Dalle Marche un messaggio di vita per il passaggio

Nella notte di Pasqua mons. Nazzareno Marconi, vescovo della diocesi di Macerata, ha spiegato il significato del ‘passaggio’ pasquale: “Il primo significato di questa parola ebraica è legato fin dall’antico testamento all’idea del passaggio, del cambiamento di luogo e quindi di condizione di vita. E’ il passaggio dalla notte alla luce, che simbolicamente ha aperto questa veglia. E’ così il passaggio dalla schiavitù del peccato, alla libertà della vita buona del vangelo”.

La vita pasquale è la liberazione dalla schiavitù: “Le letture della veglia insegnano che la schiavitù del peccato è davvero la peggiore delle schiavitù: Israele imparò a sue spese che non bastava non avere più le catene ai polsi, se il peccato manteneva ancora le catene sul nostro cuore. Una vita ‘non buona’ è una vita schiava, anche se vissuta negli agi e nella possibilità di fare tutto ciò che si vuole. Soprattutto è ancora schiava una vita rinchiusa solo nella prospettiva di questo mondo e del suo tempo che finisce con la morte”.

Quindi la liberazione è un passaggio dalla morte alla vita: “Il passaggio cruciale nella vita di ogni uomo, è infatti quello che si attua tra una vita che non ha ancora incontrato personalmente Cristo ed una vita che da questo incontro si è lasciata trasformare. Gli Atti degli Apostoli che leggeremo domani presentano questo annuncio di resurrezione sulla bocca di Pietro, come diretto ad un ufficiale romano, espresso quindi in un linguaggio comprensibile anche per un pagano”.

La vita pasquale è l’accoglienza della ‘vita buona’: “Questo è vivere la Pasqua, accogliere tutti i momenti e questa note potrebbe essere uno di quelli, in cui Dio ci dona la luce per intravvedere la fede, in questo mondo tenebroso. Momenti in cui, nel bene ricevuto e donato, in quella vita buona del vangelo che ogni tanto ci è donato di vivere con più intensità, intuiamo che Gesù è vivo e vicino e che la Sua presenza è la cosa più preziosa e bella”.

Mentre da Loreto mons. Fabio Dal Cin, arcivescovo delegato pontificio, si è soffermato sulle tre persone citate nel Vangelo di Luca: “Maria di Magdala ‘vede’, ma il suo sguardo si ferma alla pietra, all’evidenza materiale della pietra e questo le incute paura, tristezza…e poi scappa! Anche noi davanti ad una prova, quando i nostri sentimenti svaniscono, nel momento in cui siamo impauriti dal silenzio di Dio, anche noi, come la Maddalena, ci troviamo di fronte al vuoto della tomba con dentro di noi il vuoto del cuore”.

Invece Pietro cerca ‘indizi credibili’: “Pietro però non vede Gesù Risorto, ma solo i segni della Risurrezione. Anche noi oggi siamo chiamati a intercettare i segni della Risurrezione che sono presenti nel mondo: è la fede eroica di tanti cristiani che lottano…., la vita evangelica di tanta gente umile e nascosta, l’onestà che non fa scalpore e magari irrisa. Vedere i segni è certamente importante, ma non basta!”.

Mentre Giovanni ‘vide e credette’: “Quel giovane apostolo, che nella sera dell’angoscia aveva posto la sua testa sul cuore di Gesù. Aveva sentito vibrare i suoi battiti e li avverte ancora. “E’ l’amore che non cessa di battere nemmeno di fronte alla morte. E’ l’amore che ci dà lo sguardo giusto e la giusta comprensione per riconoscere la Presenza del Risorto”.

In conclusione mons. Dal Cin ha richiamato il pellegrinaggio di papa Francesco alla Santa Casa: “Cristo vive e ci vuole vivi! E’ questo l’annuncio che appare nella prima pagina dell’Esortazione che il papa ha firmato proprio qui, a Loreto. Raccogliamo con gratitudine e gioia quanto ci ha lasciato: Cristo Risorto è in te. Lui è con te e non se ne va mai! Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il Risorto, che ti chiama e ti aspetta per ricominciare”.

Dalla diocesi di San Benedetto del Tronto e Ripatransone anche mons. Carlo Bresciani ha sottolineato il ruolo delle donne: “Facendolo risorgere da morte, Dio padre conferma che tutta l’opera di Gesù, tutto quanto egli ha compiuto e detto nella sua vita corrisponde esattamente alla sua volontà.

Ciò significa che coloro che durante la sua vita l’hanno fortemente contestato e alla fine l’hanno fatto uccidere perché accoglieva pubblicani e peccatori, perché non rifiutava nessuno, neanche coloro che non appartenevano al popolo ebreo, tutti costoro erano in profondo errore quando per giustificare il loro comportamento si appellavano in modo assolutamente sbagliato a Dio.

Dio è padre di tutti, i suoi doni sono per tutti: egli non fa distinzione di persone, di razza, di nazionalità o di lingua. E’ sempre in profondo errore chi si appella a Dio per operare esclusioni di questo tipo. Infatti, Gesù appena risorto, inviando il suo Spirito il giorno di Pentecoste, riunisce nella stessa fede uomini di ogni popolo, nazione, razza e lingua. Così ci testimoniano gli Atti degli Apostoli”.

Gesù, risorgendo, costruisce ‘ponti’ per la liberazione dell’umanità: “Coloro che invocavano Dio a giustificazione dei muri di esclusione che elevavano di fatto non a difesa di Dio, ma a difesa di se stessi, hanno crocifisso Gesù: invocavano Dio a parole e lo rifiutavano con le loro opere.

Che fossero in gravissimo errore è manifestato in modo sommo dalla resurrezione di Gesù con la quale Dio padre conferma la sua opera e la sua parola, smascherando la falsità dei loro vani ragionamenti, quasi a dire: ‘voi dite che lo fate in nome mio e lo uccidete, io vi mostro che sbagliate, per questo gli ridò la vita che voi gli avete tolto’.

Purtroppo nel mondo c’è sempre chi pensa di potersi appellare a Dio per escludere fratelli, per ritenerli in qualche modo non degni di partecipare alla mensa dei beni che Dio ha affidato all’umanità e non solo a una sua parte, beni che Dio ha donato a tutti. Se vogliamo entrare nella resurrezione di Gesù dobbiamo fare nostra la sua opera e continuarla nel mondo di oggi”.

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