Dopo 100 anni è ancora attuale l’appello di don Luigi Sturzo

“A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà.

E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della ‘Società delle Nazioni’.

E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società”: così 100 anni fa don Luigi Sturzo si rivolgeva ai ‘liberi e forti’ per sostenere, terminata la guerra mondiale, le nascenti democrazie contro l’affermazione dei nazionalismi.

Dopo 100 anni questo appello è ancora di più fondamentale, come ha sostenuto il prof. Enzo Balboni, docente di Diritto costituzionale nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: “L’Appello ai ‘Liberi e Forti’ presenta all’opinione pubblica del primo dopoguerra la proposta politica non del partito dei cattolici o di un partito cattolico, ma quella di un gruppo organizzato di persone che prendono ispirazione dalla loro fede e dal Vangelo per candidarsi, in autonomia dalla Chiesa e dalla gerarchia, al governo del Paese.

Esso costituisce una delle vette culturali et politiche dell’avventura dei cattolici italiani sulla scena civile, economica e sociale del Paese nell’arco degli ultimi 150 anni”.

Secondo il professore l’appello sturziano permise, nel secondo dopoguerra, lo sviluppo della democrazia in Italia, iniziato da De Gasperi: “Per queste ragioni l’Appello è stato considerato, e merita di essere valutato, come una risorsa o meglio un modello di equilibrio/conciliazione di idee e forze adatte e pronte a governare il Paese e, al tempo stesso, appresta una riserva di senso e di impegno per i tempi delle crisi, come accadde l’ultima volta 25 anni fa quando il fondatore del Nuovo Partito Popolare Mino Martinazzoli riunì all’Istituto Sturzo di Roma, il 18 gennaio 1994, colorò che si sentivano di rispondere 75 anni dopo al medesimo Appello. Risorsa, peraltro, non generica ed emozionale, ma fornita di un chiaro e distinto programma”.

Poi il docente universitario sottolinea la validità della frase di Sturzo (la gente, tutta la gente, va appresso al vincitore: lasciamo che vada): “Valido anche per l’oggi il seguente passo, pensato un secolo fa: ‘il Partito popolare non è sorto né per un giorno, né per una situazione transitoria, né per una questione particolare: è sorto per esprimere sul terreno politico un programma vasto, coerente, realistico, utilissimo al paese.

I motivi ideali di questo programma non sono venuti meno, anzi sono aumentati. Anche i motivi morali, anzi specialmente i motivi morali. Né alcuno che sia in buona fede può non guardare con tristezza e preoccupazione il tentativo del Governo di coinvolgere la Chiesa col regime fascista e rendersela solidale, attraverso favori e vantaggi’. Mancano soli tre anni alla Conciliazione del febbraio 1929, che valse molto al fascismo per il suo rafforzamento tra le masse”.

Ed è utile ricordare che dopo la fine del fascismo don Sturzo ha sempre ribadito che i cittadini, specialmente giovani, fossero istruiti nei propri doveri politici: “Una delle idee che occorre inculcare nella mente dei giovani è che diritti e doveri sono correlativi; non si dà un diritto senza un dovere corrispondente.

L’operaio ha il diritto al giusto salario, ma ha il dovere di far il lavoro bene: le qualità di giusto per il salario e di buono per il lavoro sono anch’esse correlative, perché inerenti al rapporto economico, che implica un rapporto morale. Il cittadino ha il diritto di essere governato bene, secondo le tradizioni e mezzi che ha un Paese; ma ha il dovere di inviare ai posti pubblici elettivi persone moralmente integre e politicamente preparate.

Per questa corrispondenza interiore e razionale fra diritto politico e dovere civico si crea un rapporto fra il cittadino e la società (Municipio, Regione, Stato, Federazione di Stati e Organizzazione Internazionale) che, secondo gli aspetti etici che prende, può caratterizzarsi rapporto di giustizia o rapporto di carità”.

Nell’articolo don Sturzo ricordava i difetti della democrazia per mancanza di interesse dei cittadini: “Uno dei difetti delle democrazie a sistema bi-partito, tipo americano, è quello di creare posti per i propri affiliati, e consentire benefici nelle aziende pubbliche ogni volta che il proprio partito sale al potere, mandando via quegli altri del partito soccombente, senza tener conto degli interessi del pubblico che vengono così subordinati agli interessi del partito.

Si forma una specie di egoismo di parte, che per il fatto che è collettivo, non sente di avere vincoli di condotta morale. Ed è strano il fatto che lo stesso individuo il quale nella vita privata e negli affari personali cura l’osservanza delle leggi morali, nell’attività del partito non si senta vincolato e, potendo, salti a piè pari anche il codice penale”.

Ed in particolar modo si rivolgeva ai cristiani, chiedendo un impegno ‘collettivo’ nella vita democratica: “Individualmente si può far poco in democrazia. Non tutti possono essere capi e condottieri, scrittori e giornalisti, oratori e consiglieri, deputati e ministri; ma tutti possono essere qualche cosa se uniti insieme ad un nobile fine.

Molte sono le buone associazioni a scopo morale e sociale; poche, invero, sono quelle a scopo politico. Sia per combattere le discriminazioni di razza o di partiti; sia per educare a essere buoni cittadini; sia per difendere i diritti politici di tutti; sia per illuminare il popolo sugli affari dello Stato e interessarlo alla politica del Paese, occorre che ci siano gruppi, corsi di educazione, mezzi di allenamento alla vita pubblica…

La democrazia cristiana promuove i partiti dove ce n’è il bisogno e la possibilità; altrimenti si contenta di portare dentro la formazione dei partiti esistenti il flusso riformatore delle sue idee sociali e della sua funzione moralizzatrice. Si tratta di principi teorici e di direttive pratiche, che a poco a poco debbono generalizzarsi, facendo rivedere le posizioni prese e tentando di portarvi una rinnovazione progressiva”.

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