, all’unione perfetta e trasformante in Lui, sposo delle anime”.

Richiamandosi all’operosità del popolo sardo questa beata ha espresso la fede di questa regione: “La Chiesa che è in Sardegna è chiamata dalle odierne circostanze a servire la rinascita delle nostre città e dei nostri paesi, mobilitando le energie che il Signore costantemente le rinnova, per una instancabile operosità a servizio del bene, specialmente di quanti stanno ai margini della società. Proprio in questa prospettiva ha operato la Beata Edvige Carboni, mossa da una incessante carità verso gli altri, soprattutto i più deboli e indifesi.

Amica dei poveri e degli emarginati, aveva parole di consolazione per tutti; amava ripetere: ‘Si deve sempre infondere conforto e speranza’. Durante la permanenza a Roma era solita inviare pacchi-dono alle famiglie indigenti del proprio paese, inoltre era protesa con tutta sé stessa per il bene spirituale e materiale di quanti incontrava”.

Nella sua vita di carità il prefetto ha sottolineato alcuni ‘punti’ che l’ha contraddistinta: “Se ci chiediamo quali sono i punti forti della vita cristiana di questa nostra sorella e che la portano ad essere esempio di oblatività accogliente e di abnegazione umile e gioiosa diremmo che sono essenzialmente due: la costante contemplazione del Signore Crocifisso e l’adorazione dell’Eucaristia. La contemplazione dell’Amore Crocifisso è per Edvige sorgente di vita.

Non poteva non essere così. Soffermarsi di fronte alla croce significa lasciarsi avvolgere dall’amore infinito di Dio al quale non si può non rispondere che con il dono totale di sé e avendo come unico parametro di misura Gesù stesso. Solo abbracciando la croce si ha la pienezza della vita e si è capaci di irradiare luce, speranza, conforto”.

Proprio questa passione della Croce è stata la spinta ad annunciare Cristo con la carità: “La beata Edvige ha condiviso la Passione di Cristo con toni di speciale intensità, anche nel corpo, in un itinerario di conformazione a Gesù sofferente e crocifisso. Malgrado l’abbondanza di carismi a lei concessi da Dio, il suo tratto fu sempre modesto. I doni soprannaturali non erano per lei motivo di vanto: si riteneva una creatura piccola, ma grandemente beneficata dalla grazia divina.

I testimoni asseriscono che di questa donna semplice e spiritualmente fervorosa, colpiva soprattutto la sua grande umiltà”. Ma l’umiltà è stata alimentata dalla preghiera: “Ha potuto avere un cuore umile e colmo di carità, perché la preghiera di lunghe ore faceva scomparire ogni traccia di aridità e di pigrizia spirituale.

Il suo costante dialogo con il Signore, raggiunse punte di grande intensità soprattutto nell’adorazione eucaristica. La preghiera di Edvige era semplice ed efficace, perché sostenuta da una grande fiducia in Dio e protetta dal silenzio e dal raccoglimento, praticati durante le sue prolungate e quotidiane soste in chiesa. Edvige con l’orazione compiva atti di riparazione in favore di coloro che erano nelle tenebre del peccato ed implorava la misericordia divina su chi si ostinava a non lasciarsi raggiungere dalla grazia”.

Queste caratteristiche sono riferimento essenziale per la vita odierna: “La sua semplice e profonda esperienza spirituale, contrassegnata da carità senza limiti, umiltà smisurata e preghiera incessante, è un modello ancora attuale, perché dimostra che anche in una vita semplice e ordinaria è possibile sperimentare una solida comunione con Dio e un apostolato caratterizzato dalla passione per l’umanità ferita e disagiata. La vita di Edvige insomma era intrisa di Dio, la cui presenza traspariva nella sua piccolezza evangelica e nella sua umiltà. Il suo chiodo fisso era il paradiso cui si augurava di arrivare sperimentando, nella prova, il soccorso della misericordia del Signore”.

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