Papa Francesco ai Banchi Alimentari propone l’economia circolare

“Non è stato un evento autocelebrativo, ma una festa: la festa delle persone che lungo gli anni hanno in vario modo contribuito e contribuiscono a realizzare e a vivere loro stessi, in prima persona, la gratuità di questa iniziativa che si chiama Banco Alimentare. 30 anni di storia sono infatti trent’anni di coinvolgimento personale in una esperienza di condivisione gratuita del bisogno e di tentativo sincero di darvi risposta, consapevoli del limite di tutto ciò che facciamo.

L’esperienza vissuta ci insegna infatti che ciò che conta non è risolvere i problemi del mondo, ma educarci alla carità e testimoniare la grazia che ci è stata a nostra volta donata nell’incontro con il cristianesimo. Vivere insomma l’esperienza di una umanità nuova e più vera, realizzare un piccolo pezzo di società cambiata dentro la confusione e il bisogno di questa società”. Ed il presidente Andrea Giussani ha fornito i numeri:

“Santo Padre, Le consegniamo il nostro tentativo, consapevoli della nostra inadeguatezza di fronte alla povertà: oltre 4.000.000 persone, di cui oltre il 10% con meno di 5 anni, non possono contare su un pasto sufficiente, in Italia. Non potremo mai cancellare l’indigenza ma solo attenuarne gli effetti. A chi gli ha chiesto se la sua fatica di una notte di recupero di pochi chili di cibo avanzato ‘valesse la pena’, un volontario rispondeva: ‘Vale la pena, per me e per la persona che comunque mangerà quel poco cibo di cui sarebbe rimasta senza’.
Vorremmo essere capaci di guardare al tema del cibo, vedendo ‘il volto delle persone che hanno bisogno’, divenendo da subito, anche nel poco, strumenti di risposta instancabile, persone insieme a persone. Tutto nasce da un incontro, sempre”.

Con questo invito i volontari si sono trovati a festeggiare i 30 anni di attività con papa Francesco, insieme ai membri della Federazione Europea dei Banchi Alimentari, affermando che la carità non è assistenzialismo: “Vorrei ringraziarvi per quello che fate: provvedere cibo a chi ha fame. Non è assistenzialismo, vuol essere il primo gesto concreto di accompagnamento verso un percorso di riscatto.

Guardando a voi, immagino l’impegno gratuito di tante persone, che operano nel silenzio e fanno bene a molti. E’ sempre facile dire degli altri, difficile invece dare agli altri, ma è questo che conta. E voi vi mettete in gioco non a parole, ma coi fatti, perché combattete lo spreco alimentare recuperando quello che andrebbe perduto”.

Ha paragonato il lavoro dei volontari al ‘lavoro’ svolto dagli alberi per l’ecosistema: “Prendete quello che va nel circolo vizioso dello spreco e lo immettete nel circolo virtuoso del buon uso. Fate un po’ come gli alberi (questa è l’immagine che viene), che respirano inquinamento e restituiscono ossigeno. E, come gli alberi, non trattenete l’ossigeno: distribuite ciò che è necessario per vivere perché sia dato a chi ne ha più bisogno”.

Quindi la lotta contro la fame è anche contro lo spreco: “Lottare contro la piaga terribile della fame vuol dire anche combattere lo spreco. Lo spreco manifesta disinteresse per le cose e indifferenza per chi ne è privo. Lo spreco è l’espressione più cruda dello scarto.
Mi viene in mente quando Gesù, dopo aver distribuito i pani alla folla, chiese di raccogliere i pezzi avanzati perché nulla andasse perduto. Raccogliere per ridistribuire, non produrre per disperdere. Scartare cibo significa scartare persone. E oggi è scandaloso non accorgersi di quanto il cibo sia un bene prezioso e di come tanto bene vada a finire male”.

Poi un invito a compiere bene il ‘bene’: “Sprecare il bene è una brutta abitudine che può infiltrarsi ovunque, anche nelle opere di carità. A volte slanci generosi, animati da ottime intenzioni, vengono vanificati da burocrazie ingessate, da spese di gestione eccessive, oppure si traducono in forme assistenzialistiche che non creano vero sviluppo. Nel mondo complesso di oggi è importante che il bene sia fatto bene: non può essere frutto di pura improvvisazione, necessita di intelligenza, progettualità e continuità”.

Il bene è aggregante ed è la radice dell’Europa: “Ha bisogno di una visione d’insieme e di persone che stiano insieme: è difficile fare il bene senza volersi bene. In questo senso le vostre realtà, pur recenti, ci riportano alle radici solidali dell’Europa, perché ricercano l’unità nel bene concreto: è bello vedere lingue, credo, tradizioni e orientamenti diversi ritrovarsi non per condividere i propri interessi, ma per provvedere alla dignità degli altri. Quello che fate senza tante parole lancia un messaggio: non è cercando il vantaggio per sé che si costruisce il futuro; il progresso di tutti cresce accompagnando chi sta indietro”.

Di questo ‘bene’ ha bisogno l’economia: “Oggi tutto è interconnesso e veloce, ma la corsa frenetica al guadagno va di pari passo con una fragilità interiore sempre più acuta, con un disorientamento e una perdita di senso sempre più avvertiti. Perciò ho a cuore un’economia che assomigli di più all’uomo, che abbia un’anima e non sia una macchina incontrollabile che schiaccia le persone.

Troppi oggi sono privi di lavoro, di dignità e di speranza; tanti altri, al contrario, sono oppressi da ritmi produttivi disumani, che azzerano le relazioni e incidono negativamente sulla famiglia e sulla vita personale… L’economia, nata per essere ‘cura della casa’, è diventata spersonalizzata; anziché servire l’uomo, lo schiavizza, asservendolo a meccanismi finanziari sempre più distanti dalla vita reale e sempre meno governabili. I meccanismi finanziari sono ‘liquidi’, sono ‘gassosi’, non hanno consistenza”.

Ed ha concluso proponendo la nozione dell’economia ‘circolare’: “Di fronte a un contesto economico malato non si può intervenire brutalmente, col rischio di uccidere, ma occorre prestare cure: non è destabilizzando o sognando un ritorno al passato che si sistemano le cose, ma alimentando il bene, intraprendendo percorsi sani e solidali, essendo costruttivi. Occorre metterci insieme per rilanciare il bene, sapendo che se il male è di casa nel mondo, con l’aiuto di Dio e con la buona volontà di tanti come voi, la realtà può migliorare.

C’è bisogno di sostenere chi vuole cambiare in meglio, di favorire modelli di crescita basati sull’equità sociale, sulla dignità delle persone, sulle famiglie, sull’avvenire dei giovani, sul rispetto dell’ambiente. Un’economia circolare non è più rimandabile.
Lo spreco non può essere l’ultima parola lasciata in eredità dai pochi benestanti, mentre la gran parte dell’umanità rimane zitta”.

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