Il presidente Mattarella ha inaugurato il Centro Matteo Ricci

In un tempo in cui le porte dell’Europa sembrano chiudersi a chi chiede protezione da guerre e persecuzioni, il Centro Astalli ha inaugurato un nuovo centro d’accoglienza e integrazione per richiedenti asilo e rifugiati nel cuore di Roma, nel complesso monumentale della Chiesa del Gesù, in via degli Astalli 13. La nuova struttura porta il nome di Matteo Ricci, il gesuita che ha dedicato la sua vita a mettersi nei panni dell’altro e a cercare la via del dialogo e dell’integrazione in Cina.

Il Centro è stato inaugurato lunedì 4 febbraio alla presenza del presidente della Repubblica e del padre generale dei gesuiti, p. Arturo Sosa, a cui hanno preso parte anche il card. Angelo De Donatis, il card. Konrad Krajewski, ed il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Infatti grazie all’impegno di oltre 650 volontari, in totale, considerando nell’insieme le sue differenti sedi territoriali (Roma, Vicenza, Trento, Napoli, Catania e Palermo), il Centro Astalli in un anno ha risposto alle necessità di circa 30.000 migranti forzati, di cui 15.000 nella sola sede di Roma.

Nell’intervento il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato il gesuita maceratese: “Il Centro è intitolato a Matteo Ricci. Matteo Ricci in Cina ha assunto la cultura cinese come propria, senza abbandonare quella sua originaria, dimostrando che la cultura non ha confini né rifiuti, ma si integra, si unisce, accresce comunque la dimensione della personalità di ciascuno. Ho avuto la fortuna di visitare la tomba di Matteo Ricci a Pechino e ho visto con quale rispetto è conservata, è un esempio di rapporto semplice, concreto e profondo tra culture e popoli diversi.

Intitolare il Centro a Matteo Ricci è molto significativo perché nel suo ‘De amicitia’ ha scritto ‘l’amicizia è più utile delle ricchezze’, non dice ‘è più meritoria’, ‘è migliore’ come certamente pensava, ma ‘è più utile’, perché è vero che l’amicizia più delle ricchezze è utile nella convivenza umana”.

Poi ha elogiato l’iniziativa: “Questa iniziativa si inserisce in un fenomeno epocale, quello delle migrazioni, fenomeno che si presenta ovunque, che irrompe ovunque. E questo ‘ovunque’ ci riguarda, riguarda tutti noi, anche la Regione Lazio, in qualunque parte del mondo si realizzi. Perché il mondo è diventato e diventa sempre più raccolto, i suoi Paesi e i suoi continenti sono sempre più interconnessi, sempre più strettamente legati fra di loro, e quel che avviene in ogni parte del mondo riguarda tutte le altre parti.

Questo sottolinea l’esigenza di interventi e intese globali sul fenomeno migratorio, perché nessun Paese da solo è in grado di affrontarlo o di regolarlo, ma occorrono intese globali, come l’ONU sollecita a fare, ricordando che nel mondo i fuggiaschi, coloro che fuggono da guerre, carestie, impossibilità di sopravvivenza, persecuzioni, sono circa 70.000.000”.

Ed infine ha citato il caso venezuelano, che interessa da vicino l’Italia: “Parlando di migrazioni non si può non pensare al fenomeno più rilevante che oggi è sotto gli occhi di tutti, quello del Venezuela. Oltre 2.000.000 di venezuelani sono fuggiti dal proprio Paese trovando asilo provvisorio nei Paesi intorno al Venezuela. L’America Latina, con gli accordi di Quito, ha messo in campo un’azione solidale, concertata, fra i Paesi dell’America Latina.

E’ una scelta di grande importanza, un’iniziativa significativa che è anche un richiamo e un insegnamento per l’Europa, per l’Unione Europea che non è ancora riuscita a elaborare un approccio e un programma comune per un fenomeno che è globale. Quella del Venezuela è una condizione particolarmente rilevante anche per l’Italia perché il legame tra Italia e Venezuela è strettissimo, per i tanti italiani che vivono in Venezuela e per i tanti venezuelani di origine italiana.

Questa condizione ci richiede senso di responsabilità e chiarezza su una linea condivisa con tutti i nostri alleati e tutti i nostri partner dell’Unione europea. D’altronde nella scelta che si propone non vi può essere né incertezza né esitazione: la scelta tra volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato, e dall’altro la violenza della forza e le sofferenze della popolazione civile”.

A fare gli onori di casa è stato il presidente del Centro ‘Astalli’, p. Camillo Ripamonti, specificando che esso si ispira alle parole di papa Francesco: “L’atteggiamento di chiusura si impadronisce di noi, del nostro cuore e della nostra mente. Ci inaridisce, ci rende meno umani. Oggi invece facciamo un’operazione controcorrente: apriamo. Apriamo una porta ai rifugiati e ai migranti che, in questa fase di radicale trasformazione legislativa, sono maggiormente in difficoltà, perché qui possano trovare una casa fatta della bellezza delle relazioni che nascono dall’incontro.

