Da Matera la parrocchia accogliente

Il 19 gennaio, con la cerimonia di apertura, Matera ha dato il via alla programmazione del suo anno da Capitale Europea della Cultura 2019, assieme alla città bulgara di Plovdiv: è la prima volta che una città italiana del Sud viene insignita di questo titolo, che rappresenta un’opportunità potenzialmente decisiva sia per il futuro della città che per le strategie di sviluppo a base culturale dell’Italia.

Il programma di Matera, articolato secondo 5 linee tematiche (Futuro Remoto, Continuità e Rotture, Riflessioni e Connessioni, Utopie e Distopie, Radici e Percorsi) e 4 grandi mostre, si svilupperà fino alla chiusura del 20 dicembre. Un’offerta così vasta e diversificata, che coinvolge artisti e organizzazioni di tutta Europa ed extraeuropei, dando al contempo grande attenzione ai talenti e alle realtà locali, offrirà ampi motivi per visitare Matera ad un pubblico sia italiano che internazionale.

Durante la cerimonia inaugurale il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha affermato il valore della cultura per l’Europa: “La cultura costituisce il tessuto connettivo della civiltà europea. Non cultura di pochi, non cultura che marca diseguaglianza dei saperi, e dunque delle opportunità, ma cultura che include, che genera solidarietà; e che muove dai luoghi, dalle radici storiche…

Matera è un esempio di quanto l’Europa debba alla preziosa originalità di luoghi così straordinari e ricchi di fascino. Di quanto la fatica e il genio di una comunità siano riusciti a produrre, e si coglie anche il legame con un cammino più grande, quello dei popoli europei, orientato da valori comuni; da una cultura che è sempre più feconda e che ha consentito a tutti noi europei di compiere passi decisivi verso la libertà, la pace, il benessere… Matera, già definita dall’Unesco patrimonio dell’umanità, sarà per quest’anno immagine dell’Europa, perché ha dimostrato di saper ripensare le sue origini, di dar loro nuovo valore”.

Ed anche la Chiesa diocesana è partecipe di questo evento, di cui ha parlato il presidente della Repubblica attraverso la lettera pastorale di mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, intitolata ‘ Vino nuovo in otri nuovi’, scritta in occasione del sinodo diocesano: “Ora è il tempo di iniziare a celebrare il 1° Sinodo Diocesano dell’Arcidiocesi di Matera – Irsina, proprio nell’anno in cui la nostra città di Matera vive un evento storico: Capitale europea della Cultura. E’ un’opportunità per la nostra Chiesa di riscoprire la valenza culturale della sua missione evangelizzatrice e per aprire e tenere vivo un dialogo con le diverse culture”.

Nella lettera il vescovo esprime il desiderio di un rinnovamento: “La tentazione è sempre la stessa: accomodarsi nei panni dell’uomo vecchio (si è sempre fatto così!), senza rendersi conto che Gesù è l’uomo nuovo. Cosa significa? Prendere delle toppe, alcune frasi del Vangelo, e cucirsele addosso secondo le necessità del momento a giustificazione di scelte di vita personali o comunitarie.

Gesù ci dice che ciò che ormai è vecchio e logoro non ha bisogno di essere riparato ma messo da parte. Una Chiesa piena di toppe non sarà mai nuova e non indosserà mai il vestito bello della Parola di Gesù. In un cammino di fede adulta il vecchio serve per capire come proiettarsi nel futuro,rinnovandosi nel presente. Diversamente, sarà una Chiesa senza anima, senza la forza e la guida dello Spirito Santo.

Il vino nuovo, Gesù, si gusta meglio perché siamo ‘otri nuovi’. E’ questo lo spirito che deve animare il nostro Sinodo, affinché non resti una celebrazione di norme e orientamenti, ma incida profondamente nella vita di ciascuno”.

Partendo da un discorso di don Primo Mazzolari mons. Caiazzo ha sottolineato che la parrocchia è un luogo di ‘prossimità’: “Versare ‘vino nuovo’ in ‘otri nuovi’ non significa aprire strade nuove, percorsi nuovi. Vuol dire ritornare al gusto del Vangelo, all’essenziale. La Parrocchia, oggi come ieri, è chiamata ad essere sempre più ‘popolare’: in mezzo alle case abitate da battezzati e non”.

E dopo aver elencato alcuni luoghi di ‘prossimità, il vescovo ha ancora sottolineato che la parrocchia è ‘focolare’: “La tentazione di essere efficienti, di lasciarsi prendere dalla smania dell’organizzare e promuovere continuamente iniziative potrebbe dare alla parrocchia un’identità che non le appartiene.

Essa è famiglia e non fabbrica di eventi; è popolo di Dio e non azienda; è comunità e non partito o sindacato. Direbbe don Mazzolari, è ‘focolare’, ‘casa domestica’, dove è possibile fare esperienza della figliolanza divina. Siamo chiamati, vescovo, presbiteri, diaconi, consacrati/e e laici, ad essere presenti nella vita sociale, a interiorizzare la Parola che costruisce una fede nuova, adulta, un vestito nuovo privo di toppe del vestito vecchio”.

Ribadendo attenzione particolare alla liturgia, mons. Caiazzo ha sottolineato la necessità missionaria della Chiesa: “Nelle comunità parrocchiali lo slancio missionario è molto presente e si manifesta con iniziative rivolte di volta in volta ai giovani, alle famiglie, agli adulti ecc., in genere collegato ai periodi dell’anno liturgico e finalizzato alla celebrazione dei sacramenti.

Purtroppo, i tentativi di promuovere iniziative che riguardino aspetti dell’attualità o del vivere quotidiano affrontati alla luce del messaggio evangelico e dell’esperienza cristiana di vita, vedono la partecipazione di persone già direttamente impegnate nella sfera parrocchiale, ma non sempre arrivano a una platea più ampia. Questo mancato coinvolgimento di quanti non frequentano la Parrocchia, ci induce ad affermare con rammarico che la comunità risulta deficitaria nella sua funzione educativa ed evangelizzatrice”.

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