A 25 anni dal genocidio rwandese: per non dimenticare

Il 6 aprile 1994, giorno in cui avvenne l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiavano il presidente ruandese Juvénal Habyarimana e il suo omologo burundese Cyprien Ntaryamira, il Rwanda si trovò in una massacrante ‘guerra civile’, che fu uno dei più sanguinosi episodi della storia dell’Africa del XX secolo.

Secondo le stime di Human Rights Watch, dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, furono massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete pangas e bastoni chiodati) almeno 500.000 persone; le stime sul numero delle vittime sono tuttavia cresciute fino a raggiungere cifre dell’ordine di circa 800.000 o 1.000.000 di persone. Il genocidio, ufficialmente, fu considerato concluso alla fine dell’Opération Turquoise, missione umanitaria voluta e intrapresa dai francesi, sotto egida dell’ONU. Le vittime furono prevalentemente di etnia Tutsi, corrispondenti a circa il 20% della popolazione, ma le violenze finirono per coinvolgere anche Hutu moderati appartenenti alla maggioranza del paese.

L’odio interetnico fra Hutu e Tutsi, entrambi con la comune fede cristiana, costituì la radice scatenante del conflitto, pur se l’idea di una differenza di carattere razziale fra queste due etnie è estranea alla storia ruandese e rappresenta semmai uno dei lasciti più controversi del retaggio coloniale belga. Fu infatti l’amministrazione coloniale del Belgio che, a partire dal 1926, trasformò quella che era una semplice differenziazione socio-economica (gli Hutu erano agricoltori, i Tutsi allevatori; e gli scambi e i matrimoni misti fra i due gruppi erano comuni) in una differenza razziale basata sull’osservazione dell’aspetto fisico degli individui.

A tal proposito il prof. Federigo Argentieri, direttore dell’Istituto Guarini per gli Affari pubblici della John Cabot University, ha evidenziato le responsabilità dell’ONU: “25 anni sono un tempo sufficiente per far crescere una nuova generazione, ma non abbastanza lungo per perdere chi, sopravvivendo, rimane testimone del genocidio. E’ il momento di fare un bilancio, che non è positivo, nonostante alcuni lampi di luce. Con la Convenzione del 1948, si pensava di aver creato le condizioni per il ‘never again’, il mai più. Non è stato così. In Rwanda l’Onu è colpevole di aver iniziato a parlare di genocidio a due mesi dall’inizio della carneficina, quando erano già state assassinate 600.000 persone. Ora è nell’interesse di tutti riflettere sui fallimenti di questa istituzione, senza però affossarla”.

Invece nell’articolo apparso su L’Osservatore Romano p. Giulio Albanese ha sottolineato le responsabilità della Chiesa rwandese, ma soprattutto il compito di fare memoria degli uccisi attraverso un processo di riconciliazione nazionale: “Molte uccisioni furono perpetrate in edifici sacri, morirono vescovi, sacerdoti, religiosi e laici impegnati, per non parlare dello scandalo di chi partecipò ai massacri, sterminando intere famiglie, passando dalla parte di Caino. Non pochi cattolici furono direttamente artefici delle uccisioni e ciò non ha certamente giovato all’edificazione delle giovani generazioni. A distanza di 25 anni, ai cattolici spetta certamente il compito di dare buon esempio. Soprattutto, vi è il bisogno di onorare i defunti, le centinaia di migliaia di vittime di un olocausto che non potrà mai essere dimenticato”.

Infatti in Rwanda la Chiesa cattolica ha ‘pagato’ un prezzo altissimo con 248 operatori pastorali uccisi (3 vescovi, 103 sacerdoti, 47 religiosi, 65 suore, 30 laiche consacrate); tuttavia non sono mancati preti, religiose e fedeli complici dei genocidari e, per questo, condannati al carcere.