Apriamo la porta di un luogo che vuole essere l’ideale continuazione di via degli Astalli 14, dove da tanti anni cerchiamo di rispondere a bisogni primari con la mensa, le docce, l’ambulatorio. Qui vorremmo accompagnare le persone, in particolare i giovani, a interrogarsi sui propri desideri professionali e formativi, farli tornare a sognare in un futuro che è possibile se costruito insieme. E’ questa l’unica via possibile per l’integrazione”.

Ed ha concluso l’intervento, spiegando l’intitolazione della struttura: “Abbiamo voluto intitolare il Centro a Matteo Ricci, primo gesuita missionario in Cina, maestro nel lasciarsi interrogare dalla ricchezza di persone di un’altra cultura, capace di mettersi nei loro panni… Spesso ci ostiniamo a costringere gli altri in categorie strette e condizionate dai nostri pregiudizi, non lasciandole libere di dirsi nella loro diversità. La libertà interiore, l’intelligenza, la capacità di ascolto e di lasciarsi meravigliare caratterizzano questo grande gesuita, che dedicò la vita a creare ponti. La sua lezione di vita e la sua lungimiranza sappiano illuminarci”.

Il superiore generale della Compagnia dei Gesuiti, p. Arturo Sosa, ha sottolineato la missione lasciata da p. Arrupe: “Noi ricordiamo come p. Arrupe chiese la grazia di comprendere, in tempi di profonda trasformazione per il mondo e per la Chiesa, che cosa la nostra missione di gesuiti davvero significhi in relazione alle sfide del nostro tempo. Alcune di esse, che ancora oggi ci interpellano per la loro urgenza, le ha indicate lui stesso: il servizio della fede contro ogni ingiustizia nel mondo, la risposta creativa e concreta alla sofferenza dei rifugiati, il dialogo interreligioso e l’inculturazione”.

Ed ha ricordato il caso venezuelano: “Davanti ai conflitti etnico-religioso-politici che infiammano varie parti del mondo, non ultimo il mio Paese, il Venezuela, davanti alle ingiustizie e disuguaglianze vissute da milioni di nostri fratelli e di nostre sorelle, al degrado ambientale strettamente connesso alla povertà, all’esclusione sociale e all’emarginazione, di fronte alle migrazioni forzate, alla violenza del fondamentalismo e dell’intolleranza, sentiamo la responsabilità di costruire, anche in obbedienza alla nostra ultima Congregazione Generale, un futuro di pace attraverso la via della riconciliazione.

In un mondo che moltiplica i muri, pazientemente ed ostinatamente vogliamo continuare a costruire ponti, attraverso gesti concreti di promozione della dignità, di umanità e di ospitalità. Dai rifugiati, in un mondo pieno di paura e di rabbia, possiamo imparare il coraggio di ricominciare con fiducia e speranza”.

Al termine due testimonianze di rifugiati. Sohrab dall’Afghanistan ha raccontato la sua esperienza: “Sono arrivato in Europa con un gommone carico di persone partito dalla Turchia e arrivato in Grecia. In Grecia sono finito per la prima volta in carcere. Dopo ho provato a scappare tante volte: dentro o sotto un camion, sopra la cabina del guidatore. Venivo sempre fermato e rimandato indietro. Dopo tanti tentativi falliti ho deciso di provare a uscire dalla Grecia via terra: Macedonia, Serbia, Ungheria, tanti confini, tanti Paesi, tanti rifiuti.

Ho conosciuto tante prigioni diverse, ho conosciuto la paura. E poi ancora dall’Ungheria all’Austria, dall’Austria alla Germania, dalla Germania all’Italia. Sempre a piedi. Ho imparato ad orientarmi con il sole e una mappa di carta, poiché allora non era facile avere un gps. In viaggio ho imparato a comunicare in inglese. Poi finalmente l’Italia. Qui ho chiesto asilo politico”.

Invece dal Camerun Charity ha raccontato: “Mio padre e mio fratello hanno partecipato a una manifestazione pubblica per chiedere il diritto allo studio per tutta la popolazione, in tutto il paese. Sono stati arrestati e incarcerati. Di mio padre non abbiamo avuto mai più notizie. Di mio fratello dopo pochi giorni abbiamo saputo che era in un carcere nel Nord Ovest del Paese. Sono partita subito per andare a vedere se fosse davvero in quella prigione e chiedere la sua liberazione.

Davanti a quel carcere eravamo tantissimi in cerca di notizie dei nostri cari. Ci hanno arrestati tutti. Dopo tre giorni in quel carcere, alcuni manifestanti hanno fatto scoppiare un incendio. Nella confusione generale siamo riusciti a scappare. Mi sono rifugiata in un convento di religiosi, dove ho trovato un vecchio amico di mio padre. Grazie a lui dopo un mese sono salita su un aereo per lasciare il Paese”.

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