La Chiesa ha ricordato il card. József Mindszenty, martire ungherese

Una statua in bronzo del card. József Mindszenty è stata donata a papa Francesco, che ha detto che è stato un martire della fede, dai rappresentanti delle ambasciate ungherese e russa, durante l’udienza generale di mercoledì 8 maggio, quale testimonianza della riconciliazione tra i due popoli, in occasione del pellegrinaggio a Roma, nella ricorrenza del 44° anniversario della morte del card. Mindszenty, quale omaggio al suo impegno per la pace e la riconciliazione tra i Stati e le Nazioni nel mondo dall’ambasciatore d’Ungheria Eduard Habsburg-Lothringen, insieme al console Alexander Paklin, Incaricato d’Affari dell’Ambasciata Russa presso la Santa Sede.

Mentre il giorno successivo nella basilica di santo Stefano Rotondo, è stato commemorato l’anniversario della sua morte, presieduto dal card. Angelo Amato, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi, accompagnato da diversi sacerdoti ungheresi e di altre nazioni.

Nell’omelia il prefetto emerito ha preso spunto dalla lettura del giorno, mettendo in evidenza il desiderio di conoscenza di Cristo: “L’eucaristia, presenza viva del Cristo risorto nella storia, è il segreto della santità della Chiesa e del suo dinamismo apostolico”. Di questa ‘Presenza’ era animato il primate ungherese: “La fede nel Cristo risorto e il nutrimento eucaristico furono i pilastri della perseveranza del card. József Mindszenty nella difesa eroica della sua identità cristiana e sacerdotale di fronte al mostro falso e sanguinario del persecutore.

Per questo, il 12 febbraio 2019 è stato per i cattolici ungheresi e per la Chiesa intera un giorno di gioia, per il riconoscimento ufficiale delle virtù eroiche del card. Mindszenty. Riconoscendone la bontà della vita, la perfezione delle virtù e la fama di santità, la Chiesa mostra ancora una volta al mondo un ulteriore esempio di autenticità evangelica, segno della possibilità di essere cristiani oggi nonostante le incomprensioni e le ostilità del mondo.

Ora, spetta a tutti noi, ma in primo luogo ai cattolici ungheresi, l’impegno di impetrare dal Venerabile un miracolo, per la sua beatificazione. Sappiamo che il miracolo, voluto dalla Chiesa, non è un elemento opzionale. Il miracolo è indispensabile per porre il divino sigillo di verità sulle nostre considerazioni e valutazioni umane”.

Ed ha ripercorso brevemente i fatti più importanti della sua vita: “Il riconoscimento della vita virtuosa del Cardinale in un periodo di persecuzione cruenta dei fedeli e dei ministri della Chiesa merita una breve riflessione sulla figura del nuovo Venerabile. Un giorno fu chiesto a Béla Biszku, dal 1957 al 1961 ministro degli Interni di Ungheria, quale era stata la colpa del cardinale per giustificare la condanna a morte a lui inflitta.

Dopo una lunga pausa, il ministro rispose pensieroso: ‘Non lo so’. A ragione, di fronte alla grande personalità del card. Mindszenty, mons. János Varga afferma: ‘Ovunque guardiamo e per quanto possiamo osservare incontriamo in lui soltanto virtù’. Questa è la convinzione degli innumerevoli testimoni chiamati in causa nel processo di beatificazione, i quali all’unanimità, anche se con accenti diversi, affermano che egli praticò le virtù cristiane in grado eroico, anche quelle minori, ma altrettanto indicative di santità, come l’immacolata purezza, la semplicità, l’umiltà, la padronanza di sé, la pazienza”.

Ha ricordato la sua fede: “La base della sua straordinaria testimonianza fu la sua fede incrollabile. Mindszenty era un uomo di fede. In lui non c’era dubbio né incertezza. Egli viveva di fede. La fede era la luce nel difficile cammino della sua esistenza. Per la fede era disposto a subire persecuzione, incarcerazione, tortura e anche il martirio.

Durante il periodo della dura prigionia egli offriva le proprie sofferenze per la nazione. La fede esigeva da lui la testimonianza quotidiana della parola di vita e di verità del Vangelo contro le parole di morte e di menzogna dei suoi oppressori”.

Dalla sua incrollabile fede scaturiva la speranza: “Dalla fede scaturiva la speranza. Per questo era ottimista, non cadeva nella disperazione, ma si affidava completamente alla divina Provvidenza. Sopportò eroicamente prove fisiche e spirituali con la speranza nel cuore. E infondeva speranza nei sacerdoti e nei connazionali. Diceva ai sacerdoti che il mondo aveva loro tolto tutto, ma non Cristo e la speranza riposta in lui. I cristiani non potevano comportarsi come chi è privo di fede e di speranza”.

La terza dote sottolineata dal card. Amato era la sua ‘sobrietà’: “Egli faceva del sacrificio una potente arma spirituale. Il suo vitto era quasi sempre un piatto di semolino. Non voleva che per lui si utilizzassero cibi giunti dall’estero… Rifuggiva dai privilegi e dagli agi. Era un autentico asceta.

Tutto quanto riceveva lo dava ai poveri, ai quali procurava anche vestiti, scarpe, cibi e biancheria. Da parroco, distribuiva gli studenti dotati ma bisognosi nelle famiglie benestanti per il pasto quotidiano. Questi studenti più tardi ricordavano con grande affetto le nobili attività del signor parroco”.

Ha concluso l’omelia ricordando ai fedeli il compito a cui sono chiamati: “E’ questo il compito dei fedeli oggi: diffondere e far conoscere al mondo intero la vita, le virtù e la santità di questo grande figlio della Chiesa. Il suo martirio bianco, infatti, ha lo stesso significato dell’odierno martirio di sangue dei numerosi cristiani perseguitati e uccisi in odio alla fede”.

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