Don Salvatore Miscio narra la ricerca di Dio di De Andrè

“Ieri cantavo i vinti, oggi canto i futuri vincitori: i nomadi, le infinite prinçese, chiunque coltivi le proprie diversità con dignità e coraggio, attraversando i disagi dell’emarginazione con l’unico intento di rassomigliare a se stesso, è già di per sé un vincente”: questa è la frase di Fabrizio De Andrè, scelta dalla fondazione a lui intitolata, nel libro ‘Anche le parole sono nomadi’ per ricordare i 20 anni della sua morte.

Il volume della Fondazione sposa testi di canzoni ad appunti di Fabrizio, a lampi geniali pronunciati durante interviste o nel corso dei concerti, dividendoli per temi: l’infanzia negata, la vita subita, il conflitto, poi la cecità, la vita negata, il riscatto. Dalla scomparsa, avvenuta nel 1999, la sua figura non è stata mai dimenticata, perché l’attualità del suo messaggio ha continuato ad interessare e coinvolgere anche le nuove generazioni, segno evidente che la passione e la grande umanità della sua opera continueranno ad essere cibo per le menti di tutti quelli che camminano fuori dal coro.

Ed un libro che racconta la ricerca del cantautore genovese è stato scritto da don Salvatore Miscio, specializzato in antropologia teologica ed è assistente ecclesiastico diocesano e regionale per il Settore giovani di Azione cattolica. Ha scritto il libro ‘Dio del cielo vienimi a cercare – Faber, uomo in ricerca’, la cui presentazione è stata curata da mons. Nunzio Galantino; è un volume che tenta di esplorare le ‘contaminazioni’ spirituali e/o religiose del musicista genovese che, almeno in Italia, può essere a ragione definito come il cantore degli ultimi.

Il libro è piaciuto anche a papa Francesco, che ha inviato un biglietto di ringraziamento, come ha riferito l’autore. Ed è lo stesso autore che spiega la motivazione per cui ha scritto il libro: “Ho un grande amore per Fabrizio. L’ho scoperto in adolescenza e l’ho sentito sempre mio, fino a farlo mio. Ho ricercato tutta la sua discografia, ho cercato sempre di seguirlo. Purtroppo non ho mai avuto modo di vedere un suo concerto dal vivo.

Ho sentito il bisogno di fare una ricerca che non fosse la tradizionale ricerca nei soliti luoghi dove si cercava Dio, ma andando anche a fianco di persone che avessero percorsi altri. Questo perché proprio allora, quando l’ho iniziata, si percepiva quel fermento nuovo che c’è nella Chiesa e che oggi ci ha portato, con papa Francesco, a confrontarci e dialogare con tutti”.

Ma quali sono state le motivazioni per cui ha scritto il libro?
“Ho iniziato a fare questa ricerca e, successivamente, scritto questo libro per imparare a cercare Dio anche attraverso altre strade. Da tutti possiamo sempre imparare qualcosa. E rileggendo il Vangelo, dopo aver ascoltato le canzoni di Fabrizio, è come se mi fossi pulito le orecchie: sentivo decisamente meglio, con una freschezza nuova. A me ha cambiato la vita di credente e di prete. Se vogliamo cercare Dio, l’unica strada è cercare l’uomo che ci sta accanto”

Perché la sua popolarità non ha intaccato la sua condanna all’ipocrisia?
“E’ uno degli oggetti maggiori della sua critica. Soprattutto l’ipocrisia della classe borghese che utilizza anche la religione per conservare una certa etica ed una certa morale ma che poi si permette uno stile di vita nascosto e notturno che contraddice questa morale. Tant’è che i soggetti di De Andrè sono soggetti molto umili, i cosiddetti ‘vinti’ di verghiana memoria. Chiunque ascoltando De Andrè può riconoscersi nelle dinamiche psicologiche dei suoi personaggi”.

Come il cantautore genovese raccontava Dio nelle canzoni?
“Nelle sue canzoni, Faber parla di Dio in maniera critica, ironizzando, quasi mettendone in dubbio l’idea, o meglio, chi usa quell’idea solo per i propri interessi personali. Ma quando parla a Dio nei suoi brani, esprime quasi delle preghiere, tirando fuori il bisogno che ha di Dio, quello che Gesù Cristo ci ha rivelato”.

Perché Fabrizio De Andrè chiedeva a Dio di venirlo a cercare?
“Evidentemente sentiva il bisogno di Dio presente nella sua vita. Quindi a Dio ‘lontano’ chiedeva di venirlo a cercare lì dove viveva e non di andare lui nei ‘templi’ preposti a Dio. Voleva che Dio fosse presente nella vita, nella fatica dei campi, dove sono nati gli spirituals”.

Comunque De Andrè invocava Dio nelle sue canzoni ‘preghiera’: “De Andrè cercava di imparare dalla vita di tutti i giorni, dei più poveri, questa domanda di Dio e di giustizia, tante volte disattesa dagli uomini. Egli non si identificava con l’appartenenza alla vita ecclesiale. Però era credente, nel senso di uno che aveva bisogno di affidarsi a Qualcuno di più grande, che lui lo vedeva in Gesù Cristo, in quanto aveva la capacità di amare che va oltre le reazioni umane”.

Dio cantato da De Andrè può essere considerato come Dio della misericordia?
“Sicuramente è Dio della misericordia, perché è una terminologia che ritorna in Fabrizio De Andrè, come nella canzone ‘Preghiera in gennaio’, scritta agli inizi della sua carriera, oppure nella canzone, che chiude il suo ultimo album ‘Smisurata preghiera’, dove si trova un’invocazione a Dio della misericordia per i servi disobbedienti alle leggi del ‘branco’; per le minoranze e per i più piccoli. Inoltre rimprovera quelli che usano Dio per il proprio ‘potere’ perché conoscono il ‘diritto divino’ e dimenticano il perdono”.

Qualcuno, nel panorama musicale contemporaneo, ha raccolto la sua eredità?
“Eredi di De André ce ne sono tanti, ma nessuno raccoglie tutte le sue caratteristiche. Sento però molti cantanti che vanno sulla musica di carattere narrativo, assumendo temi impegnati e tralasciando le cosiddette ‘canzonette’. C’è una ricerca del cuore che oggi emerge da tanti cantautori italiani”.
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