A Trieste il card. Bassetti invita alla riconciliazione come patto sociale

A fine marzo il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, a Trieste è intervenuto ad una serie di incontro, denominati ‘Cattedra di san Giusto’ (patrono della città) sul tema ‘Coltivare la riconciliazione: percorsi spirituali e culturali’ per approfondire il tempo quaresimale, perché “compito proprio della Chiesa certo è l’evangelizzare ma a latere vi è anche l’impegno ad offrire l’opportunità che, i singoli e la comunità, sappiano custodire e promuovere la giustizia, la concordia e la pace.

La Rivelazione biblica e cristiana in specie ci offre l’identità della persona umana quale immagine e somiglianza del Creatore. Rapporto questo che deve ricucirsi con la novità di quella ‘creazione nuova’ che è Gesù Cristo, perfetto uomo e vero Dio”, come ha specificato nella presentazione il vescovo della città, mons. Giampaolo Crepaldi.

Ringraziando i cittadini dell’accoglienzail presidente della Cei ha evidenziato che è importante nel tempo in cui si vive pensare la misericordia come dono: “Caratteristico di questo tempo è, tra l’altro, il ripensare il dono della salvezza in chiave di perdono dei peccati, di riconciliazione e di misericordia. Un tema, quello della riconciliazione, ricorrente e mai scontato: è bene non farci l’abitudine, non sottovalutarlo, quasi che fossimo già ‘oltre’ questa meta, quasi che non avessimo bisogno di ripensare la realtà della riconciliazione e di riviverla.

Ci doni il Signore, carissimi fratelli e sorelle, di compiere nel cammino verso la Pasqua significativi passi di conversione. E per far ciò vogliamo riscoprirne il valore spirituale e culturale sia in rapporto alla società nel suo insieme, sia a livello di Chiesa, sia personalmente”.

Ed ha sottolineato che Trieste è una ‘città-porto’ e proprio da queste città mediterranee può ripartire la pace, secondo il ‘sogno’ di Giorgio La Pira: “Da quel mare che Giorgio La Pira chiamava ‘il grande lago di Tiberiade’ e che metteva in comune i popoli della ‘triplice famiglia di Abramo’. Oggi abbiamo la possibilità di iniziare a mettere in pratica quella visione profetica lapiriana che sin dalla fine degli anni ’50 aveva ispirato i ‘dialoghi mediterranei’ ed aveva anticipato lo spirito ecumenico che avrebbe soffiato, poi, con grande forza, nel Concilio Vaticano II.

Tra meno di un anno, nel febbraio 2020, a Bari, in una città marinara di grande importanza come Trieste, si raduneranno in un incontro di riflessione e spiritualità tutti i vescovi cattolici dei paesi rivieraschi del bacino mediterraneo. Un incontro basato sull’ascolto e sul discernimento comunitario. E soprattutto: un incontro che, valorizzando la sinodalità, si prefigge di compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e, soprattutto, verso la pace”.

Quindi ha rivolto un pensiero ai giovani per ri-costruire il tessuto sociale: “Comprendiamo perciò da dove nasce la presa di coscienza che i giovani, perfino gli adolescenti, hanno dimostrato in varie nazioni d’Europa e del mondo nelle scorse settimane. Partendo dalla questione ecologica, profeticamente descritta come questione antropologica nell’enciclica ‘Laudato sì’, i nostri ragazzi hanno protestato contro una società che non ha futuro, che restringe lo spazio per chi verrà dopo di noi, che non mantiene le promesse.

Come credenti confidiamo invece in un Signore che mantiene ciò che promette, dalle origini del mondo alla pasqua di Cristo, al nostro oggi. Questa consapevolezza che ci viene dalla fede non deve però diventare alibi al disimpegno. I discepoli, infatti, sono invitati a seguire il Maestro, facendo propria la logica della fedeltà e del dono, smentendo una cultura che non riesce a dire in verità parole come speranza, domani, futuro, ‘per sempre’”.

Ed ha insistito sullo ‘spirito di comunione’: “Noi ci proponiamo obiettivi grandi, anche in obbedienza al mandato missionario di Cristo che invita a portare la buona notizia sino ai confini della terra; ma rischiamo di perderci per strada, là dove siamo chiamati non a dire ma a essere, non a dichiarare ma a vivere. Per questa ragione la grande pedagogia ecclesiale ci invita, all’inizio di ogni eucaristia, a domandare perdono dei peccati e ci dona nel sacramento della penitenza uno dei gesti sacramentali che si possono ripetere più volte.

Mi chiedo se nella predicazione e nella catechesi mostriamo a sufficienza il valore e la bellezza di questi strumenti di grazia. Quanto è importante accompagnare i bambini e i ragazzi, ma anche i neofiti che ricevono da adulti il battesimo, a celebrare la penitenza attraverso un percorso disteso nel tempo che li aiuti a vedere e scoprire la bellezza della vita cristiana e insieme a percepire la propria distanza da questa realtà”.

Citando lo scrittore Joyce ha invitato a compiere un cammino di libertà, che si avvera nella Resurrezione: “Coloro che non si sottraggono alla misericordia della Pasqua possono giungere, per grazia, alla vera trasformazione: diventare uomini e donne ‘nuovi’, pronti a vivere nella libertà dei ‘figli di Dio’, capaci di costruire fraternità e pace, perché ormai resi simili in tutto a Cristo. Il che significa del resto recuperare l’origine, quell’essere stati concepiti nella sapienza di Dio e generati alla vita uniti a Cristo, redenti, capaci di comunione, pienamente liberi.

Contrariamente a quanto si pensa, riconoscersi peccatori e lasciarsi redimere dal sacrificio di Cristo non è dunque un esito che rende l’uomo meno umano o la donna meno autonoma; al contrario: è realizzare oggi ciò che sin dall’inizio era nel progetto misericordioso del Creatore: è riconciliare gli uomini e le donne, ciascuno di noi, con l’essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio, là dove non c’è divisione, odio, sospetto, separazione e lontananza”.

Ed ha concluso con l’invito alla riconciliazione come segno di ‘rinascita’ per l’Italia: “Di fronte a questa situazione occorre ricominciare da capo. Il che per noi cristiani significa al contempo dall’alto e dal basso: dall’alto della Croce, che ci dona la salvezza-riconciliazione per grazia di Dio, e dal ‘basso continuo’ della vita quotidiana che si riscopre come possibilità, nella Chiesa e fuori della Chiesa, di vita fraterna, veramente umana, concorde;

nella quale si condivide l’unità che ci vede raccolti come famiglia umana, come creature volute da Dio, come discepoli e discepole convocati da Cristo. Noi credenti, al riguardo, abbiamo una responsabilità che non possiamo facilmente delegare. Auguro alla Chiesa in Italia e specialmente alla Diocesi di Trieste di essere all’altezza di questo compito e di questa missione”.

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