Card. Petrocchi: per L’Aquila un segno di speranza dopo il terremoto

Sabato 6 aprile è il ‘decennale’ del terremoto che ha colpito L’Aquila ed il suo territorio: 309 morti, 1.600 feriti, quasi 80.000 sfollati nella prima ora e danni per € 10.000.000.000 solo in provincia dell’Aquila, senza contare i 56 Comuni del cratere sismico.

In questi 10 anni la Chiesa italiana, attraverso la Caritas, negli anni ha realizzato oltre 48 centri di comunità nel cratere, grazie alla generosità delle diocesi italiane e alla Colletta nazionale che ha raggiunto € 27.000.000 a cui sono stati aggiunti altri € 5.000.000 donati dalla Cei.

Nel ricordo del decennale il vescovo della città, il card. Giuseppe Petrocchi, ha inviato ai cittadini una lettera invitante alla speranza, ‘Memori del passato, per essere costruttori di speranza’: “Facciamo memoria di tutte le vittime di quella immane tragedia; le stringiamo a noi con un unico abbraccio e, al tempo stesso, le chiamiamo per nome: una ad una.

La ‘notte crocifissa’ del sisma ha suscitato lunghi giorni di dolore, ma anche ha acceso la luce di una graduale ‘risurrezione’, più forte della furia devastante del sisma. Le lacrime versate si sono rivelate feconde, ed hanno generato una abbondante fioritura di fraternità e solidarietà”.

Nella lettera l’arcivescovo aquilano ha parlato anche del terremoto dell’ ‘anima’, i cui effetti si avvertono ancora nelle persone: “Quando sono venuto a contatto con gli effetti demolitivi delle scosse, mi sono accorto che, accanto alle macerie ‘visibili’ (materiali), c’erano pure quelle ‘invisibili’ (spirituali); allora ho cominciato a parlare di ‘terremoto dell’anima’, che costituisce l’altra faccia (quella meno esplorata) della storia del sisma.

I sussulti geologici, che hanno fatto violentemente tremare il nostro territorio, non solo hanno demolito case e cose, ma hanno attivato anche ‘sciami problematici’ profondi, che si sono propagati nella mente, nei sentimenti e nelle relazioni della nostra popolazione, producendo fratture e lasciando rovine: ‘nelle’ e ‘tra’ le persone.

E queste ‘faglie’ interiori, che caratterizzano il terremoto ‘dentro’, sono più dannose e durano più a lungo delle ‘onde’ sismiche che determinano il terremoto ‘fuori’”.

Inoltre il card. Petrocchi ha notato nella gente il bisogno di essere ascoltata con ‘amore samaritano’: “Ma ascoltando la gente, si coglie un dolore che ha bisogno, anzitutto, di essere captato, accolto e condiviso.

Ho notato che tanti hanno una comprensibile ritrosia a raccontare ciò che portano negli angoli più remoti dell’anima: anzi, loro stessi hanno difficoltà ad entrare nei ‘ripostigli’ psichici in cui hanno cumulato, e chiuso a chiave, emozioni sconvolgenti e domande che non trovano risposte.

Occorrono perseveranza e robuste dosi di ‘amore samaritano’ per aprire queste porte sbarrate e scrutare, con umiltà e affetto, gli ‘spazi’ psicologici e sociali in cui ricordi e sentimenti sono gelosamente custoditi. Sono traumi che non si superano con il semplice spostamento geografico, perché se uno il terremoto lo porta inchiodato nell’anima, anche se cambia città, lo trascina con sé”.

Poi, affrontando il tema della ricostruzione, ha sottolineato la forte ‘resilienza’ degli aquilani: “Anche davanti alle incursioni devastanti del terremoto, la bandiera di L’Aquila non è stata mai ammainata dalle sue mura ed ha continuato a sventolare con fierezza davanti agli occhi del mondo.

Quando, poi, si parla della ricostruzione odierna, bisogna riconoscere con gratitudine che molto è stato fatto e si sta facendo. Ma va pure detto, con onesta franchezza, che numerose promesse sono state smentite dai fatti e tante attese sono state tradite. Sta, penosamente, davanti agli occhi di tutti, la ricostruzione mancata.

