Pietro Messa: il papa in Marocco per mantenere viva la speranza

Alla vigilia del viaggio del papa in Marocco il vescovo di Tangeri, mons. Santiago Agrelo Martinez, ha scritto una lettera alla comunità cristiana, in cui ha sottolineato che esso è uno sprone affinché lavorino per la pace: “Per cristiani e musulmani, è la chiamata a lavorare per la pace, ad agire secondo giustizia, a essere solidali gli uni con gli altri, a promuovere la libertà di tutti.

Se in passato potevano separarci due certezze, oggi deve unirci un’unica ricerca. Se abbiamo scritto una storia fratricida nel nome di due fedi, è tempo di scriverne un’altra che agli occhi di tutti risulti fraterna, unita da vincoli di clemenza e misericordia. Ciò che viene da Dio, tanto nell’Islam quanto nel Vangelo, non ci separa gli uni dagli altri, non ci rende estranei gli uni agli altri, e ancor meno ci rende superiori gli uni agli altri. Ciò che è di Dio unisce nell’amore, che è Dio”.

Un altro aspetto della visita sottolineato dal vescovo di Tangeri riguarda i migranti: “Abbandonati al loro destino, consegnati nelle mani criminali delle mafie dalle politiche criminali dei governi, impossibilitati ad esercitare i loro diritti fondamentali, trattati come schiavi, portati avanti e indietro come una merce, spinti a negoziare con la morte ciò che dovrebbe offrire loro in giustizia, questi emigranti hanno bisogno che la parola del Papa venga rivolta a loro per confortarli, per mantenere viva la loro fede, per rafforzare la loro speranza”.

Quindi una Chiesa che, seppur conta poco meno di 30.000 fedeli, è attenta alle necessità del popolo attraverso alcuni progetti quale ‘La disperazione degli immigrati’, che si sviluppa a Rabat ed è rivolto a una parte della popolazione che si trova in una posizione di grave svantaggio: gli immigrati provenienti dal Sahara occidentale.

Oppure il progetto mirato per le donne vedove od abbandonate, denominato ‘Achwak, insegnare un mestiere a donne in difficoltà: in tale progetto i francescani sono a supporto del lavoro di un’associazione, che lavora nel sociale, a livello dei vecchi quartieri della Medina, e con i suoi volontari supporta un gran numero di donne vedove, divorziate o abbandonate dal marito e che si trovano in situazioni economiche difficili.

Da questi esempi di un cristianesimo immerso nelle radici di un popolo, e dal motto, che accompagna il papa nel viaggio apostolico (‘Papa Francesco: servitore di speranza’), abbiamo chiesto a fra Pietro Messa, preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani presso la Pontificia Università ‘Antonianum’ di Roma, e membro del Comité scientifique ‘Sources franciscaines’ di Parigi, di raccontarci quale è la speranza della Chiesa nel Marocco: “La speranza della Chiesa in Marocco è la medesima di tutti i cristiani, ossia la certezza della presenza di Gesù vivo e risorto in mezzo a noi. Tale presenza tanto è discreta quanto efficace, proprio il contrario di quella mondana che è roboante ma senza cambiare nulla”.

800 anni fa san Francesco ha incontrato il sultano: con quale spirito oggi i cristiani vivono in Marocco?
“L’incontro tra san Francesco e il sultano ha assurto nei secoli significati diversi e oggi è immagine dell’incontro e del dialogo che, come si vide nel viaggio in Marocco di san Giovanni Paolo II nel 1985 e ora con papa Francesco, richiede un’identità chiara. Infatti il messaggio è tenere uniti dialogo e identità senza scadere nelle estremizzazioni per cui in nome dell’incontro si dimentica la propria appartenenza e viceversa per paura di perdere la propria identità si nega la libertà”.

Quest’anno ricorre anche l’anno giubilare della presenza francescana in Marocco: quale è la testimonianza dei protomartiri ai cristiani di oggi?
“Come anche oggi, nel secolo XIII l’Islam non era una realtà uniforme e monolitica. Mentre il sultano al-Malik al-Kamil che incontrò Francesco d’Assisi era appassionato di conoscere le altre culture, tanto che girava la fake news che avesse studiato a Parigi, lo stesso non era altrove. Il martirio, ossia la testimonianza, ricorda che la bellezza che salva è l’amore espresso in un sacrificio e il sacrificio mosso dall’amore”.

Il dialogo islamo-cristiano può essere una visione strategica per l’umanità?
“Il dialogo più che una strategia è la condizione vitale per l’essere umano; come ricordava già papa Benedetto XVI il diá-logos , ossia la comunicazione è il luogo in cui l’uomo e la donna nascono, crescono e vivono. Chi rifiuta ciò chiudendosi in se stesso nega la vocazione primaria insita fin dall’essere creati a immagine e somiglianza della Trinità”.

(tratto da Aci Stampa)

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