Papa Francesco a Panama, la dignità dell’uomo “spartita e maltrattata”

La seconda giornata del Viaggio Apostolico di Papa Francesco a Panama, in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), si apre con una liturgia penitenziale insieme ai giovani reclusi del Centro de Cumplimiento de Menores Las Garzas de Pacora, un penitenziario considerato all’avanguardia perché offre ai giovani detenuti un percorso di rieducazione e formazione professionale, oltre che di sviluppo umano. Gli interventi di tipo educativo, familiare e sanitario – supportati dalla supervisione dell’Unicef e dell’Ue –, rappresentano un modello socio-rieducativo per tutto il territorio panamense che collega l’America centrale a quella meridionale.
Papa Francesco è attesissimo, e in un clima di raccoglimento e di preghiera – oltre che di straordinaria gioia per la sua visita – la liturgia penitenziale diventa un momento di particolare grazia per i tanti giovani presenti.

Uno dei giovani ospiti del penitenziario, nel rivolgere il suo saluto a Papa Francesco, ricorda alcuni momenti difficili della sua vita e gli errori che lo hanno privato della libertà, della famiglia e dello studio. «Ho preso la decisione – racconta – di accettare Cristo come mio Signore e Salvatore». Poi l’arresto, e il pensiero che tutto fosse finito, poi «quando mi hanno trasferito al Compliance Center di Pacora, meditando, una notte qualcosa mi ha detto che tutto non è finito perché il mio scopo è grande». Tra le speranze del giovane detenuto vi è quella di ritornare a vivere con la propria famiglia e di iniziare a lavorare; poi, rivolgendosi al Pontefice conclude: «Ti ringrazio come servitore di nostro Signore Gesù per il tempo che dedichi ad ascoltare un giovane privato della libertà come me. Non ci sono parole per descrivere la libertà che sento in questo momento».

Papa Francesco, durante l’omelia, prende spunto dalla lettura del Vangelo di Luca, mettendo in risalto le mormorazioni di alcuni scribi e farisei, scandalizzati per l’attenzione che Gesù riserva ai peccatori, spiegando che Gesù non teme di avvicinarsi a chi ha bisogno di conversione. «Gesù – afferma il Pontefice – si avvicina, si compromette, mette in gioco la sua reputazione e invita sempre a guardare un orizzonte capace di rinnovare la vita e la storia. Due sguardi ben diversi che si contrappongono. Uno sguardo sterile e infecondo – quello della mormorazione e del pettegolezzo – e un altro che chiama alla trasformazione e alla conversione: quello del Signore».
Con la mormorazione e il pettegolezzo c’è chi prova a screditare il comportamento di Cristo, che desidera stare con tutti e offrire nuove possibilità. «Con la vita della gente – sottolinea Francesco – sembra più facile dare titoli e etichette che congelano e stigmatizzano non solo il passato ma anche il presente e il futuro delle persone. Etichette che, in definitiva, non producono altro che divisione: di qua i buoni, di là i cattivi; di qua i giusti, di là i peccatori». Un simile atteggiamento risulta inquinante e produce solo nuove barriere, nell’illusione che
«emarginando, separando e isolando si risolveranno magicamente tutti i problemi». La società o una comunità che non fa altro che bisbigliare e mormorare, ricorda il Papa, «entra in un giro vizioso di divisioni, rimproveri e condanne; entra in un atteggiamento sociale di emarginazione, di esclusione e di opposizione».
Il Vangelo parla d’altro, è «lo sguardo che nasce dal cuore di Dio», Egli è l’amore «che non ha tempo per mormorare, ma cerca di rompere il cerchio della critica inutile e indifferente, neutra e imparziale e si fa carico della complessità della vita e di ogni situazione».
Gesù prende le distanze da ogni tipo di mormorazione, anche quella più difficile da scoprire, quella che – dice Papa Francesco – «“perfora i sogni” perché ripete come un sussurro continuo: non puoi farcela, non puoi farcela… È il mormorio interiore che emerge in chi, avendo pianto il proprio peccato, e consapevole del proprio errore, non crede di poter cambiare. È quando si è intimamente convinti che chi è nato “pubblicano” deve morire “pubblicano”; e questo non è vero».
Amici – dice il Pontefice ai giovani privati della libertà presenti all’incontro – «ognuno di noi è molto di più delle sue “etichette”. […] A volte la mormorazione sembra vincere, ma non credeteci, non ascoltatela. Cercate e ascoltate le voci che spingono a guardare avanti e non quelle che vi tirano verso il basso».