Poi, se lo sguardo spazia oltre il perimetro urbano di L’Aquila, si ha l’impressione che in diversi borghi e in frazioni periferiche si stia ancora all’ ‘anno zero’… Auspichiamo una semplificazione delle procedure e una velocizzazione delle operazioni attuative, perché, sulle corte distanze, vengano riaperte case, strutture pubbliche e chiese (che non sono solo sedi di culto, ma luoghi identitari): ancora inagibili”.

Quindi la ricostruzione fisica segue quella del ‘popolo’: “Non si evidenzierà mai abbastanza che la ricostruzione di una Città è impresa di popolo… Gli amministratori e i tecnici operano a nome del popolo, non al posto del popolo: sono servitori, non sostituti.

Per ricostruire bene le pareti delle abitazioni, occorre prima ricostruire le case nel cuore della gente: con i mattoni della fiducia e il cemento della concordia. Bisogna avere orizzonti ampi, visioni lungimiranti e capacità di confronto ‘allargato’: nelle comunicazioni progettuali e nei dibattiti civici è necessario adottare la grammatica dell’unità e il vocabolario dell’amicizia, promuovendo la fattiva testimonianza della convergenza, della corresponsabilità e della partecipazione.

Si deve combattere, come patologia sociale, ogni forma di particolarismo e di egocentrismo elitario, per evitare ogni miope restringimento prospettico: ricordando che è legittimo sostenere un punto di vista, purché non si riduca solo alla vista di un punto”.

Ed ha chiesto una ‘convergenza solidale’: “In sintesi; occorre mobilitare, in forme di buona sinergia, la dimensione religiosa, culturale, sociale e politica (nel senso più nobile del termine), sapendo che solo insieme (nessuno escluso) si può vincere la sfida che il terremoto ci ha lanciato.

Si tratta di un’opera da mettere in cantiere, nel segno della coesione: lo dobbiamo non solo ai nostri compagni di viaggio (specie i giovani e i ragazzi), ma anche alle generazioni che verranno”.

Inoltre ha invitato i cittadini a liberarsi dalla ‘sindrome del cratere’: “La sciagura del sisma, che ha lacerato con ferocia il nostro territorio, non va solo sofferta, vinta e capovolta nel suo contrario (in una opportunità di crescita), ma va pure pensata e trasformata in una preziosa lezione di vita e di progresso scientifico/tecnologico, per noi e per gli altri.

L’Aquila deve superare la insidiosa ‘sindrome del cratere’, che potrebbe chiuderla nella cinta delle montagne che le fanno corona. La vicenda che ha vissuto la chiama ad esercitare una ‘docenza’ universale; non solo trovando la forza di raccontare l’evento traumatico che l’ha duramente colpita, ma offrendo contributi teorici e applicativi, che possano risultare paradigmi di buona gestione, utili anche per altri centri feriti da calamità simili.

L’Aquila, dunque, ha la missione di offrirsi come luogo di incontro (a livello nazionale ed internazionale), come Città-laboratorio e come Sede di studi che si specializzano sul tema dell’emergenza, del soccorso e della ricostruzione”.

Infine, richiamando la gratitudine verso i soccorritori, l’arcivescovo della città ha invitato alla speranza della Pasqua: “La fiamma del ‘grazie’ non si estingue dal cuore degli Aquilani, anche perché il bene, ricevuto e ricambiato con sincerità, rimane per sempre.

La fede ci dona la certezza che Gesù ci accompagna tutti i giorni della nostra vita (specie in quelli visitati dalla sofferenza), per rendere ogni ‘via crucis’ (singolare o collettiva) una ‘via lucis’: se con Lui facciamo Pasqua.

Per questo, l’eco di quel tragico 6 aprile di dieci anni fa, non resta un grido di dolore chiuso nell’anima della nostra Città, ma deve tramutarsi in voce gioiosa: che testimonia, al mondo intero, una Vita abitata dall’Amore-Risorto e annuncia un’Alba di speranza, che si alza, già da ora, sul cielo intrepido di L’Aquila!”

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