Nel 2017, incontrando il presidente del Rwanda, Paul Kagame, papa Francesco aveva manifestato il ‘profondo’ dolore per il genocidio contro i Tutsi, avendo espresso solidarietà alle vittime e a quanti continuano a soffrire le conseguenze di quei tragici avvenimenti “e, in linea con il gesto compiuto da san Giovanni Paolo II durante il Grande Giubileo del 2000, ha rinnovato l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri, tra i quali sacerdoti, religiosi e religiose che hanno ceduto all’odio e alla violenza, tradendo la propria missione evangelica… tale umile riconoscimento delle mancanze commesse in quella circostanza, le quali, purtroppo, hanno deturpato il volto della Chiesa, contribuisca, anche alla luce del recente Anno Santo della Misericordia e del Comunicato pubblicato dall’Episcopato rwandese in occasione della sua chiusura, a ‘purificare la memoria’ e a promuovere con speranza e rinnovata fiducia un futuro di pace, testimoniando che è concretamente possibile vivere e lavorare insieme quando si pone al centro la dignità della persona umana e il bene comune”.

Ne ‘La Civiltà Cattolica’ di aprile 2017 il gesuita rwandese, p. Marcel Uwineza, ha scritto un articolo-testimonianza, dal titolo ‘Fare memoria del genocidio in Rwanda’, in cui sottolineava la necessità di anni per ‘sanare i terribili ricordi lasciati dal genocidio e dalle sue conseguenze’: “I ruandesi non devono lasciarsi sopraffare dalle memorie non riconciliate, nemmeno in teologia, ma piuttosto devono aver fede in esse e con esse parlare di Dio. Ricordare significa esserci, ma anche agire e continuare ad agire per costruire una società in cui queste operazioni mostruose siano impensabili.

La memoria svolge infatti varie funzioni importanti. In primo luogo, ci spinge ad andare avanti e a stabilire forti legami tra ricordi e verità, perché le memorie selettive o false possono diventare in futuro ideologie oppressive. In secondo luogo, l’appropriazione critica della memoria consente all’umanità di non perdere ciò a cui la maggior parte delle persone tiene di più in assoluto: la dignità della persona umana sostenuta dall’amore del prossimo, perfino quando dimostra di essere un nemico.

In terzo luogo, la memoria rafforza la fede della gente nell’andare avanti nonostante sofferenze insensate. In quarto luogo, la memoria ci aiuta a tenere presente il fatto che tutti cadiamo e abbiamo bisogno di perdono. In quinto luogo, rifiutare i ricordi di ciò che abbiamo fatto o di ciò che altri hanno fatto a noi equivale in pratica a rifiutare la nostra vera identità”.

Nel frattempo Amnesty International ha ricordato in un report che “quel genocidio fu pianificato. Il governo ad interim che assunse il potere dopo che l’aereo del presidente Juvenal Habyarimana esplose in volo sui cieli della capitale Kigali, demonizzò intenzionalmente la minoranza tutsi, scegliendo di manipolare ed esacerbare le tensioni già in atto e ricorrendo all’odio nel tentativo di rimanere al potere. In questo tremendo anniversario, siamo accanto alle vittime, alle loro famiglie e ai sopravvissuti nella loro pena e nel loro dolore. Ricordare deve servire a risvegliare le nostre coscienze e a sollecitare la nostra comune umanità. Siamo tutti esseri umani con gli stessi diritti umani e desiderosi di vivere liberi dalla violenza e dalla repressione”.

Però è bene ricordare che, nella barbarie, non ha perduto la dignità umana per salvare persone come la laica consacrata Félicitas Niyitegeka; mons. Augustin Misago, vescovo di Gikongoro, assolto con formula piena dall’accusa di aver pianificato il genocidio; ed il console italiano Pierantonio Costa, che ha salvato quasi 2000 persone, tra cui 375 bambini di un orfanotrofio della Croce Rossa, raccontato nel libro di Luciano Scalettari, ‘La lista del console’:

“Decisi che avrei operato così. Mi sarei vestito sempre allo stesso modo per essere riconoscibile: pantaloni scuri, camicia azzurra, giacca grigia. Distribuite nelle tasche (e sempre nello stesso posto) avrei messo banconote da 5000 franchi rwandesi (circa 20 euro), da 1000, da 500 e, infine, da 100 franchi, per essere sempre pronto a estrarre la cifra giusta, senza dover contare i soldi: la mancia deve essere data nella misura giusta, se dai troppo ti ammazzano per derubarti, se dai troppo poco non passi. Nella borsa avrei avuto costantemente con me alcuni fogli con la carta intestata del consolato d’Italia, e sul fuoristrada ci sarebbero state le immancabili bandiere italiane”.

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