Gesù trasforma la mormorazione in festa e ci dice: «Rallegratevi con me!» (Lc 15,6). Una società è feconda – conclude Francesco – «quando sa generare dinamiche capaci di includere e integrare, di farsi carico e lottare per creare opportunità e alternative che diano nuove possibilità ai suoi figli, quando si impegna a creare futuro con comunità, educazione e lavoro. E anche se può sperimentare l’impotenza di non sapere come, non si arrende e ritenta di nuovo. […] Tutti, datevi e ridatevi da fare per cercare e trovare strade di inserimento e di trasformazione. Questo il Signore lo benedice, lo sostiene e lo accompagna».

Il secondo momento della giornata si svolge nel Campo Santa Maria la Antigua – Cinta Costera, per il rito della Via Crucis con i giovani della GMG. Un momento di silenziosa e attenta preghiera che Papa Francesco fa sua e che prolunga nelle parole del suo discorso.
Rivolgendosi al Padre della misericordia, il Papa riconosce i tanti limiti della storia umana: «anche noi tuoi amici, o Signore, ci lasciamo prendere dall’apatia e dall’immobilismo. Non poche volte il conformismo ci ha sconfitto e paralizzato. È stato difficile riconoscerti nel fratello che soffre: abbiamo distolto lo sguardo, per non vedere; ci siamo rifugiati nel rumore, per non sentire; ci siamo tappati la bocca, per non gridare. Sempre la stessa tentazione. È più facile e “paga di più” essere amici nella vittoria e nella gloria, nel successo e nell’applauso; è più facile stare vicino a chi è considerato popolare e vincente».

Accenna alla piaga del bullismo, delle molestie e delle intimidazioni, e poi un serie di lacerazioni che il Papa considera un prolungamento della Passione di Cristo: nel «grido soffocato dei bambini ai quali si impedisce di nascere e di tanti altri ai quali si nega il diritto di avere un’infanzia, una famiglia, un’educazione; che non possono giocare, cantare, sognare…; nelle donne maltrattate, sfruttate e abbandonate, spogliate e ignorate nella loro dignità; negli occhi tristi dei giovani che si vedono strappar via le loro speranze di futuro dalla mancanza di educazione e di un lavoro degno; nell’angoscia di giovani volti, nostri amici, che cadono nelle reti di gente senza scrupoli – tra di loro si trovano anche persone che dicono di servirti, Signore –, reti di sfruttamento, di criminalità e di abuso, che mangiano sulla vita dei giovani».
Non mancano, poi, i riferimenti a quella spirale di morte causata dalla droga e dall’alcol; la prostituzione e la tratta… «E così – dice il Pontefice – come furono spartite le tue vesti, Signore, viene spartita e maltrattata la loro dignità».

La Passione di Cristo si prolunga nei volti accigliati di tanti giovani che hanno perso la capacità di sognare, e «“vanno in pensione” – afferma Francesco – con la pena della rassegnazione e del conformismo, una delle droghe più consumate nel nostro tempo»; si prolunga nell’assenza di solidarietà della nostra società opulenta verso coloro che vivono del rifiuto e nel dolore «e per di più vengono indicati e trattati come portatori e responsabili di ogni male sociale».
La preghiera del Papa si rivolge poi ai vecchi, abbandonati ed emarginati, alla piaga dell’inquinamento atmosferico e della natura in generale, e alla triste constatazione di una società «che ha perso la capacità di piangere e di commuoversi di fronte al dolore».
Infine, l’invito a contemplare Maria, e ad imparare da lei come si rimane in piedi accanto alla Croce, con la sua stessa decisione e il suo coraggio. «Anche noi – precisa Papa Francesco – desideriamo essere una Chiesa che sostiene e accompagna, che sa dire: sono qui!, nella vita e nelle croci di tanti cristi che camminano al nostro fianco. Da Maria impariamo a dire “sì” alla resistenza forte e costante di tante madri, tanti padri, nonni, che non smettono di sostenere e accompagnare i loro figli e nipoti quando sono “nei guai”»; impariamo la forza del “sì” verso chi non ha taciuto maltrattamenti, abusi, discredito e aggressione, «come Maria – conclude il Pontefice – vogliamo essere Chiesa che favorisce una cultura capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare; che non stigmatizzi e meno ancora generalizzi con la più assurda e irresponsabile condanna di identificare ogni migrante come portatore di male sociale».

Foto: Jonah McKeown – Papa Francesco conclude la Via Crucis della GMG di Panama 2019

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