Padre Giannasi: i martiri di Algeria sono stati fedeli fino alla morte

“Facendo memoria della morte in Algeria di queste 19 vittime cristiane, i cattolici di Algeria e del mondo vogliono celebrare la fedeltà di questi martiri al progetto di Pace che Dio ispira a tutti gli uomini”: è un brano del messaggio che papa Francesco ha inviato in occasione della Beatificazione dei martiri mons. Pierre Claverie, Vescovo di Oran, e 18 compagni (religiosi e religiose), uccisi negli anni 1994-96 in Algeria.

Ad distanza di alcuni mesi abbiamo approfondito il significato di questa beatificazione per l’Algeria con il missionario p. Aldo Marcello Giannasi, che ha vissuto molti anni in Algeria, inviato dalla congregazione dei Padri Bianchi, che ha raccontato il contesto in cui si è diffuso l’estremismo islamista:

“Nel 1988 in una situazione tesa, resa incandescente dalla costatazione che lo Stato non faceva nulla di fatto per proteggere il popolo dalla disoccupazione o dalla precarietà dell’impiego, nella notte del 4 Ottobre, bande di giovani attaccano, ad Algeri, le lussuose auto della ‘nomenclatura’ governativa e saccheggiano gli edifici pubblici. La sommossa sfocia in una vera e propria guerriglia urbana. L’esercito interviene e apre il fuoco sulla folla. La Lega Algerina di Difesa dei Diritti Umani parlerà di 500 morti”.

Quindi dopo la legalizzazione del ‘multipartitismo’ nel 1989, è fondato il Fronte Islamico di Salvezza (FIS), che nelle elezioni del 1991 ottengono 198 seggi: “L’esercito, che dall’inizio dell’indipendenza aveva esercitato sempre una forte influenza sul Governo, rifiuta di cedere il potere, soprattutto agli islamisti, di cui teme di essere la prima vittima, Chadli è costretto ad abdicare. Ormai le due forze, FLN e FIS si fronteggiano a viso aperto, soprattutto dopo che il Governo sopprime d’ufficio il FIS (19 Marzo 1992). Il Fronte islamico allora varca il Rubicone e tenta la conquista del potere con le armi”.

Ha poi raccontato, davanti a tale situazione, la ‘reazione’ della Chiesa algerina, tratteggiando i lineamenti di alcuni martiri, come quelli di suor Elena, la prima martire uccisa: “I vescovi delle quattro diocesi d’Algeria, non si facevano illusioni. Sapevano bene che essi e il loro clero, come le suore, sarebbero stati attaccati dagli islamisti. Chiesero allora a tutte le congregazioni, maschili e femminili, di operare un discernimento davanti a Dio e alla loro coscienza, se restare o partire.

La loro risposta fu quasi unanime, ‘Non possiamo lasciare l’Algeria nella tormenta. Siamo pronti a restare per testimoniare la nostra fedeltà e la nostra amicizia agli algerini, che ci hanno accolti e sostenere quanti cercano la riconciliazione e il perdono’… Suor Elena, prima di arrivare ad Algeri, aveva già fatto un’esperienza in Marocco. Amava profondamente gli Algerini.

Il vescovo ausiliare, mette in guardia lei e la sua comunità sui rischi che corrono: ‘Padre, in ogni modo le nostre vite sono già offerte’, risponde. E una consorella testimonia: ‘La sua vita era donata e consegnata a tutti quei poveri e quei giovani che ha appassionatamente amati, accolti e dai quali diceva di ricevere molto’. Come p.Charles De Foucaud voleva annunciare il Vangelo con la sua vita”.

Poi ha tratteggiato i lineamenti dei quattro confratelli dell’ordine dei Padri Bianchi: “P. Jean Chevillard, nasce ad Anger nel 1925. E’ ordinato prete in Tunisia nel 1950. Nominato in Algeria, vi trascorre la vita: direttore di Centri di formazione, provinciale, economo generale. Alla missione riceve tutti coloro che hanno bisogno di aiuto. Scrive lettere, facilita le pratiche amministrative, consiglia…

Nel 1994 nel suo ultimo viaggio in Francia, la sorella gli chiede: ‘Perché ritorni laggiù?’. Risponde: ‘Io ritorno laggiù per testimoniare. Laggiù sono in casa mia vicino agli amici berberi. Soprattutto se muoio voglio essere seppellito laggiù’. E così è stato. P. Alain Dieulangard ha lavorato nell’amministrazione e nell’insegnamento.

Prima della morte scrive: ‘Come gli apostoli sul lago di Galilea, non abbiamo più che gridare verso il Signore per risvegliarlo… L’avvenire è nelle mani di Dio’. Il belga p. Charles Deckers nel 1987, dopo cinque anni nello Yemen, arriva in Algeria dove è nominato rettore della basilica di Nostra Signora d’Africa ad Algeri.

Cosciente del pericolo che corre, ha scritto: ‘So che le mie attività sono pericolose per la mia vita, qui è la mia vocazione, io resto. Nella diocesi pensiamo che mantenere la presenza della Chiesa è importante, tanto per la Chiesa stessa, come per il paese’. Il 27 Dicembre 1994, lascia Algeri per andare a festeggiare il suo amico, p. Chevillard. Qualche minuto dopo il suo arrivo, è ucciso nel cortile della missione.

P. Chessel è il più giovane; nel 1991 a Roma pronuncia il giuramento missionario con la mano su dei foglietti di Vangelo scritti in arabo, ritrovati sulla salma di p. Richard, assassinato nel Sahara nel 1891, mentre con due confratelli, cercava di raggiungere il Sudan. Cento anni prima esatti, una profezia!”

Quali sono state le reazioni nel popolo?
“ L’annuncio dell’assassinio dei quattro Padri Bianchi ha suscitato una profonda emozione in tutta la città. Malgrado le minacce degli islamisti, il popolo esce numeroso ai funerali, ai quale era presente mons. Claverie, vescovo di Orano che morirà due anni dopo: ‘E’ senza dubbio la prima volta che 4,000 musulmani partecipano al funerale di 4 preti cattolici’. Un musulmano che era presente ha scritto queste parole: ‘Io, algerino musulmano, … vorrei dire l’immenso dolore e quello dei miei vicini, davanti a un grave atto di viltà che ha colpito dei giusti al servizio di Dio, in terra d’Islam’”.

Però per la messa di beatificazione c’era timore per la reazione di certi ambienti musulmani?
“Sì, alcuni timori c’erano,ma non è avvenuto nulla, perché da tempo i Vescovi avevano insistito sul fatto che la beatificazione non era per ricordare un periodo sanguinoso del paese, ma per far memoria, assieme ai nostri martiri, di tutti gli algerini e le algerine che a causa della loro fede nel Dio misericordioso e clemente, come si esprime il Corano, in tutta coscienza hanno rifiutato l’uso della violenza, pagando questo loro rifiuto con la vita. 114 imam, numerose donne e uomini, famiglie intere a volte.

Questa sofferenza condivisa, ha sugellato nel sangue la fedeltà reciproca tra cristiani e musulmani. Ed è stata espressa visualmente nel cortile della Basilica di Santa Cruz, sopra Orano, durante la messa, dopo la lettura della bolla papale, quando, come è tradizione, l’immagine dei Beati è stata esposta su un grande drappo. Accanto ai volti dei diciannove, i nomi, scritti in arabo, di numerosi algerini, uomini e donne, morti appunto per il rifiuto della violenza. Un’immagine che ha creato la sorpresa. Uno scroscio di battimani ha sottolineato la soddisfazione di tutti, cristiani e musulmani”.

Da questa beatificazione quale segnale è partito?
“L’Algeria ha dato un segnale ai popoli vicini, mostrando che pur restando radicata nell’islam, ha saputo offrire spazio e visibilità alla piccola Chiesa algerina la quale ha dato la prova della sua amicizia e della sua fedeltà verso il paese. In una telefonata una signora algerina mi ha detto che la televisione nazionale ha mostrato lunghe sequenze della messa.

L’avvenimento ha dato luogo poi a dibattiti sul piccolo schermo. Non sono mancate voci di dissenso, di accuse di un nuovo colonialismo spirituale, ma hanno parlato anche altri musulmani in difesa di quanto è avvenuto, come un segno precursore per un incontro tra cristiani e musulmani, uniti per la solidarietà e la pace. Qualcosa di inedito, ha concluso la signora. E’ questo il dono più bello dei nostri martiri!”

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